martedì 21 aprile 2009

UN TESORO CHIAMATO DIALETTO


Molto spesso, trovandomi in giro, in mezzo a molta gente di tutte le età, presto grande attenzione al linguaggio, in tutte le sue forme. Soprattutto alla lingua dialettale, nella gran parte dei casi parlata da persone anziane. E così mi sono venute in mente alcune considerazioni.
Per Wikipedia, il dialetto, nell’accezione più usata del termine, è un “idioma con una sua caratterizzazione territoriale”: comunemente è la lingua del posto, tipicamente parlata dai nonni e dalle persone più avanti con gli anni. Che, spesso, a noi giovani suona strana, talvolta completamente straniera, talora poco educata o elegante (in base al vecchio credo per cui chi parlava il dialetto era persona di poca o nessuna istruzione). E, invece, con grande felicità, vedo che non dappertutto esso è considerato così dai giovani: anzi, per alcuni, è addirittura un vanto la sua conoscenza, un grande orgoglio saperlo parlare e potersi rivolgere così all’interno della compagnia.
Perché, a pensarci bene, quale lingua più del dialetto può esprimere lo stretto legame della gente al proprio territorio? Quale lingua meglio del dialetto può farsi veicolo di trasmissione di tradizioni, usanze, costumi, consuetudini di un nucleo territoriale alle generazioni successive in un momento durante il quale è fondamentale la conservazione della propria cultura d’origine? Questi pensieri mi sono ritornati spesso alla mente in quest’ultimo periodo e mi succede ogniqualvolta mio padre, in famiglia, si rivolge a me o ai miei fratelli in dialetto: è sempre un piacere sentire quella lingua, è qualcosa di assolutamente molto familiare, è un importante collante, è un modo, se si vuole, anche più informale e scherzoso per parlarsi.
Tuttavia, io devo confessarvi di non saper parlare neanche un po’ di dialetto, salvo alcune espressioni che, avendo sentito ripetere tante volte, ho fatto mie. E il problema deriva dal fatto che, pur essendo nato e vissuto al Nord, sono in realtà più meridionale, dal momento che i miei genitori e i miei nonni sono tutti nativi della Campania. In più in famiglia non c’è mai stata l’abitudine di parlare il dialetto, a parte mio padre, nato e cresciuto al Sud. A questo punto mi trovo in una situazione ibrida: perché riesco a capire perfettamente il dialetto meridionale e abbastanza bene i dialetti piemontese (essendo io residente in provincia di Alessandria) e pavese (sto compiendo gli studi universitari a Pavia), ma non sono per niente in grado di parlarli. E questo, chiaramente, mi dà dispiacere. Perché più ci penso e più noto quanto genuina sia la lingua dialettale: spesso mi capita di dover parlare con dei pazienti, alcuni dei quali si esprimono solo in dialetto, attraverso il quale riescono a far capire, per mezzo di alcune espressioni o parole intraducibili, il problema da cui sono afflitti con un’immediatezza e un’efficacia del tutto invidiabili.

Ed è per questo motivo che mi sono rallegrato moltissimo quando ho appreso di una splendida notizia giunta da Montaguto, un paesino della provincia di Avellino, a circa 700 metri di altezza, a pochi chilometri dal confine tra Campania e Puglia, un paesino di quasi 500 anime, per la gran parte anziani, uno di quei paesini in cui l’inverno è lungo e freddo e l’estate è calda e piena di vita. Ci sono legato perché lì sono nati i miei genitori e i miei nonni e lì mi reco ogni estate a trascorrere due settimane di vacanza, in un ambiente veramente rilassante, immerso nella tranquillità, circondato da una natura ancora poco contaminata. Nonostante i pochi abitanti, vanta da due anni un sito molto visitato, www.montaguto.com, curato da tre amici: Mikey, Drastiko e Maxim alias Mi.Dra.Max. Tre amici che si sono buttati un po’ per gioco in quest’avventura, guidati dall’amore per la terra dei loro padri, e che oggi raccolgono i frutti dell’impegno, con tanti encomi per aver fatto conoscere al mondo Montaguto e, soprattutto, con la soddisfazione di aver “risvegliato” il paese, dandogli nuova linfa. Tra le tante iniziative che potete apprezzare visitando direttamente il sito, l’ultima è quella più entusiasmante e quella che più sta ad indicare l’attaccamento al paese e alla terra: si tratta di un telegiornale, completamente in dialetto, con sottotitoli in italiano. La prima edizione risale a qualche settimana fa, la seconda è in fase di ultimazione e sarà on line a breve. Tali sono state la risonanza dell’evento e, soprattutto, la particolarità dell’idea partorita dalla Mi.Dra.Max che sono valse a montaguto.com l’interessamento di Biagio Agnes, direttore della Scuola di Giornalismo di Fisciano, in provincia di Salerno, il quale ha voluto saperne di più, invitando la redazione ad un incontro. Direi: una bella soddisfazione, un bel riconoscimento, una sorta di marchio Doc apposto da una grande autorità del giornalismo.

