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lunedì 1 novembre 2010

ANDY WAHROL A CARBONARA SCRIVIA





A Carbonara Scrivia, presso l'antica torre del Dongione, si è appena conclusa un'interessante mostra su Andy Wahrol, uno dei rappresentanti più singolari della Pop Art, promossa dal comune di Carbonara Scrivia con il patrocinio della Provincia di Alessandria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e con la collaborazione della locale Pro Loco e della Galleria Palmieri di Busto Arsizio. Verrebbe da definirla una mostra di nicchia per le opere esposte, in tutto ventisei, realizzate con la tecnica della serigrafia e in alcuni casi con interventi pittorici su diversi supporti (carta, tela, cotone), tra le quali si ritrovano icone simbolo, ritratti di personaggi, progetti, cover di dischi, t-shirt, lavori ispirati dalle fiabe di Hans Christian Andersen e altre opere meno conosciute di Wahrol ma meritevoli di essere ammirate.
La mostra nasce dall'attenzione dedicatale da un cittadino di Carbonara, che l'ha ammirata presso la Galleria Palmieri di Busto Arsizio, cui è stato chiesto di portarla anche nel paese alessandrino e di curarne l’allestimento. A colpire il gallerista è stato il luogo dove è stata proposta la mostra: la contrapposizione venutasi a creare tra lo stile del torrione del Dongione e la creatività del poliedrico Wahrol. Vi posso assicurare che il risultato, come è possibile giudicare anche dalle foto, è ottimo, con queste opere singolari che riempiono le pareti di mattoncini del torrione a creare un netto contrasto tra passato e presente, tra ordine e disordine.





mercoledì 19 maggio 2010

MONTAGUTO-MONTACUTO: COSI' LONTANI E COSI' VICINI





Quando si dice "i casi della vita"... La curiosa coincidenza di cui vi sto parlando riguarda due paesi distanti tra loro circa 800 chilometri eppure così vicini, diversi per una sola consonante: vi sto parlando di Montaguto, in provincia di Avellino, e Montacuto, in provincia di Alessandria.

domenica 13 settembre 2009

VIGEVANO: UN INCANTO!

Sono tornato a Vigevano lunedì 7 settembre, a distanza di circa un anno dall'ultima volta. L'occasione è stata dettata dal concerto di Claudio Baglioni nel cortile del Castello Sforzesco: tuttavia, causa un guasto improvviso all'impianto luci poco prima dell'inizio del concerto, lo stesso è stato annullato e posticipato a mercoledì.
Comunque - stavo dicevo - che sono già stato a Vigevano: la prima volta, tuttavia, era sera e pertanto non ho potuto apprezzarla in tutta la sua bellezza. Al contrario, lunedì, sono arrivato sul posto a metà pomeriggio, proprio per concedermi una visita del centro e ne sono rimasto molto affascinato. Tutto ruota intorno alla splendida Piazza Ducale, con il Duomo o Cattedrale di Sant'Ambrogio sul fondo e i palazzi che la circondano tutti decorati con affreschi.

mercoledì 9 settembre 2009

GITA IN TERRA EMILIANA

Immaginatevi una domenica di settembre, ancora riscaldata da un sole cocente e con un cielo terso, la voglia di lasciare la mente libera per svuotarsi e rilassarsi. Spinto da questo dolce pensiero, domenica scorsa sono partito verso le tre e mezza circa del pomeriggio alla volta di... una meta in parte sconosciuta anche a me, che avrei deciso cammin facendo.
Da Vignole Borbera ho risalito tutta la val Borbera, affollata di gente che si gustava ancora il fiume, oltrepassando Cabella Ligure e arrivando a Capanne di Cosola, il punto più alto della valle; particolare curioso: partito da Vignole con una temperatura di 25 °C, lassù, alle Capanne di Cosola, la stessa era scesa a 17 °C! Mi fermo un attimo per ammirare il panorama dei colli dell'Appennino, che si rincorrono, uno dietro l'altro, in una verde distesa.
Proseguo il viaggio scendendo in direzione di Santa Margherita Staffora e, una volta giunto nella sede municipale di Casanova Staffora, svolto a destra in direzione di Brallo di Pregola: questa località, centro federale di tennis, è nota, tra le altre cose, per ospitare campi estivi per bambini dai 6 ai 16 anni. Immersi nella pace dell'Appennino, l'atmosfera di questi posti consente di ritemprare lo spirito e di godersi la vista di paesaggi molto gradevoli: così ho deciso di fermarmi per sgranchirmi un po' le gambe e respirare un po' di aria buona, al fresco degli alberi.
Il viaggio è continuato verso il passo del Penice, cui si giunge dopo circa 10 chilometri, attraversando il comune di Menconico. Il passo del Penice mette in comunicazione la valle Staffora, lombarda, con la Val Trebbia, emiliana, e si trova lungo la ex SS 461 del passo del Penice (recentemente asfaltata nel tratto che ho percorso). Qui è presente un piazzale con parcheggio e bar, in quanto il passo è sede di sosta e relax per numerosi motociclisti: non vi dico quanti ne ho incontrato e quanti mi hanno sorpassato! Ma l'aspetto più importante è il panorama (nella foto sopra), che domina l'alta Val Tidone, le ultime colline dell'Oltrepo e la Pianura Padana; stando a quanto dice Wikipedia alla voce Passo del Penice, "in giornate serene è possibile persino scorgere, dietro le vette sul confine, vette dell'Oberland bernese come la caratteristica piramide sghemba del Finsteraarhorn." Sul piazzale è posta la statua di San Colombano, diventato dal 23 novembre 2002 santo patrono dei motociclisti.
Oltrepassato il passo del Penice (scusate il gioco di parole), dopo circa dieci chilometri, sono sceso verso l'abitato di Bobbio, paesino da cui sono rimasto piacevolmente impressionato per lo scorcio della piazza con la fontana e le abitazioni in pietra. La mancanza di tempo mi ha impedito di girarlo, ma mi sono riproposto di tornarci per apprezzarlo meglio.
Da Bobbio ho preso la strada per Genova, la SS 45, per scendere verso la Val Bisagno , toccando Ottone e Corte Brugnatella, in territorio emiliano, e poi Gorreto, Rovegno, Montebruno fino a Torriglia, in terra ligure. Da qui, dopo un breve giro nel paese, ho proseguito verso Montoggio e Casella per giungere a Busalla, da dove ho imboccato la SP 35 dei Giovi, attraversando Ronco Scrivia, Isola del Cantone, Pietrabissara, Rigoroso e Arquata Scrivia e, da qui, mi sono diretto a Vignole Borbera.
Finalmente, dopo cinque ore di viaggio, inframezzate da poche pause, ho fatto ritorno a casa e mi sono riposato gustandomi una bella pizza margherita. Nonostante la stanchezza, sono rimasto contento del pomeriggio trascorso a visitare posti nuovi, alcuni dei quali seriamente meravigliosi.

