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giovedì 28 giugno 2012

ITALIA-GERMANIA: NOI SI VINCE ANCORA...

La gioia a fine partita: domenica, a Kiev, è finale.

Sibillina la frase del Barbieri intorno alle 19,30 di stasera: "I tedeschi sono bravi con la finanza... Ma con il pallone vinciamo noi!" E io che, invece, esprimevo le mie perplessità: "Chissà come va a finire, incrocio le dita, speriamo tutto bene..." E invece, ora è tutto vero, tutto come pronosticato dal suindicato ragioniere: siamo in finale, domenica a Kiev incontriamo la Spagna, campione europea in carica, nonché campione del mondo, oltre che già avversaria nel girone alla partita d'esordio a questo campionato europeo.
Il primo gol di Balotelli su assist di Cassano
Devo dire che non m'aspettavo una partita con così tanto mordente e, soprattutto, così tanto e perdurante ordine: dal primo all'ultimo minuto, abbiamo lottato su tutti i palloni e ciascuno si è sacrificato per aiutare la squadra nella fase difensiva (pure Balotelli, che, però, Prandelli, ad un certo punto, ha richiamato a stare più alto per non farci schiacciare); inoltre, mai ci siamo scomposti, nemmeno nei momenti di maggior pressione abbiamo perso la testa, facendo saltare le posizioni. Questo è lo spirito che volevamo vedere, questa è la forza del nostro gruppo, questo è il segreto che può aiutarci domenica a battere la corazzata delle Furie Rosse: grinta ed ordine. È pur vero che la Germania, stasera, non è apparsa quella a punteggio pieno uscita dal girone: si è mostrata spenta, imprecisa e povera di idee, talora incapace di far partire il gioco o di svilupparlo per la grande pressione esercitata dai nostri azzurri. Davanti, Mario Gomez non ha combinato nulla, non era in serata e, in più, ha dovuto vedersela con i nostri centrali che non gli concedevano spazio: Klose, subentratogli nel secondo tempo, ha senz'altro destato qualche pericolo in più. In generale, a centrocampo l'azione era lenta, poco fluida e povera d'inventiva e, in difesa, si è aperta più di una crepa.

giovedì 8 settembre 2011

SE IL CICLISMO SI MISCHIA ALLA POLITICA


È inutile negarlo: il Giro della Padania, alla sua prima edizione quest'anno, è innegabilmente la corsa della Lega Nord, la quale ha scelto il ciclismo come mezzo per diffondere il suo storico messaggio; è quindi naturale che non la si possa considerare solo una gara ciclistica. Tanto per capirci, l'organizzatore è Michelino Davico, sottosegretario agli Interni e uomo della Lega, sotto le cui insegne ha svolto incarichi di consigliere comunale e assessore nel comune di Bra prima di essere eletto senatore nel 2006 e riconfermato nel 2008. Lo stesso Davico, in compagnia di Renzo Bossi, il Trota ovvero il figlio del Senatùr, e della presidentessa leghista della provincia di Cuneo Gianna Gancia, hanno dato il via alla corsa martedì 6 settembre a Paesana. Anche il paese scelto come partenza della gara è simbolico: Paesana, in provincia di Cuneo, è caro alla Lega Nord, visto che qui ogni anno, a metà settembre, si riunisce lo stato maggiore del Carroccio subito dopo il prelievo dell'acqua con l'ampolla alle sorgenti del Po per tenere il comizio che apre la Festa dei popoli padani. Infine, la maglia di leader non potrà che avere il colore verde. Tutto s'incastra perfettamente a giustificare, al di là di qualsivoglia ipocrisia, il risvolto politico di questo evento sportivo, in particolare a determinarne il ben preciso colore: il verde leghista.

