martedì 24 febbraio 2009

DOVEVA MORIRE. CHI HA UCCISO ALDO MORO. IL GIUDICE DELL'INCHIESTA RACCONTA.



DOVEVA MORIRE
CHI HA UCCISO ALDO MORO

IL GIUDICE DELL'INCHIESTA RACCONTA

Ferdinando Imposimato

Sandro Provvisionato


Chiarelettere


€ 15,60

Grandi complimenti ad Imposimato e Provvisionato per questo libro: in quasi 400 pagine hanno racchiuso tutti i principali equivoci di quello che viene considerato uno dei più grandi misteri del nostro Paese.
E' bene sottolineare come il titolo non debba ingannare il lettore: nessuna dietrologia sul delitto Moro, nessun teorema costruito ad hoc per giudicare qualcuno; solo un resoconto di fatti, documenti e testimonianze preziosissimi, soprattutto perchè alcuni di questi sconosciuti fino a poco tempo fa, per cercare di capirci qualcosa di più. Con una tesi finale: Aldo Moro, nonostante numerose circostanze favorevoli alla sua liberazione, è stato lasciato morire perchè doveva morire.
Solo scorrendo il sommario, già vengono i brividi: "La prigione che nessuno voleva trovare. Ma la polizia di Cossiga sapeva tutto", "Il Comitato di crisi. Indagini bloccate, tutti piduisti", "I consiglieri di Cossiga. Le parole agghiaccianti di Steve Pieczenik", "Depistaggi di Stato. La svolta: via Gradoli e il lago della Duchessa" solo per citarne alcuni, sebbene tutti siano interessanti ed aiutino ad inquadrare meglio la vicenda.
Si giunge alla fine del libro con una strana sensazione: sembra che per trent'anni ci sia stata raccontata un' altra storia e che questa sia totalmente inventata. E invece no: a supporto delle loro tesi i due autori hanno una quantità immensa di documenti, alcuni dei quali presenti nelle pagine finali del libro, tanto per destare ancora più stupore nel lettore.

Le "Conclusioni" del libro, una sorta di riassunto, sono semplicemente agghiaccianti: il sequestro Moro era chiaramente un sequestro annunciato, come dimostrano i timori personali di Moro e gli strani movimenti precedenti il sequestro in via Savoia, dove aveva sede il suo studio; ad interferire nelle indagini sono stati vari personaggi: Cossiga prima di tutti , il quale aveva interferito vistosamente nell'operato della magistratura, anche aiutato dalla sua creatura, l' Ucigos, oltre al ruolo chiave della P2, "un organismo che, di fatto, decise la strategia politico-militare, ma anche investigativa e giudiziaria, da tenere nei cinquantacinque giorni della prigionia di Moro"; le occasioni mancate per liberare Moro sono state troppe, almeno otto ne contano gli autori: tra tutte gioca un ruolo importante via Gradoli, che vanta tre perquisizioni nel giro di 32 giorni senza risultati, escludendo l'ultima, che dalla dinamica sembra essere stata "suggerita" dalle stesse Br; la ragion di Stato, cui Moro stesso nelle lettere dal carcere si oppone, viene data come giustificazione all' atteggiamento di fermezza del Governo, nascondendo il "vero movente che sottende la sua morte". C'è un movente, che può apparire "incredibile" e " che Moro aveva compreso perfettamente: la corsa al Quirinale" del duo Cossiga-Andreotti. Il primo ci riuscirà nel 1985, "occupando proprio quella poltrona che molti pensavano sarebbe spettata a Moro" (val la pena ricordare come il boicottaggio contro Moro era cominciato nel 1971 quando al Quirinale fu eletto Segni), il secondo, nominato senatore a vita dallo stesso Cossiga nel 1992, in quello stesso anno "si presenterà con tutte le carte in regola per succedergli. Ma nel maggio 1992, momento clou della battaglia al Quirinale, Andreotti sarà eliminato a seguito dell'uccisione di Salvo Lima prima e poi della strage di Capaci".

domenica 22 febbraio 2009

CIAO CANDIDO!