Beh, che dire? Il dialetto, evidentemente, ha ancora una sua importanza e una sua dignità, che meritano di essere difese e tramandate. Perché, così facendo, portiamo avanti tutto un carico di cultura, implicita nella lingua dialettale, che ha inevitabilmente forgiato le piccole comunità e, nel complesso, l’Italia intera.

Ecco qui la prima edizione del telegiornale.



La cartina sottostante l'ho fotografata durante la mostra "Alla corte di Federico II. Le ceramiche sveve di Lucera a Castel del Monte", tenutasi a Castel del Monte (Andria) tra il 30 maggio e il 30 dicembre 2003. Alcuni pannelli, utili alla comprensione del percorso della mostra, sono stati lasciati e così mi è stato possibile vederli. L'immagine raffigura la Capitanata, terra prediletta da Federico II, con la fertile pianura del Tavoliere, l'aspra montagna garganica, le tenui alture del Sub-Appenino.


Questa cartina, invece, l'ho ritrovata alla "Galleria delle carte geografiche" dei Musei Vaticani; è stata dipinta tra il 1580 e il 1583 sul modello dei cartoni di padre Ignazio Danti. Montaguto era indicato come M. Acuti.



domenica 19 aprile 2009

I TIMORI SULLA RAI

Colgo al balzo i timori sollevati dall'amico Andrea su Diego Garcia Blog riguardo i prossimi avvicendamenti in Rai, in base alla vecchia legge non scritta della lottizzazione o spoil system che dir si voglia. E non vi nascondo i miei, alcuni più seri, altri meno.

Alcuni nomi possono far nutrire dubbi: per esempio quello di Susanna Petruni alla direzione di RaiDue; sicuramente, dopo l'ultimo show riguardo gli ascolti esorbitanti del Tg1 sui fatti del terremoto abruzzese, non pensavo avesse guadagnato molti punti, nè come giornalista - prima di tutto - nè come possibile candidata a ruoli di direzione. Eppure...
L'altro nome che mi lascia perplesso è quello di Maurizio Belpietro: sinceramente non l'ho mai apprezzato come giornalista, fin da quando era al Giornale perchè troppo allineato, troppo legato al suo editore. E quindi non lo vedo tra i più adatti al ruolo di direzione del Tg2 (anche se RaiDue è notoriamente appannaggio del centrodestra).
Ho notato, però, che la polemica sui nomi si è spostata più sulla loro appartenenza politica che sulle loro capacità. Nomi come quelli di Mazza, Orfeo o Minzolini sono nomi di giornalisti che, nel corso di questi anni, hanno dimostrato abilità e competenza nel loro campo. Così come, per dirne uno di quelli recentemente nominati dal centrosinistra, è stato per Riotta: giornalista di indiscusse e riconosciute capacità professionali.

Il discorso, a mio avviso, deve essere indirizzato su un altro campo: basta con la lottizzazione della Rai, basta con i continui cambi di poltrone e giornalisti al cambio di governo, basta con l'alternanza di giornalisti posizionati in posti chiave per mere esigenze politiche spartitorie. E' ora di crescere, è ora di girare pagina, sempre se la Rai intende raggiungere obiettivi importanti, di prestigio.
La Rai rappresenta il servizio pubblico, quello fruito da tutti i cittadini (dietro pagamento di un lauto canone, peraltro al rialzo ogni anno), quello che storicamente ha rappresentato l'orgoglio della nostra televisione, avendo contribuito alla diffusione della cultura - in tutti i suoi numerosi aspetti - e che ora invece è piuttosto mal considerato. E' ora di sostituire il servizio pubblico attuale, dominato da reality e talk show, politici e non, di livelli alquanto bassi, per non dire infimi, che relega gli approfondimenti culturali in orari improponibili, oltre che dedicare loro una piccolissima fetta del palinsesto. Sempre in nome del guadagno, della rincorsa a Mediaset - che, in quanto privato, persegue ben altri obiettivi. Per raggiungere questa meta, agognata da tempo, è indispensabile che la politica esca da viale Mazzini, lasciando il campo libero solo a tecnici (ne abbiamo alcuni molto capaci, ma poco presi in considerazione), i quali saprebbero certamente come far riacquistare alla Rai il ruolo di televisione pubblica che le è proprio.

