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mercoledì 29 aprile 2009

MARCELLO VENEZIANI RACCONTA IL SUD


Sud
Un viaggio civile e sentimentale

Marcello Veneziani

Mondadori


€ 17,50


Marcello Veneziani ritorna alle origini. Ritorna alla sua terra natale, in quella Puglia che accoglie Bisceglie (dove è nato e cresciuto) e più in generale in quel Sud, al giorno d’oggi sempre più bistrattato e sempre più agli onori della cronaca per fatti di cui certo non vantarsi. Ma Veneziani, invece, come si vede anche nel sottotitolo, fa “un viaggio civile e sentimentale”, racconta il Sud “come un mito vivente”.
Sta in queste e in altre parole la spiegazione del perché egli abbia scritto un libro che parla del Sud: si tratta di “un elogio dell’arretratezza”? O di un “un tardivo amore di coccodrillo per le origini tradite”? Ha considerato che “al Sud si legge poco” e che “difendere il Sud è una battaglia di retroguardia”? No, dice l’autore, “non è così o forse è così come dite voi, ma tutto quel che dite in blocco, senza escludere niente…”

Il viaggio, non solo letterario, parte dal punto estremo, Capo Leuca (chiunque non vi sia ancora stato è caldamente invitato a recarvisi, pena la perdita della vista di un posto veramente ameno, con annesso giro in Salento, per rimanerne estasiato, ndr), in un pomeriggio estivo, in cui “un solleone maestoso” e una canicola infernale non danno tregua né permettono di trovare refrigerio. E si snoda per mille strade e mille pensieri, con un ritmo incalzante e piacevole e un’atmosfera ricreata ad arte, che, ad un certo punto, sposta il lettore direttamente sul luogo del racconto. “Risalendo lungo la balconata pugliese”, Veneziani tratteggia la Puglia: “una specie di Padania del Sud, una congettura”, “un condominio di province, repubbliche o principati”. Ricorda così le tradizioni inventate nel corso del Novecento, come la devozione per Padre Pio a San Giovanni Rotondo, la Fiera del Levante a Bari, i festival di “pizzica e taranta” come quello di Melpignano. O le figure importanti, almeno tre: Peppino Di Vittorio, “capo storico della Cgil”, Araldo di Crollalanza, ministro dei Lavori pubblici durante il fascismo, “che fece moltissimo per il Sud arretrato e terremotato, e soprattutto per la sua Bari” e Padre Pio “che espresse l’anima antica del devoto Sud”. Oltre a Gaetano Salvemini, Aldo Moro, don Pasquale Uva. E come dimenticare Pinuccio Tatarella, “il Peròn di Cerignola”. Senza tralasciare la Sacra Corona Unita che “non ha attecchito del tutto in Puglia” e la Striscia di Andria, “organizzazione malavitosa del dopoguerra che saccheggiava i treni”. Veneziani si scaglia poi contro “Cafon Valley”, “un animato sobborgo dell’estate (…) fondato sulla vistosità e sul rumore”, l’emblema del cattivo gusto e della sguaiatezza, il mezzo più utile per far male alla Puglia e al Sud in genere (perché, girando il Sud, si incontrano tante Cafon Valley). Una menzione speciale per la cucina pugliese, che nasce da “ricchezza e povertà”.