Candido Cannavò è morto questa mattina alle 8,48 a Milano, all’ospedale Santa Rita dove era ricoverato da giovedì per una emorragia celebrale. Storico direttore della Gazzetta, poi editorialista, si è spento a 78 anni; ha guidato la Gazzetta dal 1983 al 2002.

Se ne va un altro grande giornalista, uno di quelli che viveva per scrivere, come testimonia il fatto che il malore gli è occorso proprio nella redazione della Gazzetta, il grande amore della sua vita che ha diretta per quasi vent'anni.

CIAO CANDIDO!

venerdì 20 febbraio 2009

LA SCONFITTA DI VELTRONI E LA MENTALITA' DELLA SINISTRA

Ormai da pochi giorni si sono consumate le dimissioni di Walter Veltroni da segretario del Pd e le analisi politiche su tutti i giornali ci hanno illuminato sui possibili scenari futuri e sui retroscena, più o meno evidenti.
Io ritengo che sia utile leggere questo evento politico di grande importanza da un'altra ottica. Ossia analizzando le cause profonde che ormai da quindici anni attanagliano la sinistra italiana, rendendola instabile e costringendola, come ha ricordato Veltroni nella conferenza stampa, a cambiare sei-sette leader, bruciandoli, senza arrivare a nulla. E' il punto di vista che condividono due addetti ai lavori come Fabrizio Rondolino e Sergio Romano, che hanno sapientemente argomentato che i problemi attuali del Pd riconoscono una genesi comune legata ad incomprensioni del passato, a problemi irrisolti di ieri che si ripropongono variamente ed inevitabilmente oggi.
Risulta evidente che se il Pd non ha saputo imporsi come partito a vocazione maggioritaria, non riuscendo a conquistare quella fetta di elettorato alla quale vuole parlare, il problema è legato alla mancanza di una vera identità. Perchè? Perchè il Pd nasce dalla confluenza dei Ds e della Margherita ovvero dalla confluenza degli ex comunisti che ancora non sono riusciti a fare completamente i conti col passato e degli ex democristiani, anch'essi impegnati a rivedere i propri profili identitari, motivo per cui ne nasce un così forte contrasto. Si diceva che la fusione Ds-Dl non era a freddo, ma io nutro forti dubbi. Il caso lampante della mancata decisione della collocazione a livello europeo è paradigmatico.
Riguardo la figura di Veltroni, è bene sottolineare come l'abitudine di usare una persona come capro espiatorio di colpe commesse da un gruppo in Italia è ancora ben radicata. In altri Paesi europei, nonostante alcune sconfitte amministrative, i leaders non hanno dovuto rassegnare le proprie dimissioni, ma - si sa - noi Italiani siamo diversi, siamo speciali per certe cose.
Accanto a questa considerazione, mi preme invece evidenziare il modo in cui la sinistra ha preso atto della sconfitta in Sardegna al fine di mettere in luce come la presunta superiorità comporti errate analisi e pertanto errate ricette. Proprio a Ballarò, martedì sera, ho sentito Concita De Gregorio, direttrice de L'Unità: ancora dalla sua bocca, nel corso dell'analisi del voto, sono uscite le parole "Berlusconi pericolo per la democrazia", confermando così che l'antiberlusconismo, checchè ne dicesse Veltroni con buoni propositi, è ancora vivo, oggi più che mai, e viene usato. Verrebbe da dire: contenti loro, contenti tutti; se loro ritengono di analizzare così una sconfitta, addossando le proprie colpe su altri, anzichè fare un vero e serio esame di coscienza, allora non abbiamo speranze. Perchè - vedete - ho come l'impressione che questa malattia - quella di non saper analizzare le sconfitte per non dover ammettere di aver sbagliato, minando quel teorema della superiorità morale della sinistra, così ben descritto da Luca Ricolfi - sia talmente grave nella sinistra da essere difficile, se non impossibile, da curare. Non illudiamoci, quindi, che cambiando il segretario, cambi la musica: finchè non ci si mette intorno a un tavolo e si discute seriamente su tutto ciò che serve al Pd per essere un partito che raccolga consensi (identità, le cosiddette piattaforme politiche, etc.), non si arriverà alla soluzione.
Ciò che dice D'Alema oggi su Repubblica va in parte in questa direzione: spero sia l'inizio.