martedì 21 aprile 2009

UN TESORO CHIAMATO DIALETTO


Molto spesso, trovandomi in giro, in mezzo a molta gente di tutte le età, presto grande attenzione al linguaggio, in tutte le sue forme. Soprattutto alla lingua dialettale, nella gran parte dei casi parlata da persone anziane. E così mi sono venute in mente alcune considerazioni.
Per Wikipedia, il dialetto, nell’accezione più usata del termine, è un “idioma con una sua caratterizzazione territoriale”: comunemente è la lingua del posto, tipicamente parlata dai nonni e dalle persone più avanti con gli anni. Che, spesso, a noi giovani suona strana, talvolta completamente straniera, talora poco educata o elegante (in base al vecchio credo per cui chi parlava il dialetto era persona di poca o nessuna istruzione). E, invece, con grande felicità, vedo che non dappertutto esso è considerato così dai giovani: anzi, per alcuni, è addirittura un vanto la sua conoscenza, un grande orgoglio saperlo parlare e potersi rivolgere così all’interno della compagnia.
Perché, a pensarci bene, quale lingua più del dialetto può esprimere lo stretto legame della gente al proprio territorio? Quale lingua meglio del dialetto può farsi veicolo di trasmissione di tradizioni, usanze, costumi, consuetudini di un nucleo territoriale alle generazioni successive in un momento durante il quale è fondamentale la conservazione della propria cultura d’origine? Questi pensieri mi sono ritornati spesso alla mente in quest’ultimo periodo e mi succede ogniqualvolta mio padre, in famiglia, si rivolge a me o ai miei fratelli in dialetto: è sempre un piacere sentire quella lingua, è qualcosa di assolutamente molto familiare, è un importante collante, è un modo, se si vuole, anche più informale e scherzoso per parlarsi.
Tuttavia, io devo confessarvi di non saper parlare neanche un po’ di dialetto, salvo alcune espressioni che, avendo sentito ripetere tante volte, ho fatto mie. E il problema deriva dal fatto che, pur essendo nato e vissuto al Nord, sono in realtà più meridionale, dal momento che i miei genitori e i miei nonni sono tutti nativi della Campania. In più in famiglia non c’è mai stata l’abitudine di parlare il dialetto, a parte mio padre, nato e cresciuto al Sud. A questo punto mi trovo in una situazione ibrida: perché riesco a capire perfettamente il dialetto meridionale e abbastanza bene i dialetti piemontese (essendo io residente in provincia di Alessandria) e pavese (sto compiendo gli studi universitari a Pavia), ma non sono per niente in grado di parlarli. E questo, chiaramente, mi dà dispiacere. Perché più ci penso e più noto quanto genuina sia la lingua dialettale: spesso mi capita di dover parlare con dei pazienti, alcuni dei quali si esprimono solo in dialetto, attraverso il quale riescono a far capire, per mezzo di alcune espressioni o parole intraducibili, il problema da cui sono afflitti con un’immediatezza e un’efficacia del tutto invidiabili.

Ed è per questo motivo che mi sono rallegrato moltissimo quando ho appreso di una splendida notizia giunta da Montaguto, un paesino della provincia di Avellino, a circa 700 metri di altezza, a pochi chilometri dal confine tra Campania e Puglia, un paesino di quasi 500 anime, per la gran parte anziani, uno di quei paesini in cui l’inverno è lungo e freddo e l’estate è calda e piena di vita. Ci sono legato perché lì sono nati i miei genitori e i miei nonni e lì mi reco ogni estate a trascorrere due settimane di vacanza, in un ambiente veramente rilassante, immerso nella tranquillità, circondato da una natura ancora poco contaminata. Nonostante i pochi abitanti, vanta da due anni un sito molto visitato, www.montaguto.com, curato da tre amici: Mikey, Drastiko e Maxim alias Mi.Dra.Max. Tre amici che si sono buttati un po’ per gioco in quest’avventura, guidati dall’amore per la terra dei loro padri, e che oggi raccolgono i frutti dell’impegno, con tanti encomi per aver fatto conoscere al mondo Montaguto e, soprattutto, con la soddisfazione di aver “risvegliato” il paese, dandogli nuova linfa. Tra le tante iniziative che potete apprezzare visitando direttamente il sito, l’ultima è quella più entusiasmante e quella che più sta ad indicare l’attaccamento al paese e alla terra: si tratta di un telegiornale, completamente in dialetto, con sottotitoli in italiano. La prima edizione risale a qualche settimana fa, la seconda è in fase di ultimazione e sarà on line a breve. Tali sono state la risonanza dell’evento e, soprattutto, la particolarità dell’idea partorita dalla Mi.Dra.Max che sono valse a montaguto.com l’interessamento di Biagio Agnes, direttore della Scuola di Giornalismo di Fisciano, in provincia di Salerno, il quale ha voluto saperne di più, invitando la redazione ad un incontro. Direi: una bella soddisfazione, un bel riconoscimento, una sorta di marchio Doc apposto da una grande autorità del giornalismo.