mercoledì 11 maggio 2011

CICLISTI IN PERICOLO

Un mezzo all'apparenza tanto innocuo come la bicicletta ci consegna, nell'arco di due soli giorni, due terribili notizie, di quelle che fanno meditare e portano tanto sconforto.
La prima riguarda il corridore belga Wouter Weylandt, 25 anni, che due giorni fa ha perso la vita in una tremenda caduta nella discesa del passo del Bocco, a una ventina di chilometri da Rapallo, arrivo della 3^ tappa del Giro d'Italia, partita da Reggio Emilia; traumi cranico e facciale per il giovane ciclista della Leopard-Trek, che in settembre sarebbe diventato papà e per il quale fin da subito le condizioni sono parse gravissime: nonostante i 40 minuti di rianimazione, non c'è stato nulla da fare, Wouter non ce l'ha fatta. Ieri la carovana del Giro gli ha reso omaggio, correndo unita per tutta la tappa: commuovente la scena di Livorno, quando tutti i corridori della Leopard-Trek hanno superato abbracciati il traguardo, con il gruppo a breve distanza: nessun festeggiamento ieri, niente musica e niente intrattenimento alla fine della tappa, non c'era proprio la voglia né lo spirito. Non è bastato il sostegno del gruppo a permettere alla squadra di Weylandt di continuare la corsa rosa: Tyler Farrar, grande amico nonché suo compagno di squadra, e tutta la Leopard-Trek hanno salutato il Giro d'Italia, vinti dal dolore profondo ed evidentemente insuperabile per la scomparsa di un compagno di squadra molto amato.
La seconda notizia riguarda una ragazza di 27 anni e dalle belle speranze, Pamela Vidale, ricercatrice presso il Dipartimento di Genetica dell'Università di Pavia, che lunedì ha trovato la morte sul pavé di Piazza della Minerva, a Pavia, investita da un autobus. Enorme lo sgomento per il tragico fatto, tutto il Dipartimento è sotto shock, la notizia è piovuta come un masso. Perché era ben voluta, stimata, "speciale, gentile, educata come adesso ce ne sono pochi", ricorda Elena Giulotto, che l'aveva seguita fin dalla laurea triennale ed ora era la sua responsabile per il dottorato di ricerca. Dai colleghi viene descritta come "modesta, attenta al suo lavoro, un percorso costruito con impegno, sorridente con i suoi 27 anni", lei che lavorava sui telomeri e sull'organizzazione dei cromosomi. A breve, a partire dal primo giugno, sarebbe cominciata una nuova avventura: una borsa di studio dal Cnr per lavorare in un ambito in parte diverso, ma comunque di suo interesse. Eppure, anche Pamela come Wouter, ha trovato la morte in sella alla sua bicicletta: per Pamela non è stato un muretto in discesa a farle perdere il controllo del mezzo, bensì la disattenzione di un autista.


lunedì 27 dicembre 2010

FABBRICA CHIUSA


"E ora basta!" Non è l'esclamazione di una moglie arrabbiata col suo marito, né quella di un genero con sua suocera, né quella di una sorella con suo fratello. Questa potrebbe essere l'esclamazione che ha fatto Ronaldo nel momento in cui ha deciso di evitare altri figli nati in circostanze non sempre del tutto chiare.
Ronaldo Luís Nazário de Lima, meglio conosciuto come Ronaldo o il Fenomeno, ha affermato al quotidiano brasiliano Folha de S. Paulo: "Ho chiuso la fabbrica di figli." Dichiarazione rilasciata non certo a caso, ma figlia di alcuni dati di fatto, o meglio dei figli di cui è padre. Ronaldo è infatti genitore di Ronald, 10 anni, avuto da Milene Domingues, calciatrice brasiliana che ha giocato anche con la Nazionale del suo Paese nonché moglie del Fenomeno dal 1999 al 2003; di Alex, 5 anni, nato nel 2004 da un rapporto occasionale con Michelle Umezu, brasiliana di origine giapponese, quando si trovava in Giappone per un'amichevole con il Real Madrid; di Maria Sophia, di 2 anni, e di Maria Alice, di soli nove mesi, avute dall'attuale moglie Bia Anthony.
Ma Ronaldo non è stato il primo a prendere la decisione di "chiudere la fabbrica" ovvero di sottoporsi alla vasectomia. Un altro grande del calcio, Pelé, a seguito di qualche paternità imprevista, decise di sottoporsi all'intervento, salvo poi pentirsene e ricorrere all'inseminazione artificiale per ingravidare la seconda moglie, da cui ebbe due gemelli.
Ma cos'è la vasectomia? Nulla di così traumatico, come rappresentato nella vignetta in basso. E' un intervento chirurgico col quale, nell'uomo, si ha la resezione, dopo legatura, dei dotti deferenti, canali nei quali sono contenuti spermatozoi e una piccola quantità di liquido molto ricco di proteine che ne assicura la sopravvivenza. L'uomo, perciò, continua ad eiaculare ad ogni orgasmo, con una piccola riduzione della quantità di sperma emesso: nessuna modifica nel colore, nell'aspetto e nella viscosità può essere apprezzata, se non con il microscopio con cui si evidenzia, per l'appunto, l'assenza di spermatozoi. Dopo la vasectomia, tutte le sensazioni locali sonno immutate, l'erezione non cambia assolutamente, il processo di eiaculazione non cambia; molti maschi riferiscono addirittura un miglioramento dell'erezione dopo vasectomia. E', senza dubbio, un intervento sicuro e poco traumatico, ma non consente ripensamenti: gli interventi di ricongiungimento dei deferenti sono possibili grazie alla microchirurgia, ma solo nel 30% dei casi si è ottenuto un figlio.
Un bel regalo di Natale, molto originale, quello che si è regalato Ronaldo.

martedì 21 dicembre 2010

CIAO ENZO!