martedì 17 febbraio 2009

IL PDL VINCE IN SARDEGNA

E così, anche la Sardegna è andata al Pdl. Non senza qualche dubbio, almeno inizialmente. Dubbio dettato dal fatto che il candidato Cappellacci è stato una creatura di Berlusconi ("Ha scelto il candidato e per dote gli ha dato se stesso: il suo simbolo, il suo volto, il suo nome e la sua voce" affermava Verderami sabato scorso sul Corriere). Il quale però ha dimostrato, per l'ennesima volta, la sua vera potenza politica: ha replicato la scelta di Cappellacci dopo quella di Chiodi in Abruzzo, anche quest'ultimo un uomo fuori dagli schieramenti consueti, che ha riportato la vittoria.
E pertanto il problema politico ora si pone: di fronte ad una Lega troppo forte, sempre pronta a chiedere posti, spesso anche importanti, è sceso in campo Berlusconi stesso a cercare di calmare gli animi. Riuscendoci, direi. E con la sicurezza e il nerbo del politico navigato, ha dimostrato, ancora una volta - se ancora se ne sentiva il bisogno - che l'uomo forte del centrodestra è lui: è grazie a lui se nel Pdl non si assiste ai molti mal di pancia che affliggono il Pd, è grazie a lui, insomma, se la navigazione del Pdl è abbastanza tranquilla. Ma il problema politico si pone anche per gli altri alleati: guai a chi metterà in dubbio i candidati di Berlusconi alle Amministrative, rivelatisi sempre vincenti. Una brutta gatta da pelare, per tutto il centrodestra, che sicuramente si troverà a discutere sugli equilibri interni, in vista delle prossime elezioni amministrative ed europee.
Il Pd, invece, esce nuovamente con le ossa a pezzi da questa competizione: nuovamente il candidato appoggiato da Veltroni frana sotto i colpi del centrodestra. Segno tangibile, come è successo in Abruzzo, di un male politico su cui il Pd non ha saputo riflettere, trovando adeguate soluzioni. E questo, a mio avviso, è molto grave: se il Pd non vince a livello locale, è semplicemente perchè troppe sono le beghe che gli amministratori di Comuni e Province devono risolvere, sia all'interno del Pd sia con gli alleati. E, molto probabilmente, figlia di questa incapacità di vincere è anche la profonda divisione a livello nazionale, con un Veltroni che ogni giorno è sempre più debole, lavorato ai fianchi dagli ex Ds che reclamano un cambio di rotta e dagli ex Dl che si lamentano per la mancanza di peso che hanno dentro il partito. E, quindi, un partito diviso a livello nazionale paga a caro prezzo questi litigi con le divisioni a livello locale, le quali conducono a sconfitte, spesso brucianti, nel corso delle consultazioni elettorali.