Beh, che dire? Il dialetto, evidentemente, ha ancora una sua importanza e una sua dignità, che meritano di essere difese e tramandate. Perché, così facendo, portiamo avanti tutto un carico di cultura, implicita nella lingua dialettale, che ha inevitabilmente forgiato le piccole comunità e, nel complesso, l’Italia intera.

Ecco qui la prima edizione del telegiornale.



La cartina sottostante l'ho fotografata durante la mostra "Alla corte di Federico II. Le ceramiche sveve di Lucera a Castel del Monte", tenutasi a Castel del Monte (Andria) tra il 30 maggio e il 30 dicembre 2003. Alcuni pannelli, utili alla comprensione del percorso della mostra, sono stati lasciati e così mi è stato possibile vederli. L'immagine raffigura la Capitanata, terra prediletta da Federico II, con la fertile pianura del Tavoliere, l'aspra montagna garganica, le tenui alture del Sub-Appenino.


Questa cartina, invece, l'ho ritrovata alla "Galleria delle carte geografiche" dei Musei Vaticani; è stata dipinta tra il 1580 e il 1583 sul modello dei cartoni di padre Ignazio Danti. Montaguto era indicato come M. Acuti.



lunedì 13 aprile 2009

UN CLIMA PIACEVOLMENTE SURREALE

Talvolta, vista la vita frenetica che conduciamo, non riusciamo a gustarci ciò che abbiamo sotto gli occhi, facciamo fatica ad apprezzare il gusto profondo delle cose. E' quello che a me, oggi, nel giorno di Pasquetta, è capitato a Pavia. Sì, oggi ero a Pavia: "gita fuori porta" forzata, per rientrare nel luogo di studio causa esami a breve. Ma "gita fuori porta" per nulla sgradevole, anzi, sono stato felice di averla fatta (studio a parte, ovviamente).

Arrivo a Pavia intorno alle 16. Già si comincia col circolare senza code ai semafori, senza macchine o motorini che sfrecciano per le strade, solo molte biciclette e alcuni pedoni cui prestare attenzione. E questo non è poco!
Per raggiungere casa, costeggio il lungo Ticino, affollato da pedoni e da molte macchine alla ricerca di un parcheggio. Poi arrivo al Ponte Coperto: intravedo, sulla sinistra, Strada Nuova che pullula di gente, tante mamme che guidano passeggini, tanti ciclisti, un po' di turisti italiani e stranieri (loro sì, per una vera gita fuori porta). Quindi giro lo sguardo a destra e...il Ponte Coperto e il lungo Ticino sono gremiti: giovani, adulti, anziani, bambini, chi a piedi e chi in bici, tutti in giro per godersi il sole primaverile e una temperatura assolutamente gradevole, la città tranquilla, la vista del Ticino dal Ponte Coperto. Che bel colpo d'occhio e che clima festoso!
Quindi proseguo verso il centro, risalendo una delle tante vie che incrociano corso Garibaldi e sbucano in corso Mazzini; parcheggio l'auto e passeggio per arrivare a casa. C'era poca gente in strada: qualche coppia e un piccolo gruppo di ragazzi che mangiavano un gelato.

Vi sembrerà paradossale, ma per me non lo è: a me fa strano vedere la città calma e silenziosa; mentre oggi me la sono proprio goduta, ero felice di quella tranquillità, di poter camminare con la mente libera, non infastidita dai rumori dei motori o dei clacson. Ho apprezzato quella brezza tiepida, i giochi di luce del sole, la vista del Duomo che svetta, altissimo, sopra i tetti rossi.
Tutto questo mi ha indotto a pensare che più si hanno le cose a portata di mano e più si fa fatica ad apprezzarle, forse a causa della routine quotidiana e della frenesia cui siamo abituati. Spesso, con calma e tranquillità, invece, possiamo ammirare il tesoro che tutti i giorni ignoriamo, gustarci il tempo di festa e la città come non la vediamo mai.


lunedì 29 dicembre 2008

GITA A MEGEVE


Durante il mio soggiorno natalizio in montagna, a Courmayeur, ho fatto visita alla città francese di Megève, ridente località dell'Alta Savoia, circondata dalle montagne e meta di numerosi turisti, soprattutto d'inverno.
Qui vi propongo un breve video fotografico del centro di Megève.



