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mercoledì 6 aprile 2011

BRUNO SERATO E I MOTEL KIDS


Italiani che hanno preso la strada dell'estero ve ne sono tanti, la maggior parte di questi ha avuto fortuna nel campo in cui si è applicata e porta alto l'onore del nostro Paese: l'italiano medio è persona capace di abnegazione e costanza, dedito al lavoro, preciso, scrupoloso e, in fondo, orgoglioso.
E' per questo motivo che voglio raccontarvi la storia di Bruno Serato. Originario del Veneto, di San Bonifacio, circa trent'anni ha deciso di fare armi e bagagli e di varcare l'oceano per cercare fortuna negli States, avendo con sé nient'altro che un sogno e 200 dollari in tasca. Gli anni di duro lavoro hanno fruttato alla grande al punto che ora possiede uno dei più importanti ristoranti della California, l'Anaheim White House Restaurant, nella contea di Orange, un ristorante frequentato da star come Gwen Stefani, David Beckham, Madonna, Jimmy Carter, George W. Bush e Danny De Vito, per fare alcuni esempi. Ma la notizia non è questa, per lo meno non è solo questa: fin qui - viene spontaneo dirlo - non è stata raccontata nient'altro che la storia di un italiano, che ha fatto fortuna fuori dal suo Paese, applicandosi duramente e con regolarità. La vera notizia è che Bruno Serato è stato inserito nella Cnn Top 20 Heroes 2011, la classifica che la Cnn stila annualmente inserendovi coloro che, con il loro impegno, cambiano il mondo, una sorta di classifica dei personaggi più altruisti.
Il motivo di un così importante riconoscimento, che è costato a Bruno Serato un articolo su People, risiede nel fatto che, giornalmente, Bruno serve venti chili di pasta a trecento motel kids, ovvero bambini figli di quell'America che non sogna, non riesce a pagarsi un affitto ed è costretta a vivere in una camera di pochi metri quadrati senza bagno e spesso senza cucina, bambini costretti a crescere a due passi da prostitute, drogati, alcolizzati e tutta la gente che popola i motel da quattro soldi, bambini che senza l'aiuto di Bruno rischiano di andare a letto senza cena.
Racconta Serato che solo ad Anaheim ci sono più di mille famiglie che vivono in motel, dove non è possibile cucinare; quando la madre Caterina lo ha scoperto, subito gli ha detto: "Non possono cenare? Bruno, preparagli tu una pastasciutta!" E così, da sei anni, con pochi clamori, alle cinque del pomeriggio accompagna in autobus i piccoli in un centro di solidarietà per minori, dove serve i suoi spaghetti al pomodoro. Finora ha servito più o meno 250 mila piatti di pasta, spendendo di tasca propria duemila dollari al mese e non l'ha frenato neanche la bolla finanziaria; seppure i clienti del ristorante si sono ridotti del 30-40%, Bruno ha acceso un mutuo per tenere in piedi la White House e, al contempo, aiutare i bambini.
Una storia curiosa riguarda Armando, il quale, a quindici anni, si è intascato il biglietto da visita del ristorante di Serato e al contempo una promessa dal proprietario. Dato che voleva lavorare, Bruno l'ha invitato a tornare una volta compiuti i diciotto anni: puntualmente, dopo tre anni, Armando ha bussato alla porta del ristorante col bigliettino ed è stato assunto in sala. Ma, oltre a ciò, è bene ricordare come Bruno sia attento al loro sviluppo e se ne occupi con una sollecitudine da nonno, servendo pasta al salmone, al tacchino o con ingredienti ricchi di omega-3, viste le note dimensioni del problema dell'obesità infantile negli Stati Uniti. Per quanto riguarda la crescita spirituale, Serato ha una ricetta: "Ogni tanto li porto con me al ristorante, perché capiscano che la vita non è solo un motel o un centro d' accoglienza. Quando vedono quegli atleti (delle squadre olimpiche di pallavolo e hockey, clienti abituali di Bruno, ndr) rimangono strabiliati, allora io dico: vedete ragazzi, crescete in fretta, anche voi potete diventare campioni!" E qualcuno ce l'ha fatta, visto che è diventato un ricercatore di fama alla Oxford University.
Bruno Serato ha così mostrato - e lo dico con orgoglio, visto che si tratta di un italiano - di quanto il nostro popolo sia grande e gentile, lavoratore e altruista e di come nella vita sia sempre necessario prefiggersi, sempre e comunque, degli obiettivi ché prima o poi i risultati arrivano. E la storia di Bruno e di Armando ne sono degli esempi.