domenica 8 febbraio 2009

FERMIAMOCI DINANZI AL DOLORE

Da quanti giorni assistiamo al tam tam di notizie sul caso Englaro? Tanti, anzi troppi, francamente troppi: credo sia giunta l'ora del silenzio per rispetto della famiglia Englaro.
Come ha ben ricordato l'ex Capo dello Stato Ciampi su "Repubblica" ("mi rattrista molto vedere che un caso umano così doloroso diventi occasione per cercare di attaccare il Capo dello Stato. E' davvero inopportuno, e mi amareggia innanzitutto come cittadino, che si prenda spunto da una vicenda drammatica per cercare di affievolire i poteri del Presidente"), è molto triste utilizzare strumentalmente il dolore, non solo per attaccare il presidente Napolitano, ma proprio per una questione di buon gusto personale: nessuno di noi ha una misura, neppure minima, del grave dolore che Beppino Englaro da 17 anni vive stando al fianco di sua figlia. Che non è più la stessa Eluana delle fotografie: considerazioni - queste - ben espresse dal professor Da Monte ("Ho provato un dolore immenso per questa ragazza, che ci è stata presentata nel fiore della giovinezza, piena di gioia di vivere. Mi sono trovato davanti a una persona completamente diversa dall'immaginario che ognuno di noi si era creato.")
A questo punto mi chiedo: è giusto che la politica continui a parlare e ad usare per meri interessi propri la vicenda Englaro? Stiamo parlando di quella stessa politica che da tempo ragiona di una legge sul testamento biologico, senza giungere a nessun atto concreto. Con la mia memoria arrivo ancora ai tempi del governo Prodi, con Ignazio Marino presidente della commissione Sanità del Senato, la quale aveva licenziato un testo; e poi come mai non se n'è più fatto nulla? Troppi erano i disaccordi sulla questione tra i cattolici e i laici del Pd, duramente contrapposti. E arriviamo così ad una sentenza della Corte di Cassazione che respinge il ricorso della procura di Milano, autorizzando la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione ad Eluana.
Ritengo che la politica debba fare un serio esame di coscienza: su una materia riguardo la quale doveva legiferare il Parlamento è dovuta intervenire la magistratura per sanare evidentemente una mancanza della legge. E ora che fa il Governo? Fa i salti mortali, convocando in fretta e furia Camera e Senato per lunedì al fine di discutere un ddl sul testamento biologico...
Non credo sia proprio la maniera più giusta di agire: indipendentemente da ciò che ciascuno di noi possa pensare riguardo la fine della vita, è bene mantenere comunque un certo contegno dinanzi al dolore profondo di un padre che vede da 17 anni la sua figlia nelle condizioni che tutti conosciamo. Rispettando quindi anche la sua decisione di porre fine alla vita (se tale può essere definita) di Eluana. Ecco perchè ha fatto bene, a mio parere, il presidente Napolitano a non firmare il decreto legge approvato venerdì mattina dal Governo dal momento che "non è intervenuto nessun fatto nuovo che possa configurarsi come caso straordinario di necessità ed urgenza ai sensi dell’art. 77 della Costituzione se non l’impulso pur comprensibilmente suscitato dalla pubblicità e drammaticità di un singolo caso."

sabato 24 gennaio 2009

TEMPORANEO AGGANCIO ALL'INTER

Partita intensissima e di sofferenza, per la Juve, che fino alla fine ha dovuto stringere i denti per portare a casa tre punti preziosissimi, che vogliono dire aggancio, sebbene solo temporaneo, solo per 24 ore, all'Inter capolista, che domani sera, senza Ibrahimovic in campo (e sono dolori!!!) se la vedrà con la Samp.
Una nota particolare meritano Marchionni e Marchisio: sono stati gli ispiratori e i trascinatori della squadra; il primo sempre presente sulla fascia, sempre pronto ad affondare il colpo, mettendo al centro palle insidiose, il secondo mostra sempre più le sue qualità, nonostante la giovane età (Borgonovo dice sia "il nuovo Tardelli"), che gli permettono di fare aperture e lanci lunghi smarcanti con sicurezza e precisione disarmanti, senza contare il perfetto inserimento su suggerimento del Capitano, che vale il gol della vittoria.
La Juve mostra sempre più il suo carattere di squadra, la sua capacità di trovare nel gruppo la linfa vitale per vincere i momenti più duri e affrontare la sofferenza, proprio come stasera: c'era la necessità dei tre punti, vista l'occasione sciupata domenica scorsa, e li abbiamo raccolti!
Da tifoso onesto, amante del gioco leale, sottolineo come la partita sia stata inficiata da una direzione arbitrale non certo perfetta: il gol annullato a Gilardino era regolare e il contatto in area tra Jovetic e Mellberg era da sanzionare con il rigore. Oltre a qualche scontro troppo rude non fischiato. Mentre i guardalinee, tranne l'episodio ricordato, hanno effettuato sempre chiamate giuste.