sabato 11 ottobre 2008

GITA A PARMA

Siete mai stati a Parma? Vi consiglio caldamente di visitarla: una cittadina veramente incantevole, che ti cattura fin dai primi passi che si compiono sulle sue strade.
L'occasione per cui ho visitato Parma è stata la mostra di Correggio (anche questa è imperdibile, avete tempo fino al 25 gennaio 2009): è articolata in quattro sezioni rappresentate da Galleria Nazionale, Camera di S. Paolo, Chiesa di S. Giovanni Evangelista e Cattedrale. Sicuramente i due pezzi forti sono rappresentati dalla visita alle cupole della Cattedrale, dove si può ammirare L'Assunzione della Vergine, e della Chiesa di S. Giovanni, con la celebrazione dell'Evangelista.
Nell'Assunzione della Vergine, sono raffigurati gli apostoli appoggiati ad una balaustra ottagonale, sopra la quale si trovano dei fanciulli che bruciano incenso per il funerale della Vergine. Al centro della cupola si assiste all'evento dell’Assunzione della Vergine, ormai giunta ai limiti del Paradiso, quasi spinta da una moltitudine di angeli, Santi e figure appartenenti al Vecchio Testamento. Al centro delle nubi celesti l’Arcangelo Gabriele, o Cristo, aspetta Maria per segnare il suo volo verso il cielo. Sotto al vano della cupola si trovano pennacchi affrescati con i quattro protettori di Parma: San Bernardo, Sant'Ilario, San Giuseppe, che da molti è indicato come San Tommaso, e San Giovanni Evangelista, mentre negli estremi inferiori dei sottarchi vi sono sei figure giovanili affrescate in chiaroscuro, che portano festoni semplici e sottili da appendere al tempio per festeggiare il grande avvenimento.

In S. Giovanni, invece, Correggio esegue l'affresco della cupola come sua prima opera nello stesso edificio. Lo schema iconografico pare alludere a un'Ascensione del Redentore, ma a ben guardar il moto di Cristo, reso evidente dallo svolazzo dei panneggi, è discendente e non ascensionale, mentre la figura di San Giovanni è quasi nascosta, stesa sul cornicione della cupola, al di sotto del cerchio degli apostoli. Nei pennacchi sono rappresentati i Padri della Chiesa accoppiati agli Evangelisti. Nei sottarchi Correggio dipinse figure monocrome di eroi biblici, mentre decorò a grottesche i semipilastri sottostanti.

Nella Galleria Nazionale sicuramente degno di nota è il "Compianto sul Cristo morto", sempre del Correggio, opera di somma perizia, in cui traspare tutta la sofferenza del momento raffigurato: il dolore del supplizio, lo svenimento, l'urlo, la disperazione.

Al termine della visita, un bel giro nel centro di Parma: da Piazza Duomo a Piazza Garibaldi, passando per Piazza della Steccata con la splendida chiesa di S. Maria della Steccata. Per non parlare delle quattro vie principali che si incontrano nella piazza Garibaldi: strada Cavour, strada Farini, Strada della Repubblica e Via Mazzini.
Un'amenità è rappresentata dal Palazzo Ducale, immerso nel Parco Ducale: una grande area verde, dove si può passeggiare o contemplare la natura del parco, potendo estraniarsi dalla realtà cittadina.

Accanto al profilo artistico, Parma vanta una tradizione enogastronomica: basti pensare al Parmigiano Reggiano, al Prosciutto di Parma, al Culatello di Zibello, ai tortelli alle erbe, alla torta fritta e via dicendo...Specialità da leccarsi i baffi!


Per info:




venerdì 22 agosto 2008

A SPASSO PER SAN MARINO

Nel corso della mia vacanza ho avuto la fortuna di visitare la Repubblica di San Marino; in realtà l'avevo già visitata quando ero piccolo e perciò non ricordavo nulla. Sono rimasto piacevolmente colpito da questo piccolo Stato, nel quale tutto è più a misura d'uomo, tutto è perfetto, ordinato e preciso, la gente è molto gentile e disponibile, affabile ed educata. E poi la cosa che mi ha interessato di più è la struttura amministrativa, senz'altro diversa rispetto alla nostra; qui di seguito, grazie a Wikipedia, è possibile rendersene conto.

San Marino è una repubblica parlamentare. Per molti anni è stata, di fatto, dipendente dall'Italia, alla quale è tutt'oggi legata da numerosi trattati e accordi bilaterali. Attualmente San Marino afferma con forza la propria sovranità e indipendenza, mantenendo relazioni diplomatiche e consolari con numerosi Paesi europei e del mondo e dotandosi di autonome istituzioni.

San Marino non ha una vera e propria Costituzione scritta. L'ordinamento fa tuttora riferimento alle "Antiche Consuetudini" e agli Statuti della Repubblica risalenti al XVII secolo; ciò che si avvicina di più alla legge fondamentale dello Stato è la Dichiarazione dei diritti del 1974.

Gli organi istituzionali della Repubblica sono:

* i Capitani Reggenti, i due Capi di Stato che esercitano collegialmente funzioni prevalentemente simboliche, tra cui la presidenza di altri organi costituzionali (soggetti che fino al 1200 si chiamavano Consoli, tratti probabilmente quindi dal diritto Romano)
* il Consiglio Grande e Generale, il parlamento monocamerale di 60 membri eletti a suffragio universale diretto ogni cinque anni con sistema proporzionale
* il Congresso di Stato, l'organo esecutivo formato da 10 Segretari di Stato eletti tra i membri dal Consiglio Grande e Generale
* il Consiglio dei XII, organo giudiziario che funge da Corte d'Appello di terzo grado ed è attualmente oggetto di riforma
* il Collegio Garante della Costituzionalità delle Norme, organo di garanzia costituzionale istituito nel 2002
* le Giunte di Castello, con a capo i Capitani di Castello organi di governo locale dei Castelli di San Marino

La Repubblica di San Marino detiene il primato di paese con il più breve mandato del Capo di Stato: i due Capitani Reggenti infatti rimangono in carica per soli sei mesi. I Capitani entrano in carica il primo aprile e il primo ottobre di ogni anno.

