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venerdì 22 aprile 2011

SENZA NUCLEARE CHE SI FA?

Dopo l'improvviso stop al nucleare da parte del Governo, è tempo di ripensare al nostro approvvigionamento energetico. A darci una mano nel dedalo di possibilità a nostra disposizione, ci pensa Stefano Agnoli che, sul Corriere della Sera, ha analizzato i futuri scenari energetici per il nostro Paese.
La prima e più interessante considerazione del suo articolo è che, con l'addio all'atomo, per sole, vento e biomasse non ci sarà moltissimo spazio, sia perché esse sono fonti discontinue per natura, sia perché ancora troppo costose e dipendenti dai sussidi pubblici. E allora? Dovremmo far ricorso alle vecchie fonti fossili: gas, carbone e petrolio torneranno prepotentemente a farsi sotto al fine di assicurarci una continua produzione di energia. Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, deluso dalla scelta del Governo di bloccare il nucleare, peraltro ci ricorda che "con il gas che tornerà centrale e il peso del solare nelle rinnovabili l'Italia avrà il mix energetico più caro del mondo": allegria, amici!


martedì 19 aprile 2011

(LEGITTIMO) IMPEDIMENTO AL NUCLEARE

Lo stop del Governo alle centrali nucleari corona quella moratoria che non più tardi di alcune settimane fa era stata varata per rispondere alla sindrome giapponese che aveva attanagliato buona parte del Paese e della maggioranza di governo. Il testo dell'emendamento inserito nel decreto legge omnibus, all'esame del Senato, recita così:
Al fine di acquisire ulteriori evidenze scientifiche mediante il supporto dell'Agenzia per la sicurezza nucleare, sui profili relativi alla sicurezza nucleare, tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore e delle decisioni che saranno assunte a livello di Unione Europea, non si procede alla definizione e attuazione del programma di localizzazione, realizzazione ed esercizio nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia elettrica nucleare.

Al di là di affidarsi con tanta certezza all'Agenzia per la sicurezza nucleare, che ancor oggi non è operativa, vale la pena ricordare come il provvedimento di cui si sta parlando è stato uno dei primi varati dal Governo nel giugno 2008, ossia decreto legge 112, "convertito con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133" per la "realizzazione nel territorio nazionale di impianti di produzione di energia nucleare". L'enfasi con cui si era celebrata questa accelerazione aveva persino portato l'ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola ad annunciare che il governo posato la pietra di una nuova centrale entro la fine della legislatura. Mancano due anni al termine della legislatura, a patto che il Governo duri, e di quelle pietre non si è vista l'ombra: ora - possiamo starne certi - non varrà neanche più la pena di aspettare né di sperare.
Nonostante la gravità della scelta, pur tenendo conto di quanto successo in Giappone, il ministro Prestigiacomo cerca di limitare i danni di questa brusca retromarcia soffermandosi sulla ricerca che "deve andare avanti". Ma qual è il senso di investire risorse su un'energia che non verrà utilizzata? Dov'è l'utilità di essere perfettamente a conoscenza delle ultime tecnologie in tema di nucleare senza aver la possibilità di metterle in pratica? Non ci ha pensato molto su il ministro Romani quando ha deciso di stroncare in maniera assoluta il nucleare - per il quale inizialmente aveva proposto una "pausa di riflessione" - invitando a rivolgersi ad altre fonti di energia: "E' adesso importante andare avanti e guardare al futuro, impiegando le migliori tecnologie disponibili sul mercato per la produzione di energia pulita, in particolar modo per quanto riguarda il comparto delle rinnovabili e dell'energia verde."
Da sinistra Bersani esulta rivendicando i meriti della mossa del Governo, affermando che "è una vittoria nostra di chi, ben prima del Giappone, ha messo in luce l'assurdità del piano del governo" e richiamando l'attenzione a destinare risorse alle energie rinnovabili.
Il nocciolo di tutta la questione è purtroppo, come sempre più spesso capita, politico: il Governo, in chiara difficoltà, tra numeri precari alle Camere e problemi di tenuta della maggioranza, ritiene cruciali - e lo stesso presidente Berlusconi lo ha annunciato sabato scorso a Milano - le prossime elezioni amministrative, che serviranno da cartina di tornasole dello stato del Pdl in primis e della maggioranza in genere. La sindrome giapponese già ampiamente citata minacciava di creare non pochi problemi al momento delle consultazioni, ma qualche problema in più lo creerà, a mio avviso tra gli stessi elettori di centrodestra, il dietrofront così repentino ed emozionale su un punto nodale del programma di governo: l'energia nucleare, come già ricordato sopra, è stata posta come una delle priorità al punto che Scajola si era impegnato in un fitto programma di scadenze.
Adesso, all'indomani del disastro giapponese, ci troviamo a fare i conti con uno stop al nucleare. Ciò che più fa rabbia è che si tratta di uno stop sine die in attesa che venga superato il famigerato referendum. E perché dico "famigerato"? Siamo sicuri sia tutto qui? Che l'unico motivo sia solo e semplicemente quello di rispondere alle paure? Non si vuole fare dietrologia, né inventarsi nulla, ma tutt'al più allargare lo sguardo e provare a ragionare. Il quesito che il presidente Berlusconi teme più di tutti non è né quello sulla privatizzazione dell'acqua né quello che riguarda il nucleare; l'unico a cui è morbosamente interessato è quello che concerne il legittimo impedimento. E quindi la scomparsa del quesito sul nucleare può produrre una smobilitazione capace di portare a non ottenere il quorum, con il conseguente fallimento dei tre quesiti e pertanto anche - e soprattutto - di quello sul legittimo impedimento. La questione sembra tanto facile quanto contorta e cinica: ritirare l'impegno dal nucleare per evitare la bocciatura della legge sul legittimo impedimento e magari riproporre la via al nucleare tra qualche mese, una volta passata la marea del referendum.
Mi chiedo se tutto questo è serio e soprattutto leale dinanzi ad un Paese che chiede risposte ad un presidente del Consiglio ora più che mai interessato a risolvere i suoi personali affari sfruttando la sua posizione. Forse varrebbe la pena di seguire l'invito di Stefania Craxi a farsi da parte...