sabato 17 gennaio 2009

ESEGUENDO LA SENTENZA



ESEGUENDO LA SENTENZA

Roma, 1978. Dietro le quinte del sequestro Moro

Giovanni Bianconi

Einaudi Stile Libero


€ 17,00

Per i ragazzi della mia età, il 1978 è un anno lontano, che non figura nel calendario e che si fatica a ricordare o a immaginare. E invece il 1978 è un anno di svolta, un giro di boa segnato da un evento tanto tragico quanto importante nella storia italiana: l’omicidio del presidente della Dc Aldo Moro ad opera delle Brigate Rosse.
Utile per farsi un’idea dei 55 giorni di prigionia dell’onorevole Moro e del clima che si respirava intorno al sequestro è il libro “Eseguendo la sentenza ” di Giovanni Bianconi (di cui ho avuto il piacere di seguire la presentazione a Pavia presso l’Almo Collegio Borromeo alla presenza di Virginio Rognoni, Corrado Belci e Mino Martinazzoli); ho finito di leggerlo da poco e ne sono rimasto piacevolmente sorpreso. Perché, come ben sapete, libri sul sequestro Moro ne sono stati scritti tanti, ma questo mi è sembrato attenersi ai fatti e al contempo restituire al lettore l’aria pesante di quei giorni difficili.
Fin dall’inizio si viene catapultati dall’autore nella vita di coloro che hanno vissuto i giorni del sequestro; il libro si apre puntando l’obiettivo su Tiziana, una laureanda che proprio giovedì 16 marzo 1978 doveva discutere con il professor Moro la sua tesi. E che invece scopre, una volta arrivata all’università, che la seduta di laurea non può tenersi perché il presidente Moro è stato rapito dalle Br. Ma il 16 marzo 1978 era un giorno particolare anche perché (per una casualità, come hanno confermato anche i brigatisti) in Parlamento si votava la fiducia al governo Dc-Pci: in effetti il presidente Moro si sarebbe recato prima in Aula per poi seguire la seduta di laurea di Tiziana. Ma il programma venne completamente cambiato dal sequestro. Da questo momento in poi l’atmosfera che si respira per tutto il libro è piuttosto greve, interrotta solo per qualche pagina da segnali di speranza, segnali che lasciavano intravedere una possibile via per la salvezza di Aldo Moro. Fino ad arrivare al 9 maggio, in via Michelangelo Caetani, dove, all’interno di una Renault 4 rossa, viene fatto trovare il cadavere del presidente della Dc, ucciso poco prima dal commando brigatista, all’interno del quale qualche segnale di cedimento dinanzi all’esecuzione si era palesato.
La capacità di Bianconi sta nel tenere il lettore incollato al libro, che pare, senza volerlo sminuire, un romanzo, in quanto ai dialoghi si alternano numerosi documenti risalenti all’epoca, proveniente dai giornali, dalla tv, dai comunicati delle Br e dai verbali delle forze dell’ordine. Una grande documentazione, pertanto, che sostiene il resoconto di 55 giorni, all’interno del quale l’autore non manca di mostrare la psicologia delle varie persone, dalla famiglia Moro fino ai compagni di partito più stretti di Moro, dal presidente del Consiglio ai brigatisti. Tra tutte, la figura più significativa che emerge dal libro è quella di Eleonora Moro, “Noretta” per Aldo Moro, la quale si fa carico di aiutare i figli ad affrontare la tragedia, dovendo anche far fronte alle pressioni della politica che incombe sulla tragedia improvvisamente piombata in casa Moro il 16 marzo: per tutto il libro la figura di Noretta è la più forte, la più tenace, una vera lottatrice.
Con questo libro, quindi, Bianconi va letteralmente “dietro le quinte” del sequestro Moro, portando all’attenzione del lettore da una parte la vicenda umana della famiglia Moro e dall’altra la vicenda politica della Dc che in quel momento attraversava un periodo delicato, sempre supportato da una gran quantità di documentazione, parte della quale proposta per la prima volta.