Il viaggio continua in “Entroter
ronia, sprofondo Sud”, dove in una sola giornata si può assistere a tutti i mali del Sud. Come? Rimanendo bloccati in autostrada a causa del rovesciamento di un’autocisterna tra Caianello e Caserta. Il Sud isolato dal mondo, fuori da ogni via di comunicazione. E il problema delle autostrade al Sud, e dei collegamenti in generale, è questione annosa e decennale: tanto che – dice Veneziani – “Cristo si è fermato a Eboli per non imboccare la Salerno-Reggio Calabria”. Perché, se il Sud è “discretamente collegato con il Nord o con il centro”, invece “è disastrosamente scollegato da se stesso”. Vogliamo parlare, poi, del terremoto? Ormai, al Sud, il terremotato è un mestiere. Come ha dimostrato l'articolo di Stella sul Corsera di qualche giorno fa, c’è chi campa sul terremoto: non solo cittadini, ma politici e amministratori locali si spartiscono e, pertanto cercano di allargare il più possibile, la torta dei terremotati.
Veneziani viene poi a tracciare i
ritratti, antropologicamente pungenti, di Clemente Mastella e Antonio Di Pietro, “dioscuri del profondo Sud, quello dell’entroterra”, “i Romolo e Remo dell’Interno Sud, fratelli coltelli a volte con ruoli invertiti”.

Si scende poi in “Calabria Saudita”, dove, nonostante l’aspetto squallido ed aspro del paesaggio, in realtà si incontra “l’ospitalità radicale dei calabresi” e i “segni persistenti della matrice ellenica”. La Calabria è anche la terra che ha visto morire Gioacchino Murat, “l’unico re giacobino che la storia ricordi”, che aveva regnato a Napoli e aveva beneficiato e valorizzato Bari, sebbene trovò la morte a Pizzo Calabro nel corso di un’”esecuzione tormentata”.
Che rapporto ha il Sud con il denaro?, si chiede Veneziani. Al Sud, a giocare un ruolo ancora molto im
portante, è il contante, dal momento che “le carte di credito non hanno sfondato”. E poi non dimentichiamo il valore della provvista d’olio, di un terreno o di una casa di proprietà: è ancora importante il “rapporto fondato sul baratto, sul dono e la riconoscenza”.

Oltrepassando lo Stretto, si sbarca in Sicilia, “un cannolo puntato sul continente”. Veneziani è assolutamente convinto che, essendo la Sicilia “un mondo a sé, per natura e cultura, indole e storia”, è un bene per entrambi, Sicilia e continente, se gli stessi rimangono separati. Quindi parla di mafia, che fa affari col potere, “si piazza al crocevia tra ricchezza e povertà, speculando su ambedue”; ma qual è la sua matrice psicologica? “Il mammismo meridionale è la placenta della mafia”, per quella “vocazione meridionale e mediterranea a infrangere il codice paterno e a riconoscersi nel principio materno del clan”. Interessante il passo riguardante la violenza in quanto l’autore si chiede se effettivamente essa sia un tratto distintivo del Sud in genere. E risponde ricordando che in questo “imbarbarimento” ha pesato molto “la crescita della ricchezza senza la parallela crescita della civiltà”, “il dislivello tra la tecnica in espansione e la cultura in ritirata”, la “perdita della tradizione”.
Come poter sorvolare sul “paradigma meridionale, nazionale e forse mondiale del personale inutile e sovrabbondante, iperpagato e ipoimpegnato” che è la regione Sicilia? In questo contesto la raccomandazione “distorce il principio della responsabilità individuale” e il merito è alieno. Particolarmente simpatico il passo su Cenzino Benaccolta, colui che aveva mandato “al suo caro compagno di scuola Totò Cuffaro” un vassoio di cannoli per festeggiare la condanna a cinque anni.