Chissà quando vedremo la privatizzazione della Rai (che sarebbe una possibile alternativa), puntualmente indicata come soluzione, prospettata come unica strada per uscire dalla situazione attuale, talora promessa in campagna elettorale.

sabato 18 aprile 2009

LA FINTA SATIRA

E' ormai pubblica la decisione della Rai di sospendere il vignettista Vauro dalla trasmissione di Santoro "Anno zero". Il motivo è relativo ad una vignetta giudicata "gravemente lesiva del sentimento di pietà dei defunti". La quale evidentemente ha contravvenuto al diritto di satira.
Già, perchè credo sia particolarmente difficile poter definire quella di Vauro sui morti del sisma abruzzese "satira", sempre se con quel termine si intende qualsiasi "scritto, spettacolo o anche comportamento, discorso e sim., che mette in ridicolo comportamenti o concezioni altrui" (Dizionario De Mauro).
Spesso si confonde il diritto alla libera espressione col diritto a insultare o umiliare gli obiettivi della satira; e, nel momento in cui questo viene fatto notare, subito si grida al regime, si corre a difendere a spada tratta la libertà di espressione, ci si lancia in campagne di "censura della censura". E, soprattutto, i presunti vignettisti satirici vengono innalzati a vittime del regime, vittime di un grande capo che costringe al pensiero unico.
Niente di tutto questo: però val la pena ricordarsi che la libertà di ciascuno finisce laddove inizia quella degli altri, la libertà di ciascuno sta nel riconoscere dei limiti entro i quali muoversi per evitare di scadere in insulti o ingiurie.

Alla vista della vignetta di Vauro, sono rimasto personalmente molto disgustato (questo mi ha impedito di pubblicarla; chi volesse vederla, può cliccare qui): un mix tra insensibilità e gusto per il kitsch ha prodotto una vignetta pessima, capace solo di colpire ulteriormente le vittime del sisma e accrescere il dolore delle loro famiglie, che ancora le piangono.

lunedì 13 aprile 2009

UN CLIMA PIACEVOLMENTE SURREALE

Talvolta, vista la vita frenetica che conduciamo, non riusciamo a gustarci ciò che abbiamo sotto gli occhi, facciamo fatica ad apprezzare il gusto profondo delle cose. E' quello che a me, oggi, nel giorno di Pasquetta, è capitato a Pavia. Sì, oggi ero a Pavia: "gita fuori porta" forzata, per rientrare nel luogo di studio causa esami a breve. Ma "gita fuori porta" per nulla sgradevole, anzi, sono stato felice di averla fatta (studio a parte, ovviamente).

Arrivo a Pavia intorno alle 16. Già si comincia col circolare senza code ai semafori, senza macchine o motorini che sfrecciano per le strade, solo molte biciclette e alcuni pedoni cui prestare attenzione. E questo non è poco!
Per raggiungere casa, costeggio il lungo Ticino, affollato da pedoni e da molte macchine alla ricerca di un parcheggio. Poi arrivo al Ponte Coperto: intravedo, sulla sinistra, Strada Nuova che pullula di gente, tante mamme che guidano passeggini, tanti ciclisti, un po' di turisti italiani e stranieri (loro sì, per una vera gita fuori porta). Quindi giro lo sguardo a destra e...il Ponte Coperto e il lungo Ticino sono gremiti: giovani, adulti, anziani, bambini, chi a piedi e chi in bici, tutti in giro per godersi il sole primaverile e una temperatura assolutamente gradevole, la città tranquilla, la vista del Ticino dal Ponte Coperto. Che bel colpo d'occhio e che clima festoso!
Quindi proseguo verso il centro, risalendo una delle tante vie che incrociano corso Garibaldi e sbucano in corso Mazzini; parcheggio l'auto e passeggio per arrivare a casa. C'era poca gente in strada: qualche coppia e un piccolo gruppo di ragazzi che mangiavano un gelato.