“Un libro che poteva essere scritto solo oggi. Interrogando, oggi, i testimoni e i documenti di allora. Compresi alcuni, dimenticati o ignorati, che vengono proposti al pubblico per la prima volta.”





sabato 10 gennaio 2009

10 GENNAIO, SANT'ALDO EREMITA


Oggi, 10 gennaio, si festeggia il mio onomastisco, Sant'Aldo eremita.


Non si sa esattamente in quale epoca S. Aldo sia vissuto, probabilmente nei secoli intorno al Mille. Secondo una tradizione fu eremita e carbonaio a Carbonia presso Pavia, e a Pavia fu sepolto nella cappella di S. Colombano, dalla quale fu traslato nella basilica di S. Michele. Non a caso la memoria di S. Aldo si è conservata a Pavia, che fu un tempo capitale del Regno dei Longobardi. E’ probabile, infatti, che sangue longobardo scorresse nelle vene del Santo eremita, o così almeno fa pensare l’origine del suo nome, che la parola longobarda “ald”, con il significato di vecchio.

Etimologia: Aldo = vecchio, dal longobardo (può essere accorc. di vari nomi = Baldo, Rinaldo, Teobaldo, Ubaldo, ecc.)

Di S. Aldo, assai popolare nel nord, si conosce ben poco.
Ignoriamo perfino il luogo e la data della nascita, e quando si vuol determinare l'epoca in cui visse si parla vagamente del sec. VIII. Un dato sicuro è il luogo di sepoltura, a Pavia, dapprima la cappella di S. Colombano e poi la basilica di S. Michele.
Un'antica tradizione lo presenta come carbonaio ed eremita nel pressi di Pavia, a Carbonaria. L'inclusione di S. Aldo nei Martirològi dell'Ordine benedettino ha fatto supporre che egli sia stato monaco a Bobbio, il celebre monastero fondato nel 614 da S. Colombano, a mezza strada tra il cenobio degli orientali e la comunità monastica creata un secolo prima da S. Benedetto. Il punto d'incontro di queste due forme di ascesi sembra indicato dall'esperienza religiosa del santo eremita che commemoriamo, un orante dalle mani incallite e il volto annerito dalla fuliggine delle carbonaie.
I monaci irlandesi di S. Colombano non conducevano una vita eremitica in senso stretto. Ognuno si costruiva la propria capanna di legno e di pietre tirate su a secco, entro una cinta rudimentale, per isolarvici in solitaria contemplazione nelle ore dedicate alla preghiera. Poi ne usciva con gli attrezzi da lavoro per recarsi alle consuete occupazioni giornaliere e guadagnarsi da vivere tra gli uomini col sudore della fronte. Insomma, l'eremita si allontanava provvisoriamente dagli uomini per dare più spazio alla preghiera e riempire la solitudine esteriore con la gioiosa presenza di Dio. Ma non si estraniava dalla comunità, alla cui spirituale edificazione contribuiva con l'esempio della sua vita devota e anche con carità fattiva.
Possiamo quindi ritenere S. Aldo un felice innesto dello spirito benedettino con quello apportato dai fervidi missionari provenienti dall'isola di S. Patrizio, l'Irlanda, l'"isola barbara" trasformata in "isola dei santi" per la straordinaria fioritura del cristianesimo. S. Colombano ne aveva portato sul continente una primaverile ventata di nuova spiritualità.