La Repubblica di San Marino si è dotata di significativi strumenti di democrazia diretta, prevedendo gli istituti del referendum abrogativo, propositivo e confermativo, e dell'Arengo.

da Wikipedia.org

Qui sotto vi propongo un video con i monumenti più significativi di San Marino e gli scorci più interessanti del centro storico, nel quale si rivive l'atmosfera del borgo medievale. Incantevole tra tutti gli edifici la Rocca della Guaita, da cui si gode di uno stupendo panorama. Il filmato si chiude con "San Marino che risolleva la Repubblica" di Pompeo Batoni, del secolo XVIII, custodito al Museo di Stato di San Marino: San Marino è infatti il protettore della Serenissima Repubblica di San Marino, nome originario di questo Stato.

Ulteriori informazioni:





domenica 20 luglio 2008

VISITA AL FORTE DI GAVI


Avete presente quella strana sensazione di indifferenza o di dimenticanza dei monumenti o delle opere d’arte presenti nella zona in cui si risiede da quando si è nati? Proprio per quella sensazione, non si conosce quello che ci circonda o lo si conosce solo in parte dalle reminiscenze scolastiche delle gite d’istruzione. Beh, ieri ho voluto rompere il tabù e così, visto il tempo incerto e comunque afoso, ho deciso di andare a visitare il Forte di Gavi: un vecchio castello medievale, poi adattato a fortezza e in seguito a carcere, sotto il quale sono passato non so quante volte, senza mai degnarmi di visitarlo. La visita al Forte costa una cifra irrisoria: due euro (con le riduzioni per varie fasce d’età), una vera inezia, il costo di due caffè per portarsi a casa, al termine della visita, ricordi, notizie e sensazioni raccolte in un’ora di visita guidata all’interno della struttura, gestita dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici in collaborazione con l’Associazione “Amici del Gavi”. Le prime notizie certe del Forte risalgono al 973, testimoniate da un atto notarile. È stato poi ritrovato un diploma imperiale del 1191 firmato da Enrico VI, figlio del Barbarossa, con il quale il Castello e il Borgo di Gavi vengono donati in feudo alla Repubblica di Genova, che avrà d’ora in poi il dominio su questa struttura, situata in una situazione strategica, non solo geograficamente. Fino al 1418 quando passa sotto i Visconti di Milano e in seguito ai Guasco, di origine alessandrina, signori di Francavilla, che lo tennero fino al 1528 quando ritornò nelle mani dei Genovesi, i quali l’avranno in pugno fino alla caduta di Napoleone. Il Castello di Gavi ha subito vari interventi architettonici nel corso del tempo: da antico maniero viene inizialmente trasformato in fortezza (1540) grazie all’ingegnere militare Olgiati, successivamente ampliata dal frate domenicano Vincenzo da Fiorenzuola, uno degli architetti più in voga in quegli anni, il quale completa l’intervento tra il 1626 e il 1629. A partire da 1859 la fortezza viene disarmata e trasformata in carcere civile e poi militare fino al termine della seconda guerra mondiale, quando viene presa in consegna dalla Soprintendenza per i Beni Ambientali e Architettonici del Piemonte. Una visita molto interessante, considerando che il 60% della struttura è visitabile (il resto è chiuso per motivi di sicurezza al pubblico, sebbene in attesa di interventi di restauro): i locali interni, con un percorso guidato, sono per lo più celle, dato l’ultimo uso a cui è stato adibito, sebbene prima quelle stesse stanze erano adibite a magazzini per cibo e acqua o stanze per soldati. Oltre alla visita della fortezza, assolutamente gradevole è il panorama che si può gustare, con una vista su tutte le colline e i paesi circostanti, oltre che sul borgo di Gavi.

domenica 18 maggio 2008

OMAGGIO AI PUFFI

Sicuramente tutti voi avrete visto almeno una volta i Puffi nella vostra vita o magari ne siete stati fans accaniti, non potevate perdervi una puntata.
Proprio quest'anno ricorre il loro cinquantesimo compleanno e Milano ospita per l'occasione, al Castello Sforzesco, una mostra e vari laboratori interamente dedicati agli omini blu.
Io li ho sempre seguiti (certo, se perdevo una puntata non mi strappavo i capelli), li ho sempre amati, erano e sono l'immagine di un mondo pulito, costretto a lottare contro il male, contro i cattivi: questa è perlomeno l'immagine che si costruisce il bambino nella sua testa.
Ma, navigando su Internet alla ricerca di informazioni sulla mostra di Milano, ho scoperto cose sui Puffi che non avrei mai immaginato: in particolare su Wikipedia, alla voce "I Puffi", è presente una sezione dedicata alle interpretazioni. Sono ben tre, che riporto sotto direttamente dal sito www.wikipedia.it:

Associazione con il satanismo

Nel 1983, a Porto Rico si diffuse la voce che i Puffi fossero figure sataniche. Chi avallava la teoria sosteneva di aver visto dei Puffi sbucare da sotto le piante, entrare nelle case, travestirsi da demoni, eccetera. Dato che i Puffi avevano appena iniziato a essere trasmessi dall'emittente Telemundo Puerto Rico, è possibile che queste voci fossero state messe in giro da un canale televisivo concorrente.
Poco tempo dopo negli Stati Uniti anche alcuni gruppi di cristiani conservatori giudicarono "satanici" i Puffi, a causa del loro largo uso di magia e stregoneria.