Vi sembrerà paradossale, ma per me non lo è: a me fa strano vedere la città calma e silenziosa; mentre oggi me la sono proprio goduta, ero felice di quella tranquillità, di poter camminare con la mente libera, non infastidita dai rumori dei motori o dei clacson. Ho apprezzato quella brezza tiepida, i giochi di luce del sole, la vista del Duomo che svetta, altissimo, sopra i tetti rossi.
Tutto questo mi ha indotto a pensare che più si hanno le cose a portata di mano e più si fa fatica ad apprezzarle, forse a causa della routine quotidiana e della frenesia cui siamo abituati. Spesso, con calma e tranquillità, invece, possiamo ammirare il tesoro che tutti i giorni ignoriamo, gustarci il tempo di festa e la città come non la vediamo mai.


sabato 11 aprile 2009

QUANDO LA DISINFORMAZIONE GIOCA CON LA TRAGEDIA

Chi ha guardato Anno Zero giovedì sera e ha un minimo di cuore, immagino sia rimasto basito come me. La premiata ditta Santoro&Travaglio è riuscita a fare disinformazione anche su un dramma come quello del terremoto. Sono veramente senza parole!
Santoro (colui che ritiene di essere il detentore dell'informazione e che deve lottare per farla uscire allo scoperto) è riuscito ad intervistare, con l'aiuto dei suoi inviati, "una signora che si lamentava di un ritardo di un paio d’ore dei soccorsi, un signore che diceva di aver freddo, un altro ancora che cercava riparo in tende non ancora montate, una studentessa che preoccupata aveva lasciato l’Abruzzo per tempo, un medico che denunciava la mancanza di bottigliette d’acqua nel suo reparto". E' facile intuire che se uno sente queste dichiarazioni pensi che la macchina organizzativa dei soccorsi sia stata fallimentare, abbia impiegato troppo tempo ad organizzarsi e ad arrivare sul luogo del terremoto. E che, quindi, tanto per cambiare, la colpa sia del Governo, incapace di gestire le emergenze.
Ma tutti noi sappiamo - perchè giornali e televisione lo hanno documentato - che fin dall'inizio il Governo si è speso in prima persona per coordinare gli aiuti, grazie alla Protezione civile che anche stavolta è stata impeccabile.

Penso che dinanzi alla tragedia, se non si ha null'altro da aggiungere, sia meglio tacere - anche per rispetto delle vittime - piuttosto che blaterare fandonie. E' proprio vero che non c'è mai fine al peggio: e Santoro è riuscito a dimostrarlo.

venerdì 10 aprile 2009

LA GIORNATA DEL RICORDO


10 aprile 2009: una di quelle date che, purtroppo, rimarrà scolpita nelle nostre menti per i prossimi anni; una data triste, che ricorderemo con tanta tristezza e tanto dolore.


Stamani alle 11 sono stati celebrati i funerali delle vittime del terremoto (al momento, alle 19, le vittime sono 289) nel cortile della caserma della Guardia di Finanza di Coppito. Migliaia di persone hanno partecipato alle esequie, alla presenza delle più alte cariche dello Stato e dei principali leader politici. Toccante è stato l'arrivo del Presidente del Consiglio, apparso fortemente commosso, sedutosi poi tra i parenti, con smorfie di dolore sul viso. Una cerimonia cui mai avremmo voluto assistere: straziante la vista delle bare bianche, di povere vite strappate alla vita prematuramente.


A latere vi segnalo il reportage di Attilio Bolzoni e Carlo Bonini di Repubblica: il cemento delle case riempito di sabbia di mare, piena di cloruro di sodio (cioè sale), che ha consumato via via le strutture di ferro delle fondamenta. A tale riguardo "Alfredo Rossini, procuratore generale dell'Aquila ha deciso di aprire un'inchiesta".


giovedì 9 aprile 2009

UNA TRAGEDIA IN EVOLUZIONE


Stamani, appena apprese le ultime notizie provenienti dall'Abruzzo, mi si è gelato un'altra volta il sangue: il conto delle vittime è arrivato a 278 alle 8,30 e sono stati recuperati i corpi degli altri due giovani che figuravano tra i dispersi nel crollo della Casa dello studente all'Aquila, un ragazzo e una ragazza, gli ultimi che mancavano all'appello.