mercoledì 23 marzo 2011

LA MORATORIA PER SALUTARE IL NUCLEARE

Nucleare sì, nucleare no: alla fine è un nì che ha tutto il sapore di un no. Proprio oggi, il Governo ha approvato, in Consiglio dei ministri, la moratoria di dodici mesi sul programma nucleare. All'indomani del tragico tsunami in Giappone, il ministro Romani aveva parlato di una "pausa di riflessione" riguardo il nucleare, riprendendo l'opinione generale di altri colleghi europei. Nel volgere di alcuni giorni, la sindrome giapponese ha contagiato il ministro, per il quale qualche giorno fa era "inimmaginabile tornare indietro", e tutto il governo al punto da arrivare a meditare e - oggi - ad approvare lo stop di un anno al nucleare. In un precedente post, avevo ricordato come coloro che sostenevano con entusiasmo il ritorno al nucleare erano costretti ad un "difficile bagno d'impopolarità", sia per quanto verificatosi in Giappone, sia per la vicinanza della consultazione elettorale e del referendum. Sarebbe stata necessaria una dura prova di forza per continuare a restare convinti nuclearisti e sfidare l'elettorato alle amministrative e al referendum, forza che evidentemente il Governo ha smarrito per strada. A testimonianza della paura di affrontare un siffatto tema in una campagna elettorale decisiva, basti ricordare la colorita opinione del ministro dell'Ambiente Prestigiacomo - che, insieme al sottosegretario Letta e al ministro Romani, ha curato la regia della moratoria - pronunciata giovedì dinanzi a Bonaiuti e Tremonti al termine del discorso di Napolitano alle Camere riunite: "È finita, non possiamo mica rischiare le elezioni per il nucleare. Non facciamo cazzate. Bisogna uscirne, ma in maniera soft. Ora non dobbiamo fare nulla, si decide tra un mese".
Gli effetti della moratoria sul nucleare sono tanti e forse non tutti noti. Il primo e più grande effetto è quello di bloccare la joint venture tra Enel e Edf, Sviluppo nucleare Italia, già saltata nel 1987 dopo l'incidente di Chernobyl, così come oggi è l'incidente a Fukushima a farla arenare. E pensare che l'accordo tra Italia e Francia era stato firmato nel 2009 in pompa magna tra Berlusconi e Sarkozy con la previsione di realizzare quattro centrali. L'opzione più rosea è che la società venga congelata, quella peggiore è che venga addirittura sciolta. E lo scioglimento vorrebbe dire rassegnarsi quasi definitivamente al nucleare in Italia, sarebbe il colpo di grazia ad una macchina che ha stentato a camminare e che ora potrebbe farsi in mille pezzi. E che fine farà l'Agenzia per la sicurezza nucleare presieduta da Umberto Veronesi, che ad oggi - per la verità - non è ancora operativa? Con lo stop al nucleare di questa mattina, viene archiviato anche il decreto legislativo sui siti di costruzione degli impianti atomici, che minacciava di essere un nuovo terreno di scontro tra Governo e regioni e che il primo si è guardato bene dal tenere vivo; sono state escluse, invece, dal provvedimento le procedure relative all'individuazione del sito