Analogie con il comunismo

Esistono alcune teorie secondo cui il villaggio dei Puffi rispecchia l'ordinamento di una comunità comunista, dove non esiste denaro e vige la condivisione delle risorse tra tutti gli abitanti. Grande Puffo, in alcune versioni, viene paragonato a Stalin oppure a Lenin e Quattrocchi a Trotsky. Lo stesso Grande Puffo, capo del villaggio dei Puffi, è vestito di rosso e ha una lunga barba bianca, cosa che farebbe pensare a un ulteriore rimando al comunismo e allo stesso Karl Marx. Inoltre il nemico Gargamella che vuole catturare i Puffi per trasformarli in oro, sarebbe una rappresentazione del capitalismo. Questa teoria è supportata dall'episodio, presente su fumetto, de "Il Puffo Banchiere".

Una metafora della massoneria

Secondo una teoria recentemente pubblicata, i 99 Puffi sarebbero i 99 saggi - cristiani, biancovestiti - del Nuova Atlantide di Francesco Bacone, guidati da un Grande Puffo che, coi suoi 542 anni, sarebbe nato l'anno della salita al cielo (la nascita celeste) del sacerdote boemo Jan Hus (conteggio a partire dall'anno di invenzione dei Puffi). I saggi invisibili, organizzati come "operai" in ragione delle rispettive competenze, combattono la superstizione in Europa e aiutano il progresso delle scienze. Essi devono difendersi anche da Gargamella, lo stregone che appare vestito proprio come un ecclesiastico, e che va a caccia dei Puffi per fabbricare la pietra filosofale, simbolo della perfetta conoscenza.
Quella dei Puffi sembrerebbe insomma, nella recente ipotesi, una loggia di muratori che affonderebbe le radici in un cristianesimo "illuminato", una loggia costituita da "preadamiti", individui che avrebbero recuperato l'originaria purezza persa col peccato delle origini; una loggia che può vantare la presenza al suo interno della Sophia - la Sapienza - nei panni di Puffetta (l'unica Puffa). Il linguaggio sarebbe quello antecedente i fatti narrati nel mito della Torre di Babele, composto da pochi termini fondamentali. Antonio Soro in un suo opuscolo intitolato I Puffi, la "vera" conoscenza e la massoneria, sosterrebbe che si tratterebbe "di una Gran Loggia che pratica l'arte massonica secondo la cosmologia gnostica degli Ancients" (Moderns e Ancients sono però termini usati da Massimo Introvigne che non compaiono nell'opuscolo).

Riguardo l'ultima interpretazione, vi rimando al documento di Massimo Introvigne, in cui si parla della tesi di Soro.

Esiste anche una quarta interpretazione, di cui sono venuto a conoscenza da poco e che trovate al seguente indirizzo: http://bradipo-tales.blogspot.com/2008/05/utopie-blu-puffi-e-viagra.html.

Probabilmente in queste interpretazioni non è tutto vero, ma molto probabilmente non tutto è falso: Peyo, disegnando i Puffi, aveva in mente qualcosa da comunicare e un modo semplice poteva essere sotto forma di cartoni animati, così da non dare molto nell'occhio...potrebbe essere così?
Confesso che sono rimasto basito a leggere le interpretazioni perchè mai e poi mai avrei pensato che dietro un cartone potesse nascondersi qualcosa di così importante e al contempo oscuro.

Allora, per ricordarmi di quando ero bambino, ho pensato ad un omaggio ai Puffi.



Per chi fosse interessato visitate anche:

sabato 17 maggio 2008

IL MITO MAC IN ESPOSIZIONE

Quante volte si è parlato tra amici di Windows e Macintosh, ciascuno pronto a difendere il proprio sistema operativo, sciorinando le mille e più funzionalità. Beh, sebbene non è di questo che io voglio parlare, essendo entrato da pochi mesi nel pianeta Mac, devo proprio ammettere che non rimpiango affatto Windows: solo chi prova il Mac può capire (tenendo presente che con il programma Parallels Desktop è possibile partizionare una parte del disco fisso del Mac per poter installare Windows).
Comunque, lasciando da parte i giudizi di merito, vi segnalo una notizia apparsa sul Corriere della Sera Magazine del 15 maggio, il cui titolo è "Il mito Mac diventa ligure".
Marco Gervino ci informa che "a Valleggia, borgo di tremila anime nel comune di Quiliano, a pochi passi da Savona" è custodita "la raccolta di computer e materiale Macintosh più grande e più completa del mondo" dal nome All About Apple Museum (di cui è presente anche il sito internet in costruzione).
Ma come è nata l'idea di allestire un museo? Solamente dalla "passione di un gruppo di fedelissimi del Mac", i quali sono andati a scovare i computer "in magazzini e soffitte, donazioni dalle rivendite Apple e dai privati".
Qualche numero? 6400 pezzi, "tra cui 918 computer Apple (e 137 non Apple, dell'epoca pre Ms-Dos), 196 monitor, 132 stampanti, 756 periferiche minori, 130 poster, 933 titoli di software, oltre 200 spille": un numero sterminato di oggetti provenienti quasi tutti dal mondo della "mela morsicata", ormai icona in tutto il mondo del sistema operativo Macintosh.
Dato questo enorme numero di pezzi, il limite principale dell'esposizione è lo spazio; infatti i responsabili hanno deciso di dare una nuova veste a questa mostra, "che vedrà la luce nell'open day fissato per sabato 24 maggio" (notizie più dettagliate si trovano sul sito).
Alessio Ferraro, vicepresidente della Fondazione, rispondendo al giornalista, dice: "Quando abbiamo iniziato, nel 2002, avevamo solo una manciata di macchine. Ci siamo resi conto che stavamo facendo qualcosa di straordinario per ricchezza, per importanza storica e soprattutto perchè la nostra è una collezione pubblica e il materiale esposto, caso unico al mondo, è tutto perfettamente restaurato, acceso e funzionante!"