Risalendo dalla Sicilia, si arriva a “Napule, caput mundezzi” per fare un viaggio nel “voluttuoso declino di una capitale svogliata”. Il cui degrado è iniziato dopo il 1980 con la conseguente “gestione infame”. Facendo apparire la città come la
capitale degli scippi, dei furti, dell’immondizia, del potere mal gestito, dell’inganno sempre e comunque. “Il tutto è bagnato nell’indolenza, nell’accidia e in un falso fatalismo ai danni del prossimo”.
Due pagine sono dedicate a Roberto Saviano, “vittima annunciata e spettacolarizzata della camorra, da lui sfottuta in modo così plateale”. Viene lodata la sua opera e un po’ criticata la sua decisione di far sapere di voler lasciare l’Italia. Ciò che Veneziani non condivide in assoluto è stata la scelta di mandare Gomorra ad Hollywood a rappresentare l’Italia, riducendo l’immagine del nostro Paese a sola camorra, “un’immagine vera ma unilaterale e miserabile”.
Altrettanto caustico è il ritratto di Mario Merola, non tanto rivolto alla persona, quanto al mondo di valori che ha impersonato: ad un suo spettacolo teatrale, accanto al “patriottismo popolano”, con annessi folclore e sentimenti veri, si poteva fare “un censimento della malavita locale e dell’indice di consenso all’illegalità”. Triste è stato vedere le più alte cariche dello Stato ad “omaggiare Merola in piena bufera di malavita”.
Il capitolo si conclude nella speranza di un “camorrismo inverso”, cioè di quell’insieme di “reti di comparaggio solidale e clan buonavitosi”, che possano far cambiare l’immagine triste e criminosa c
he generalmente è attribuita a Napoli.

Come avete potuto apprezzare, il viaggio di Veneziani è un viaggio nelle viscere, nell'anima del Sud, un viaggio alla riscoperta del Sud più vero e genuino. Verrebbe quasi da dire, giunti al termine del libro, che tutto il Sud è paese, tali e tanti sono i tratti distintivi che segnano le peculiarità di una terra, che ha visto nascere la civiltà moderna ed è stata culla e vittima delle dominazioni di varie popolazioni. La quale tuttavia oggi soffre della cattiva immagine attribuitale, non certo casualmente: si parla di “questione meridionale”, termine che Veneziani stesso aborrisce perchè è diventato ormai un semplice velo, dietro il quale nascondere quel mix di accidia, indifferenza ed indolenza che tanto male hanno fatto e fanno tuttora al Sud.
Un libro, in definitiva, che non vuole nè idealizzare il Sud nè tanto meno non ricordare le amenità che da sempre ne hanno fatto una terra fertile sotto tutti i punti di vista.

sabato 29 novembre 2008

GRAN SUCCESSO DI VENEZIANI A CASTEGGIO

Grande successo domenica scorsa per la presentazione del libro "Rovesciare il '68" di Marcello Veneziani, la sala della Certosa Cantù tutta piena per poter ascoltare l'autore spiegare il suo punto di vista sul 68. A dialogare con lui è stato il dottor Fabrizio Guerrini, giornalista della Provincia pavese, che ha avuto il merito di toccare tutti i temi più importanti trattati nel libro: si partiva da una citazione per poi allargare il discorso ad ambiti affini.