Come se non bastasse, questa notte la terra ha tremato ancora: "tre le scosse più forti, avvertite anche, oltre che in tutto l'Abruzzo, in gran parte del centro Italia, da Roma a Napoli. Alle 0,55 la prima, di magnitudo 4.3; alle 2,52 quella più forte, di 5.2; alle 5.14 la terza, di magnitudo 4.6" (da Repubblica.it). Scosse quasi paragonabili alla prima, quella che ha seminato panico e distruzione domenica notte!

Ieri sera, guardando il reportage di "Porta a Porta", mi sono venuti i brividi: grazie alle riprese in volo, si potevano vedere dall'alto i Comuni colpiti dal sisma e quello che ne rimane: praticamente poco, o nulla, quasi completamente distrutti gli edifici, quelli ancora in piedi con numerose crepe. Sembrava, come è stato già più volte detto, di sorvolare paesi colpiti da un bombardamento, tanta era la desolazione. Ma qui non c'è stata nessuna guerra, soltanto un terribile cataclisma, capace comunque di mietere morti e distruzione.


Capisco bene che non è il momento delle polemiche, come ho già ricordato, ma una considerazione mi viene ora spontanea. Ritengo molto strano che in un Paese come l'Italia, nel 2009, in una zona notoriamente a rischio sismico, si possa assistere a tale immane tragedia: tantissimi morti e paesi completamente rasi al suolo. Perchè, come è già stato ricordato, la scossa è stata sì forte, ma in Giappone o in California essa non avrebbe provocato ciò che è successo in Abruzzo. Perchè evidentemente in quei Paesi altra è la concezione delle costruzioni. E vorrei così rifarmi all'appello di Bersani a "Ballarò": dobbiamo assolutamente recuperare il "civismo", quell'insieme di importantissime regole assolutamente necessarie per il vivere civile; c'è necessità di una maggiore tensione alla legalità, al rispetto del corredo di leggi imposte. E, nel caso specifico, è quindi opportuno che vengano seguite regole stringenti nella costruzione di tutti gli edifici, in grado di resistere a scosse di terremoto di magnitudo medie, evitando tante vittime e tanta devastazione.


Un'ultima considerazione riguarda la politica. Innanzitutto un grande merito al Presidente del Consiglio che, fin da lunedì (annullando un viaggio di lavoro a Mosca), si è recato quotidianamente sui luoghi della tragedia per seguire e coordinare i lavori assieme a Guido Bertolaso, capo della Protezione civile. Grandissimo merito anche a Pierferdinando Casini, il quale, con grandissima lealtà e sensibilità istituzionale, ha detto che "noi carta bianca al governo abbiamo detto che la davamo e la diamo. In un momento come questo fare le pulci al governo è una inutile polemica del tutto impropria. Il governo faccia le cose giuste: noi daremo una mano a vigilare che effettivamente le facciano". Anche il Pd, in realtà, ha dato la sua disponibilità al Governo, sebbene negli ultimi giorni si sia lasciato andare a qualche sterile polemica, come quella riguardo l'accettazione dei finanziamenti esteri. Ritengo che in questo momento nessuno più del Governo abbia il polso della situazione per coordinare al meglio le varie operazioni e pertanto qualsiasi polemica risulti di poco aiuto, oltre che inopportuna. Infine, inviterei tutti i vari politici, comprese le alte cariche dello Stato, a limitare le visite in Abruzzo: credo sia un gesto di sobrietà e contemporaneamente di vicinanza e solidarietà quello di tenere un basso profilo, dando comunque la propria massima disponibilità per qualsiasi evenienza.

martedì 7 aprile 2009

IL TERREMOTO IN ABRUZZO


Sommo è il dispiacere per le conseguenze del terribile terremoto in Abruzzo. Qualsiasi immagine che passi in televisione o su Internet per documentare i danni è una pugnalata al cuore, uno strazio grandissimo; tanto da rimanere senza parole e tacere attoniti.

Il primo e più importante pensiero va ai bambini morti sotto le macerie, innocenti vittime di un cataclisma di enormi dimensioni, incapaci di mettersi in salvo e prede senza scampo dei calcinacci crollati sulle loro teste.


Un altro pensiero, anche questo triste, è ai ragazzi della Casa dello Studente: spezzano il cuore le riprese di quello che rimane di quell'edificio, che si è accovacciato su se stesso, mietendo vittime.