sabato 16 gennaio 2010

IL "CARATTERACCIO" TUTTO ITALIANO



Il caratteraccio. Come (non) si diventa italiani

Vittorio Zucconi

Mondadori

€ 18,50

Vi avevo già parlato di questo libro, di cui ho avuto il piacere di ascoltare la presentazione alla presenza di Vittorio Zucconi al collegio Ghislieri di Pavia. Il libro ci fornisce, in buona sostanza, uno spaccato dell'italiano medio, afflitto da molti vizi e poche virtù, che, non perdendo mai l'occasione di denigrarsi, ha maturato la certezza che quello italiano sia un "caratteraccio".
Il libro nasce riunendo una serie di "lezioni americane" tenute da Zucconi al Middlebury College tra le colline verdi del Vermont, conscio di rivolgersi non ad accademici ma ad una platea di studenti che sa molto poco dell'Italia. Si tratta di lezioni sui generis, che non partono, come i classici libri scolastici, dal Medioevo o dal Rinascimento (che Zucconi mal sopporta), ma piuttosto si soffermano sull'Italia dell'ultimo secolo, sugli avvenimenti della storia recente utili a comprendere l'Italia di oggi e forse quella del futuro. Prendendo spunto da eventi importanti come la presa di Roma o la Grande Guerra per arrivare fino a Tangentopoli e Berlusconi, Zucconi analizza il nostro comportamento, influenzato fortemente dalla storia, al punto che siamo "un popolo condannato ad ssere sempre anti, il prefisso che si è rivelato il surrogato della nostra identità", dalla politica al calcio passando per la religione e la storia. Il tutto con una vena di sagace ironia da cui traspare affetto per la terra natale, frammisto a racconti di esperienze personali. L'unico appunto che mi sento di fare riguarda la forma, caratterizzata da periodi abbastanza lunghi e con molti incisi, che possono risultare di "distrazione" per il lettore.

martedì 12 gennaio 2010

PERCHE' NEGRO E' PAROLA CHE SI PUO' USARE

I retaggi del '68 si annidano in molti aspetti della nostra vita quotidiana. Mi sono imbattuto, proprio sul Corriere di ieri, nella rubrica Particelle elementari di Pigi Battista, che spiega a Vittorio Feltri "perché è parola da non usare". E ho pensato: ci risiamo, ancora la solita retorica sessantottina sfociata nel politicamente corretto, per cui restiamo intrappolati a ogni piè sospinto in una "gabbia asfissiante di ipocrisie lessicali e di eufemismi sussiegosi che sfibrano un linguaggio", come ha detto lo stesso Battista.
Il dizionario etimologico segnala che "negro" deriva dal latino "niger" ("niger, a, um": aggettivo della I classe, come mi ricordano i remoti cassetti della mia memoria), dal cui accusativo "nigrum" deriva l'odierno aggettivo italiano. Perchè allora tanto scandalo? Perchè "i negri (...) associano quel nome (...) a un passato di schiavitù e di umiliazione indicibili", quella parola "racchiudeva in sè qualcosa di dispregiativo (...) che conferiva a quel termine un valore implicitamente squalificante, anche a non voler pensare (con una certa fatica) a un'implicazione di tipo razzistico". Anche se, ricorda sempre il giornalista, Martin Luther King e Malcolm X usavano quel termine, ma lo facevano rivendicando l'orgoglio della loro "negritudine".

Caro Battista, io non sono proprio d'accordo con questa interpretazione. Cerchiamo di uscire dalle sabbie mobili del perbenismo post-sessantottino per il quale oggi per le strade abbiamo gli "operatori ecologici" oppure a scuola lavora il "personale non docente" e via discorrendo. Usare la parola "negro" o "nero" è indifferente: ciò che più conta è il tono con il quale viene pronunciata o gli aggettivi che la accompagnano, non la parola in sè, che deriva dal latino di Cicerone. Posso dire che "Naomi Campbell è una bella negra", facendole un complimento, o insultare Mario Balotelli se dico che è "un negro di m..." Questa è la differenza, non la "g" che distingue i due termini.
Il nostro problema fondamentale è che siamo ancora prigionieri della pesante eredità di quel '68 che, glorificato ad anno di svolta, ha dimostrato di aver dato ben pochi frutti alla nostra società, incastrandola in una rete di ipocrisia che ammanta qualsiasi ambito della vita quotidiana. Perciò se qualcuno pronuncia la parola "negro" a tanti viene la pelle d'oca e si pensa che chi l'ha pronunciata è un razzista, senza badare al contesto del discorso.
Vogliamo iniziare la fatica di redimerci dalla ancora imperante retorica sessantottina aprendo gli occhi sul mondo del 2010?
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