Innanzitutto Marcello Veneziani tiene a precisare che il suo è un libro "omeopatico": ha voluto scrivere cioè "un libro che curasse il '68 scendendo sul terreno del '68", evitando la formula del saggio, con lunghe frasi contenenti tesi poco
chiare, e preferendo la forma del flash, di frasi brevi ed efficaci, che potessero arrivare subito al dunque. Nel corso dell'incontro, l'autore sottolinea e spiega le tesi forti della sua opera, che trapelano nettamente dai flash che la compongono. Egli ritiene che il 68 sia stato uno "spartiacque culturale e civile, italiano e forse non solo italiano", così come hanno sostenuto papa Ratzinger e Monsieur Sarkozy, i quali hanno espresso la volontà di mettersi alle spalle questo periodo. Perchè intorno al 68 si è creata una "retorica di celebrazione", sebbene esso sia stato "un anno povero di eventi", "un anno piccolo" che non ha "innescato una rivoluzione politica o economica" in quanto nessun Paese ha mutato il suo assetto di governo, né è stato rovesciato il sistema capitalistico criticato dai sessantottini. E allora perché ne parliamo?, si chiede lo stesso Veneziani; ne parliamo perché è stata una "grande rivoluzione civile, una grande rivoluzione di costume": infatti, "quando parliamo del '68 (...) intendiamo sintetizzare un cambiamento d'epoca, un clima che muta radicalmente". Ne parliamo anche perchè, in fondo, il 68, nei Paesi occidentali, "fu una rivolta parricida: il simbolo da abbattere era il padre", intendendo definire con la parola "padre" il padre reale, il Padreterno, la tradizione, il docente ovvero tutto ciò che incarnava la responsabilità e l'autorità; "una rivolta contro il padre, che aveva da una parte uno spirito anarco-libertario e dall'altra una tensione massimalista, estremista". Lo spirito anarco-libertario caratterizzò il 68 fin dall'inizio, con le contestazioni americane contro la guerra in Vietnam, per un'università libera, contro il puritanesimo, mentre la tensione massimalista influì, invece, sulla violenza che sfociò negli anni di piombo. Ciò che sottolinea inoltre Veneziani è il fatto che "i sessantottini hanno rotto i ponti non solo col passato ma anche con l'avvenire"; si tratta, infatti, della prima generazione a crescita zero: la generazione, nata dal boom demografico, che "produce lo sboom demografico, cioè la denatalità dei nostri anni". Questo perchè "i sessantottini sono egocentrici, vivono nella dimensione dell'adolescenza permanente (...), non vogliono sentirsi responsabili del futuro" e quindi "mettere al mondo figli è un ingombro, una perdita del loro io, del loro egocentrismo, del loro egoismo". L'attenzione si sposta poi sul '68 dell'Est, totalmente diverso dal nostro: come si legge in un passo del libro, mentre loro "affrontavano i carri", "noi affrontavamo la carriera" piazzando in posti sempre più prestigiosi persone che avevano sfasciato la famiglia, l'università, ecc. e che, proprio per aver fatto il 68, ereditavano il diritto a vedersi assegnato un posto nella società. Per esempio, nella scuola: il giudizio di Veneziani al proposito è severo, in quanto "la scuola, con i docenti, non ha governato il cambiamento", "dopo il 68 è stata privata dei suoi criteri elementari: il senso di responsabilità, l'intreccio tra diritti e doveri, la meritocrazia, la valorizzazione delle qualità", togliendo così ai meno abbienti la possibilità di guadagnarsi un posto nella piramide sociale. Veneziani afferma con forza: "quando tu togli la meritocrazia, togli l'unico criterio alternativo alla ricchezza, quello fondato sulle capacità personali", permettendo così solo a "chi ha un contesto favorevole" di avanzare e raggiungere degli obiettivi. L'ultimo punto trattato dall'autore è il "conformismo della trasgressione che diventa un obbligo rituale" tanto che oggi è "più trasgressivo dirsi sensibile alla tradizione". A tal proposito Veneziani ricorda come il linguaggio è cambiato dopo il '68. I sessantottini criticano il linguaggio borghese, ipocrita, il "manierismo delle buone maniere": si arriva così da una parte alla trivialità, al linguaggio volgare e sboccato, alla parolaccia e alla bestemmia, dall'altra il linguaggio adeguato al politically correct, "che impone di non dire mai le cose come sono" per cui il cieco è il non vedente, il bocciato è il non promosso, ecc.

Insomma, il giudizio di Veneziani sul '68 è assolutamente caustico, teso però a cercare di superare al più presto la moda di parlarne, anche a quarant'anni di distanza, perchè in fondo non vi sono motivi per ricordare il 68 come un anno diverso dagli altri.

Ecco due video con i frammenti più significativi della presentazione del dottor Veneziani.
Ricordiamo che, per meglio ascoltare il video, è necessario fermare la riproduzione della musica di sottofondo; per farlo, basta scorrere la pagina fino in fondo, dove è collocata la banda di riproduzione, su cui cliccare il pulsante di pausa. In alternativa, cliccate sui seguenti link: 1° FRAMMENTO ; 2° FRAMMENTO.