Non è il momento delle polemiche, è vero: ora bisogna rimboccarsi le maniche e aiutarsi. Però non si può non prestare attenzione a quella sollecitazione del sismologo Giuliani, il quale aveva invitato a non sottovalutare lo sciame sismico presente da più di un mese in Abruzzo.


Tuttavia, concludo queste mie considerazioni rallegrandomi del clima di solidarietà e generosità, subito scaturite dopo aver appreso del dramma dei terremotati: tutta Italia, senza divisione alcuna, si è impegnata per prestare aiuto e soccorsi agli abruzzesi. E questo perchè tutti abbiamo immaginato che una tragedia simile poteva succedere a noi e la stiamo condividendo, sempre col fiato sospeso, insieme a loro: soffrendo quando si viene a conoscenza di un altro morto, avendo paura quando una nuova scossa torna a far muovere tutto, rallegrandoci quando i soccorritori ritrovano un corpo vivo sotto le macerie.

sabato 4 aprile 2009

DUE PAROLE A PROPOSITO DI FECONDAZIONE ASSISTITA

Dinanzi alla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40, sento di dover fare due riflessioni, partendo dal far presente che ho votato "sì" al referendum di qualche anno fa.

Ho sempre ritenuto che si trattasse di una legge buona e per questo mi sono battuto perchè il referendum portasse i frutti desiderati. Invece quel referendum ha visto un grande fallimento: non solo per il pesante indirizzo della Chiesa, ma anche perchè la gente non si è appassionata molto al tema, non l'ha fatto suo. E ha deciso di non esprimersi.

Colgo con contentezza la notizia della sentenza che boccia, tra le altre, la norma che limita a tre gli embrioni impiantabili e la parte in cui non si prevede che il trasferimento debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna.

Disapprovo, invece, gli interventi dei presidenti delle due Camere. Il presidente Fini che parla di una sentenza che «rende giustizia alle donne italiane, specie in relazione alla legislazione di tanti Paesi europei», ricordando la «laicità delle nostre istituzioni». Mentre il presidente Schifani la ritiene «una buona legge», sottolineando che «quando un provvedimento affronta tanti passaggi parlamentari, un dibattito lungo con voti segreti, nei quali i parlamentari votano secondo coscienza e non sulla base di dogmi, è una buona legge».

Data la difficoltà di giudizio su temi così sensibili, ritengo opportuno che le più alte cariche dello Stato, garanti del normale svolgimento del lavoro del Parlamento, si astengano da commenti a favore o sfavore di un provvedimento legislativo, pena un influenzamento non solo degli organi che presiedono, ma anche dell'opinione pubblica.

venerdì 3 aprile 2009

MARCELLO PERA ALL'UNIVERSITA' DI PAVIA

Giovedì 2 aprile 2009, nella splendida cornice del Salone Teresiano della Biblioteca Universitaria di Pavia, ho seguito la presentazione del libro "Perchè dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica" di Marcello Pera, edito da Mondadori nel 2008. Sono intervenuti nel corso della presentazione anche Luigi Zanzi e Luigi Vittorio Majocchi, entrambi docenti presso l'Università degli Studi di Pavia.


Certamente tutti ricorderanno Marcello Pera nelle vesti di presidente del Senato della Repubblica tra il 2001 e il 2006. Ma egli è prima di tutto un grande studioso di filosofia della scienza, sui cui temi ha prodotto numerosi saggi. Dopo il 2000, ha dedicato diversi articoli e saggi al rapporto fra la cultura storica europea e il cattolicesimo. Sicuramente degni di nota sono "Senza radici", scritto assieme all'allora cardinale Ratzinger, e "Perchè dobbiamo dirci cristiani. Il liberalismo, l'Europa, l'etica".