Piero Bargellini, da: http://www.santiebeati.it/dettaglio/36800

lunedì 5 gennaio 2009

UNA SCUOLA NOIOSA


Finalmente, dopo tanto, un gruppo di indagine del Ministero dell'Istruzione della Gran Bretagna testimonia ciò che penso e affermo da tempo anch'io: se gli studenti non brillano a scuola, è colpa dei docenti che sono noiosi e per niente coinvolgenti. Lo riferisce il corrispondente da Londra de La Repubblica Enrico Franceschini.

"Esiste assolutamente una correlazione tra la noia e i risultati accademici", afferma Christine Gilbert, capo degli ispettori scolastici. "La gente separa i metodi di insegnamento dal comportamento degli studenti, ma questo è un errore. La nostra ricerca dimostra che le due cose sono strettamente collegate e che gli studenti si comportano molto meglio, da un punto di vista disciplinare così come dal punto di vista del rendimento accademico, se l'insegnamento è buono, valido, stimolante, se vengono coinvolti dall'insegnante, se il metodo è appropriato alle loro possibilità. In tal caso, gli studenti non hanno lo sguardo perso nel vuoto cinque minuti dopo l'inizio delle lezioni. Altrimenti si forma un ciclo negativo, per cui gli studenti sono annoiati e non si sentono motivati, così cominciano a usare il loro potenziale per altri fini, per cui chiacchierano con i compagni, si distraggono, distraggono a loro volta gli altri e l'intera classe si ritrova nei pasticci".
E' ovvio che non si può essere assoluti, oltrechè ingiusti: il fatto che i propri figli non vadano bene a scuola non è da imputare totalmente agli insegnanti. E' chiaro, però, come emerge da questo rapporto, che la scarsa capacità di attrarre l'attenzione comporta una maggior distrazione dei ragazzi dal loro precipuo obiettivo, lo studio. Accanto a questo - è bene non dimenticarlo, come sottintendevo poco prima - è necessario che gli studenti si applichino a casa, che perciò eseguano i compiti assegnati, senza sentirsi sollevati da questo (per alcuni) gravoso compito solo perchè i docenti sono noiosi. Allo stesso modo le note di demerito, i brutti voti o le bocciature non vanno prese con la filosofia del "non è colpa mia, è colpa del prof che non è capace". Questo, oltre al fatto di non rispettare l'autorità, rappresentata dall'insegnante, inculca nei ragazzi un cattivo pensiero, tale per cui non li si aiuta per nulla a responsabilizzarsi, dal momento che c'è sempre qualcuno che prende in carico i loro doveri.

Mi rivolgo perciò ai docenti, per lo meno a coloro che talvolta pensano questo problema sia secondario: se scoprite che una classe va alla deriva, cominciate a chiedervi se voi state facendo tutto il possibile, non solo in termini di nozioni che affidate loro, ma anche in termini di coinvolgimento; valutate se vi è la giusta empatia, la giusta intesa, quel feeling, talora sottile e così importante, che può dare una svolta al rapporto tra voi, docenti, e loro, alunni, i quali necessitano assolutamente del vostro sapere. Per esperienza personale posso affermare che i docenti che maggiormente si sono impegnati a integrarsi con la classe sono quelli che mi hanno dato di più: non intendo dire solo in termini di insegnamento, ma anche in termini di umanità, di cultura, di apertura mentale e sono quelli che, pertanto, ricordo di più ora, a distanza di anni dal termine della scuola, e che rimpiango quando vedo come altri loro colleghi affrontano la stessa professione.

lunedì 29 dicembre 2008

GITA A MEGEVE


Durante il mio soggiorno natalizio in montagna, a Courmayeur, ho fatto visita alla città francese di Megève, ridente località dell'Alta Savoia, circondata dalle montagne e meta di numerosi turisti, soprattutto d'inverno.
Qui vi propongo un breve video fotografico del centro di Megève.



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