1° FRAMMENTO



2° FRAMMENTO



giovedì 20 novembre 2008

MARCELLO VENEZIANI E IL '68


Rovesciare il '68.
Pensieri contromano su quarant'anni di conformismo di massa

Marcello Veneziani


Mondadori

€ 17,00

Il 68 è al potere e vigila su di noi. L'onda lunga e corrosiva del 68, l'ultima febbre che attraversò le giovani generazioni in Occidente, pervade ancora la nostra epoca.
I rivoluzionari di allora e i loro continuatori sono divenuti la nuova classe dominante nel mondo della cultura e della politica, dei media e dell'istruzione, del sindacato e della magistratura, e primeggiano nel regno del divertimento e della pubblicità. Fallito come rivoluzione politica, il 68 si è mutato in ideologia radical, conformismo di massa e canone di vita. Ha distrutto i valori della tradizione, dell'educazione, della religione, mandando in frantumi scuola e famiglia e lasciandoci in eredità un'ideologia libertina e permissiva sul piano dei valori e dei doveri, dei costumi e dei linguaggi, ma intollerante e repressiva verso chi non si riconosce in quel movimento libertario, nei suoi codici e modelli.
Dopo quarant'anni è ormai tempo di bilanci, revisioni critiche e necessarie inversioni di rotta. Marcello Veneziani ripercorre la multiforme eredità della parabola contestataria e critica le ideologie discendenti con un caleidoscopico e caustico bazar di appunti e frammenti, di foto di gruppo e di istantanee di pensiero. Un viaggio attraverso quattro stagioni: l'autunno del 68, "virus di un'epoca riassunto nella superstizione di una cifra"; l'inverno del nostro scontento, tra le ingombranti rovine lasciate dal ciclone sessantottino, soprattutto nell'ambito dell'educazione e della scuola; la primavera della famiglia distrutta dall'ideologia contestataria; infine l'estate della tradizione, intesa come vera trasgressione futura, capace di ricomporre i frammenti di una narrazione interrotta, di un tessuto civile lacerato, di simboli culturali mozzati.
Un testo negazionista del 68, irriverente verso i nuovi divieti e i nuovi obblighi di leva, che non ha paura di essere troppo rivoluzionario né troppo conservatore.

Insomma, Veneziani getta uno sguardo quarant'anni dopo su quel fenomeno che è diventato il '68, traendone un bilancio, dal momento che quel periodo ha partorito figli e anche nipoti. È salito al potere e diventato conformismo di massa, anzi, sostiene Marcello Veneziani, canone di vita.
Ha creato luoghi comuni e nuovi pregiudizi, codici ideologici, il cui rispetto implacabile è il presupposto unico per poter vivere il proprio tempo: emblema di questa tendenza è il politically correct.
Nel 2008 - ricorda curiosamente l'autore - i sessantottini sono diventati sessantottenni ed è ora di fare i conti con la loro opera e la loro eredità.
Per compiere questo viaggio in un'epoca così particolare e così importante per le ripercussioni sul presente, Veneziani si affida ad un veloce insieme di schizzi e frammenti, di flash e immagini, di foto di gruppo e istantanee di pensiero. Uno zapping animato da un triplice progetto: descrivere in breve il '68; ricordare cosa resta e quali sono le sue rovine oggi spesso ingombranti; capovolgere il '68 attraverso l'uso creativo e trasgressivo della tradizione, quella tradizione che per tanto tempo è stata denigrata e che andava superata.

Solo per darvi un'anteprima, abbiamo scelto alcuni passi, che ci sono parsi interessanti e significativi per ciò che racchiudono: giusto per un assaggio prima della lettura, caldamente consigliata!

La rivoluzione sognata dal 68 non ha rovesciato gli assetti di potere, i rapporti di classe, ma i valori e i costumi.

Il 68 infiammò un'epoca e poi lasciò una nuvola di fumo. Fumo ideologico per una generazione rapita da fumose utopie. Fumo di molotov, micce e P38 per una generazione che scelse la violenza e il partito armato. Fumo di canne e allucinogeni per una generazione che fuggì dalla realtà attraverso la droga. Le tre gioventù fumanti che uscirono dal 68 inseguivano un miraggio comune: il paradiso artificiale a portata di mano.