L'esordio della presentazione è incentrato sul titolo, di cui Pera tiene moltissimo a precisare il senso: innanzitutto "non è un libro autobiografico", che vuole parlare del rapporto che l'autore ha con la religione; nè è un libro "apologetico del Cristianesimo". Semplicemente è un libro di "filosofia politica, morale e dell'attualità". Scritto "aprendo la finestra": cioè non basandosi su luoghi comuni oppure sentito-dire oppure critiche di tesi portate da altri filosofi; ma ascoltando effettivamente ciò che la gente dice, percepisce, lascia intendere.
E cosa si coglie? Una profonda "crisi di carattere morale e spirituale, di identità", una grandissima difficoltà a definire chi siamo noi in Italia e in Europa. Spesso, soprattutto negli ultimi decenni, non ci siamo posti questa domanda a causa della difficoltà della risposta. Oppure siamo stati messi dinanzi all'evidenza in modo drammatico: basti pensare al terrorismo islamico, ai problemi di integrazione con gli stranieri, alle questioni etiche al vaglio in Parlamento.
Come mai si è giunti fin qui? - si chiede Marcello Pera. La risposta è abbastanza semplice. C'è stata una profonda crisi del liberalismo e della democrazia, dottrine da sempre basate su solidi fondamenti. E pertanto, venendo a mancare solide basi, si è passati "dall'universalismo al relativismo", ossia quella posizione filosofica che nega l'esistenza di verità o mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una loro definizione assoluta e definitiva.
E l'esempio di questa crisi è, secondo Pera, ben rappresentato dalla "parabola dell'Europa". Tutto è iniziato con il disegno post-bellico dei tre padri fondatori Adenauer, Schumann e De Gasperi di "costruire un'identità politica, un'unione politica di Stati intorno all'identità cristiana". Mentre questo non è stato. Si è proceduto per trattati tra Stati autonomi sovrani, lasciando intatte le carte costituzionali dei singoli membri. Quando, però, si è cercato di passare dall'"aggregazione di Stati", come era quella configurata dai trattati, al "sovrastato o sovranazione europei" attraverso la Costituzione europea, il progetto è naufragato e si è tornati indietro ai trattati. Chiaramente, le ripercussioni di una scelta del genere sono evidenti a tutti: la forza, in qualsiasi ambito, viene attribuita ad un solo soggetto, non ad un insieme di soggetti, ciascuno dei quali parla con la propria voce. Veniamo spesso rimproverati così: "l'Europa non parla con una voce sola": semplicemente perchè l'Europa non è un soggetto unitario politico.
Pera si sofferma ampiamente sul principale motivo di fallimento della Costituzione europea. Spiega come "non si trattava di menzionare il Dio cristiano". La proposta era quella di inserire un "preambolo, unica occasione tra tutte le Costituzioni europee", nel quale illustrare perchè gli Stati si univano e mettevano a punto gli articoli della Costituzione. Lo scontro aspro è stato sull'inserimento, nel preambolo, del richiamo alle radici cristiane: dai sostenitori era ritenuto opportuno e dovuto, dato che "la storia europea è stata tenuta a battesimo da Pietro e Paolo", dovunque ci giriamo c'è un segno cristiano come nell'arte, nella cultura, nella musica: insomma, pur senza rendercene conto, il substrato della nostra cultura è cristiano. I detrattori, invece, avevano chiesto di inserire qualsiasi altro richiamo: all'Umanesimo, all'Illuminismo, al socialismo, ecc.
Un ruolo importante in questa diatriba è stato giocato dal relativismo, secondo il senatore Pera. Non è stato possibile inserire il richiamo alle radici cristiane per evitare di "urtare i molti immigrati islamici" oppure per non rendere difficile l'ingresso della Turchia in Europa". Il relativismo si è tradotto, in politica, in "multiculturalismo": un crogiolo di culture, tutte aggregate tra loro, ma nessuna superiore alle altre, nessuna con un peso maggiore. Tuttavia gli effetti nefasti del multiculturalismo sono sotto gli occhi di tutti: aver voluto concedere agli immigrati gli stessi diritti degli Europei e il mantenimento delle loro culture ha portato a inevitabili scontri, come ricordiamo tutti in Francia, Inghilterra e Olanda, Paesi che, pure prima di altri, hanno dato libero corso al multiculturalismo.
L'ultimo aspetto toccato dall'autore riguarda l'etica pubblica: egli fa notare come la rivoluzione liberale, da Locke a Kant per arrivare alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, ha proclamato l'esistenza di alcuni diritti fondamentali inviolabili. I quali, però, sono stati vittime - anch'essi - dell'ondata relativistica e pertanto messi in discussione perchè (e qui ritorna la tesi precedente) si è avuto una "crisi dei fondamenti".

In fin dei conti, dice Pera, "se ti dici cristiano recuperi un'identità" che potrà essere molto utile in futuro e "metti un freno alla deriva dell'etica pubblica". Si prende, quindi, coscieza di chi siamo, dove viviamo e con chi ci confrontiamo in maniera più forte e convinta, arma importantissima nel mondo globale e multiculturale in cui ci troviamo a vivere ogni giorno.
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