Per maggiori informazioni: www.allaboutapple.com/blog/

venerdì 25 aprile 2008

UN NUOVO POMERIGGIO IN GIRO

Sembra un gioco dirlo, eppure mi sembra sia la formula più adatta: nuova domenica, nuova gita.
Sì, perché anche questa
domenica abbiamo pensato di fare un giro in un pezzo della nostra provincia che ci era sconosciuto. Partiti da Gavi, ci siamo diretti verso Bosio, sulle cui strade erano ancora presenti i segni della gara di enduro svoltasi nella mattinata. Fuori dal paese, dopo qualche curva, abbiamo girato a sinistra in direzione “Capanne di Marcarolo”: una curva dopo l’altra, con variazioni di pendenza costanti verso l’alto e il basso, si è giunti a un crocevia, presso il quale è presente una piccola cappella e dal quale due sentieri si dipartono alla volta del monte Tobbio, sede di pellegrinaggi. Proprio da questo crocevia, abbiamo preso la direzione “Piani di Praglia”, che era la meta che ci eravamo prefissati alla partenza. Diciotto chilometri per raggiungere la località, su una strada piuttosto stretta, sotto la quale in molti tratti si apriva una gola (vedi sopra) e delimitata da pareti rocciose grigie e rosse, tra cui erano presenti arbusti.
Dopo circa sette chilometri, giungiamo al guado sul torrente Gorzente (a lato), trovandoci praticamente nel punto più basso tra le montagne che ci circondano.
Da qui ripartiamo e la strada comincia subito a salire; un po’ di curve dopo, ammirando nel frattempo le “tenere effusioni” tra un toro e una mucca, giungiamo al monumento commemorativo dei Martiri della Benedicta.



Sono presenti alcune lapidi, sulle quali si trovano iscritti i nomi dei caduti ritrovati nella prima fossa comune. Spostandoci poco più in basso, troviamo una piccola cappella con i nomi di altre vittime e, ancora più sotto, il luogo presso il quale è stata ritrovata la seconda fossa comune. Proseguendo sulla strada, circa cento metri pù avanti, è possibile visitare i resti della cascina presso la quale erano dislocati alcuni partigiani. Proprio qui, durante il rastrellamento della Pasqua del ’44, molti, soprattutto giovani, furono uccisi; coloro che conoscevano il territorio riuscirono a filtrare tra le maglie del rastrellamento, ma per molti non ci fu scampo. Particolare interessante da sottolineare è l’attenta ricostruzione che è stata fatta del luogo (per quel che ne rimane), ivi compresa la strada: un pezzo di questa presenta ancora il selciato originale di cinquant’anni fa. Alcuni cartelloni aiutano i visitatori a collocare meglio ciò che vedono nel contesto socio-politico di quel tempo, oltre ad offrire alcune foto di sopravvissuti e dei funerali che hanno celebrato i caduti.

Riprendendo la strada, sempre tra alti e bassi, si raggiungono dopo pochi chilometri le capanne di Marcarolo: lungo il percorso si incontrano numerose aree di sosta attrezzate con barbecue e con giochi per i bambini. Ma, fuori dal paese, prendiamo la direzione di Piani di Praglia e, oltrepassateli, ci dirigiamo verso Camporone: una strada piuttosto stretta, molto più trafficata delle precedenti, che ci costringe più volte a rallentare. Comunque giungiamo a Campomorone e decidiamo che è ora di “far merenda”: incontriamo sul nostro cammino la gelateria “Copacabana”, alla quale vanno tutti i nostri complimenti per un gelato veramente gustoso. Quindi, passato Camporone, siamo a Genova Pontedecimo, da dove imbocchiamo la strada statale dei Giovi per ritornare verso casa. Senonchè a Borgo Fornari, frazione di Busalla, decidiamo di svoltare a sinistra in direzione Voltaggio, facendo così il cosiddetto Passo della Castagnola. Da Voltaggio si prosegue per Carrosio e quindi per Gavi. Siamo giunti!

Che dire? Un altro pomeriggio fantastico, con la soddisfazione in tasca per aver visitato nuovi posti e soprattutto il Monumento ai Martiri della Benedicta: è importante capire la sofferenza e far tesoro dei sacrifici altrui per poter apprezzare oggi quello che abbiamo.
Qui sotto trovate un video che vi documenta più nel dettaglio la visita al Monumento ai Martiri.



sabato 19 aprile 2008

CENA BAVARESE A PAVIA

Cari amici, forse non lo sapete, ma amo moltissimo mangiare; amo soprattutto sperimentare cibi nuovi che non ho mai mangiato, cibi tipici di zone lontane dalle mie. E così colgo l'occasione per raccontarvi la cena di ieri sera con la mia morosa in un tipico locale bavarese, a Pavia.


Tanto per cominciare, appena entrati, sembra di essere volati da Pavia direttamente in Baviera (e ve lo dice uno che l'ha visitata): l'ambiente ricorda molto da vicino quello bavarese, l'atmosfera che si respira è quella di un luogo caldo ed accogliente, con il personale vestito con i costumi tipici bavaresi. Senza parlare della musica di sottofondo: musica tradizionale bavarese, quella da ballare in allegria dopo aver bevuto una bella pinta di birra.
Per cercare di assaggiare tutto, abbiamo optato per saltare l'antipasto e passare direttamente al primo piatto:

GNOCCHI BAVARESI AL FORMAGGIO

e

SPAZTLE BIANCHI CON PANNA E NOCI
(tipici gnocchetti bavaresi).