(...) gli effetti sociali e culturali furono vasti e devastanti: la scuola e l'università, la chiesa e le istituzioni, la famiglia e la borghesia uscirono peggio di come vi erano entrate. Non solo più affaticate e demotivate, ma anche umanamente, culturalmente, eticamente sfiancate, inacidite, peggiorate.

L'egocentrismo generazionale e soggettivo fu l'effetto più profondo del 68.

Il professor Platone, nell'VIII libro della Repubblica dimostra che il 68 non fu nemmeno una novità, ma un vetusto rigurgito anarchico che periodicamente risale dalle viscere della storia.

La società estetica, fondata sul principio del piacere, fu il sogno che percorse il 68, somministrato da Marcuse.

La liberazione sessuale ha coinciso con l'uso commerciale e consumistico e della donna.

Il professore che un tempo godeva di prestigio e autorevolezza è ridotto al rango di colf o animatore. E' sceso nella scala sociale, e costituisce un antimodello, ciò che i ragazzi non vogliono diventare... Altrimenti finisci come lui, a insegnare...

La trasgressione è intesa come la normalità.

La maggior parte degli antifascisti che fecero la Resistenza non volevano la libertà ma un'altra dittatura, comunista o giacobina. Sognavano un totalitarismo più compiuto rispetto a quello fascista, che abolisse proprietà, disuguaglianze, mercato e religione.

(...) Interiorizzazione del pubblico, esternazione dell'intimo. Ciò che è privato si confessa in pubblico, esige pubblico. Con la scusa dei diritti civili, la città entra in casa. Qui ha vinto davvero il 68: il personale è politico.

Lo sfascio famigliare ha prodotto una nuova figura tragica, grottesca e vagabonda: lo sfamiglio, che non è semplicemente un single, ma il profugo e il superstite dall'esplosione che ha colpito al cuore la cellula basilare della società, la famiglia.

La famiglia è il primo stadio di quel passaggio dalla natura alla civiltà; non cancella quel che è in natura, ma gli dà un senso, una norma, un riconoscimento, un'eredità e una prospettiva. (...)

(...) La tradizione trasmette non rimpiange. Esprime continuità, non cordoglio.

Le caste in Italia sono tre e non una soltanto: a quella politica, si aggiunge quella tecno-economica e quella intellettuale, allevata dall'italomarxismo e consacrata dal 68. Un sistema di caste a circuito chiuso, a cui si accede per cooptazione, affiliazione e accettazione del canone.

Né single né sposati, in medio stat virtus. In anulare stat virus.

I veri tradizionalisti amano gli alberi, a cominciare dall'albero genealogico.

Troppe morti per velocità, abusi, sesso, droga, alcol. La vita piace da morire.

La tv ha due facce: fa compagnia a chi è solo, isola chi è in compagnia.

(...) Nobile, contrazione aristocratica di non abile.

Gli ambientalisti crescono con l'inquinamento. Una città sana ha i polmoni verdi intorno e la materia grigia in testa. Qui si è invertito l'ordine cromatico.

La scuola si fonda sulla tradizione. Non c'è scuola se non c'è nulla da trasmettere, da tramandare. La scuola è connessione a una rete verticale di saperi ed esperienze tra generazioni. La sua chiave d'accesso è tra.

L'ipocrisia non è il contrario della verità, ma il suo galateo. L'ipocrisia non è come la menzogna: è il velo dorato sul vivere civile, funge da imene della verità, perchè la tutela, impedisce di violarla o abolirla. La verità attiene all'essenza della vita, l'ipocrisia riguarda le relazioni civili. La cultura discesa dal 68 pensò al contrario: dichiarò guerra all'ipocrisia ma dichiarò morta la verità. Squarciare il velo per non trovare nulla.

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