di stoccaggio per le scorie. Lo stop, come ricordato prima, permette di rasserenare gli animi sul referendum di giugno: la paura più grande per il premier è che, in caso di forte propaganda a partecipare al referendum sull'onda dell'emotività, il quorum possa essere raggiunto facilmente andando ad inficiare l'esito degli altri due quesiti referendari, quello sulla privatizzazione dell'acqua e, soprattutto, quello sul legittimo impedimento, tanto caro al presidente Berlusconi.
Ma che cosa succederà tra un anno? Non si sa, nessuno è in grado di dirlo. Se tutto procederà come ora e il governo sarà quello attuale, ci troveremo ad entrare in un nuovo "ciclo elettorale" e quindi questo vuol dire non avventurarsi a parlare di nucleare per evitare qualsiasi riflesso negativo nelle urne. L'unica cosa che non sarà possibile fermare è il decommissioning, ovvero la disattivazione delle scorie nucleari, in parole povere le scorie ereditate dalle centrali atomiche chiuse dopo il referendum del 1987. Rizzo la definisce "una operazione titanica", considerando che il termine, precedentemente fissato al 2020, può slittare fino al 2026-2027 e che si parla di qualcosa come quattro o cinque miliardi di euro. "Somma che sarebbe stata sufficiente a costruire un paio di centrali atomiche", tanto per capirci.

giovedì 17 marzo 2011

NUCLEARE: LA RAGIONE PRIMA DI TUTTO


Una tragedia immane, di quelle destinate a restare nella storia. Il terremoto e lo tsunami che hanno colpito il Giappone hanno fatto tremare i polsi, hanno lasciato una devastazione che è difficile descrivere, hanno colpito in maniera inaspettata un Paese che è abituato a fare i conti con simili eventi, ma che non era preparato a tanto. Il numero dei morti è indicativo, forse diecimila, ma può cambiare in ogni momento, è ancora difficile una stima precisa e questo non può che rattristire ancor di più. Eppure, di fronte a questo cataclisma, il popolo giapponese ha mostrato una compostezza e un ordine invidiabili, anche grazie al grande impegno del primo ministro Naoto Kan, uno per il quale la parola "tsunami", fino a venerdì, era una metafora buona per definire l'onda di impopolarità che lo stava sommergendo, il mare di cattive notizie riguardanti l'economia fino all'accusa di aver intascato contributi elettorali, accusa che proprio nella mattina di venerdì ha confermato lui stesso insieme alla decisione di non volersi dimettere, ma di procedere col mandato governativo. Dopo venerdì, Kan ha mostrato un piglio decisionista che lo fa paragonare a Rudy Giuliani: il suo 11 settembre è rappresentato dal terremoto e dallo tsunami, uniti al pericolo più grande: quello nucleare. Andando in tv e commuovendosi, mandando il suo braccio destro ad affrontare i media, forzando le opposizioni a stringersi in una grande coalizione, il primo ministro Kan ha mostrato un impegno deciso e senza fronzoli, un grande amore per il Giappone per il quale ha promesso di essere pronto a morire.


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