Il tutto accompagnato da due birre molto gustose e aromatiche (a tal proposito è bene precisare che Bierhaus tiene molto alla spillatura della birra, che può richiedere dai 7 ai 9 minuti, proprio al fine di conservare i sapori):

MONCHSCHOF BOCKBIER (una rossa, doppio malto, intensa, tasso alcolico 6,9 % )

e

MONCHSCHOF SCHWARZBIER
(bionda dal colore nero, tasso alcolico 4,9 %).

Immaginando di non essere alla prova di reggere un abbondante secondo, abbiamo deciso di condividere il piatto forte della Bierhaus:

PIATTO BIERHAUS (wurstel, salsiccia grigliata, mini stinco, carrè di maiale affumicato con patate fritte e crauti).

Tutto buono, ottimo direi; l'unico rammarico è che per un disguido tecnico non era presente il mini stinco (quello che desideravo), che è arrivato dopo, quando però ero talmente pieno da non riuscire a trovargli un posto.
A parte questo, ho apprezzato moltissimo sia il locale sia il cibo e perciò, se siete amanti della carne e siete innamorati della Baviera, fate un giro alla Bierhaus, accompagnandovi con una delle tante birre disponibili.

BIERHAUS S.r.l.
Via San Giovannino n. 9 - 27100 Pavia
Tel / Fax: 0382.468654
www.bierhaus-pv.it
info@bierhaus-pv.it

ORARI DI APERTURA
Da Martedì a Sabato:
Pranzo: 11:00-15:00
Cena: 18:30 - 02:00
Lunedì 11.00 - 15.00
Domenica 18.30 - 02.00

domenica 13 aprile 2008

UNA GIORNATA SURREALE

Particolare, questa domenica di elezioni, assolutamente particolare: ho vissuto come sospeso nel vuoto, con mille pensieri che mi passavano per la testa riguardo probabili scenari politici futuri. Ci pensavo un po' durante la colazione, un po' durante il giro in bicicletta, un po' mentre mi recavo al seggio a votare (intorno alle 13). Fuori dal seggio fantasticavo su come poteva essere utile il mio voto... Mah, è una sensazione strana da spiegare, ma bellissima per chi la prova: un po' come se si avesse il fiato sospeso per un tempo incommensurabile.

A parte l'intermezzo politico, volevo raccontarvi la gita pomeridiana, in compagnia della mia morosa, iniziata quasi per caso, senza una meta fissa. Da Vignole Borbera, mi sono diretto in direzione di Cabella Ligure, quindi l'ho superata alla volta di Cosola e Capanne di Cosola. Mentre guidavo, ripensavo all'uscita con la squadra ciclistica in cui militavo qualche anno fa e alla fatica che avevo fatto ad affrontare l'ultimo tratto, quello che da Cosola conduce a Capanne, scollinando verso l'Emilia. Giunto a Capanne (1500 m.s.l.m.), mi sono fermato ad ammirare il panorama: intorno a me solo montagne, alcune cime innevate (probabilmente di neve fresca), la vegetazione secca a dare il senso di desolazione ed isolamento del luogo. Pensando che mi trovavo contemporaneamente all'incrocio di tre regione diverse (Piemonte, Emilia e Lombardia) e tre province diverse (Alessandria, Piacenza, Pavia).

L'immagine delle cime innevate che mi si presentava innanzi all'arrivo a Capanne di Cosola.

Quindi, dopo la sosta, incuriosito, ho continuato sulla strada che si dirige a Pey e Capannette di Pey. Anche da qui il paesaggio è mozzafiato: intorno a me solo alte montagne (guardate qui sotto per credere)!



Non contento, ho deciso di tornare a casa, ma non rifacendo lo stesso percorso, bensì prendendo la strada in direzione Varzi. A parte la strada infernale, il cui manto è vecchio e pieno di buche, la sorpresa più grande è stata questa che vi mostro nelle foto (a destra e sinistra).
Beh, che dire? Non è sensazionale? Ad aprile ancora la possibilità di vedere la neve e soprattutto toccarla!

Dopo questi bei momenti, mi sono rimesso in macchina e ho continuato sulla strada e dopo una decina di chilometri ho visto in lontananza un gruppo di case, qualcosa di simile ad un paese: di nuovo vita! Perchè lungo tutto questo percorso ho incrociato due sole macchine, nessuna persona e nessun animale selvatico. Sono giunto, così, a S. Margherita Staffora, superata la quale mi dirigo verso S. Martino per arrivare poco dopo a Varzi, ridente cittadina, famosa per il suo salame (neanche a dire il numero di salumerie che sono presenti sulla strada). Continuo giungendo a Bagnaria, dove svolto a sinistra in direzione di S. Sebastiano Curone. Qui un piccolo gelato, la cui bontà è ampiamente nota nella zona, mi permette di riempire il buco allo stomaco, sopraggiunto nel frattempo, per guidare verso casa, nuovamente su strade conosciute.

Bella domenica, all'insegna dell'avventura, del contatto con la natura, dell'allegria che si sprecava in alcuni momenti nei quali mi chiedevo dove fossi, della conoscenza di luoghi nuovi, a me precedentemente ignoti.
Alla prossima!
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