Si è spento oggi a Roma Enzo Bearzot, l'ex ct azzurro campione del mondo nel 1982. La notizia è stata data poco fa da Sky e la triste ricorrenza ricorre con l'anniversario della morte di Vittorio Pozzo, l'altro grande tecnico bicampione del mondo.
Nato ad Aiello del Friuli 83 anni fa, è stato un buon mediano negli anni '50, quando giocò con le maglie di Inter e Torino. Ma è senz'altro come ct della Nazionale che ha raggiunto i maggiori risultati ed è entrato nell'immaginario collettivo: il fotogramma che tutti abbiamo in mente, anche chi - come me - ha rivisto quelle immagini a distanza di tempo e non le ha potute vivere, è quella della Coppa del Mondo in primo piano, con il presidente della Repubblica Sandro Pertini alla sua destra, Dino Zoff di fronte e Franco Causio opposto.
Enzo Bearzot arriva nel 1975 alla guida dell'Italia e vi resta fino al 1983, conquistando il quarto posto ai Mondiali del 1978 e il primato mondiale nel 1982. Inevitabilmente, Bearzot rimarrà sinonimo di Mondiale, anzi di Mundial, Spagna 1982. Il Mondiale delle polemiche e delle derisioni, del silenzio stampa, di Gentile che marca Maradona, dell'eliminazione di Argentina e Brasile, di Paolo Rossi e di Pertini che esulta in tribuna durante la finale al Bernabeu di Madrid vinta per 3-1 con la Germania. Il Mondiale di Enzo Bearzot: un capolavoro di un uomo che riuscì a riportare l’Italia sul tetto del mondo dopo ben 44 anni, lui che di anni non aveva ancora compiuti 55, il Vecio. Con il suo orgoglio, la sua straordinaria umanità e il suo stile, aveva compiuto il miracolo, proprio nel momento in cui il Paese aveva bisogno di qualcosa che sollevasse il morale.


mercoledì 20 ottobre 2010

CONTROLLI CHE FANNO ACQUA

Ciò che è successo a Genova una settimana fa è ancora ben chiaro a tutti: una bella partita di calcio non si è potuta giocare per colpa di un gruppo di facinorosi capitanati da un teppista. Nel post di commento a tale vicenda, mi facevo una domanda: "Mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio." Il problema fondamentale era proprio questo: i controlli non erano sufficienti, se a qualcuno sono state controllate bottigliette e patatine ed altri sono entrati con fumogeni, pinze e quant'altro era utile a devastare lo stadio.
A sostenere questi dubbi, arriva il servizio di Striscia la notizia a cura di Valerio Staffelli, che mostra come è possibile entrare negli stadi italiani senza alcuna difficoltà, eludendo i controlli o trovando aiuto nei bagarini. Verrebbe da chiedersi: le nuove norme imposte dal ministro Maroni non dovevano servire a garantire maggiori controlli e maggiore sicurezza negli stadi? Sì, teoricamente sì, mentre all'atto pratico viene mostrato come è facile scampare ai controlli, nonostante i biglietti nominali, che non vengono controllati. La cosa ancor più grave è che non ci sono perquisizioni da parte degli steward e perciò si può portare sia in curva sia in tribuna oggetti pericolosi, anche di importanti dimensioni: gli attori ingaggiati per il servizio portavano all'interno dello stadio solo un salame, ma è facile capire come è possibile introdurre anche spranghe, pinze, fumogeni e tanto altro.
E allora? Si tratta di un problema di steward? Fulvio Bianchi su Repubblica.it ricorda che "gli steward vengono pagati poche decine di euro, e non hanno (al momento) una sufficiente tutela giuridica: perché mai dovrebbero rischiare? Non era meglio lasciare certi controlli alla polizia?" E poi: i tornelli funzionano? I biglietti nominativi servono se non vengono controllati? La tessera del tifoso serve, a parte il fatto che ha fatto guadagnare soprattutto le banche?
Non resta che guardare il video per rendersi conto che i provvedimenti decisi devono essere fatti rispettare per garantire la sicurezza degli spettatori negli stadi, che hanno il sacrosanto diritto di godersi una partita di calcio, senza temere per la propria incolumità.



martedì 12 ottobre 2010

IL PESSIMO SPETTACOLO DI MARASSI


Grazie per il pessimo spettacolo! Un vero genio! Non potevi startene a casa tua, a giocare con i fumogeni nel tuo cortile, anziché farti qualche centinaio di chilometri e venire a Genova a rovinare una serata di calcio? Perché hai dovuto mandare all'aria una partita, vissuta da tutti i protagonisti con grande attesa e che aveva tutti i presupposti per regalare spettacolo? Perché hai regalato a tutti i bambini presenti allo stadio un siparietto che non ho proprio parole per definire? E poi, perché avevi il volto coperto? Continuo a chiedermi tutto ciò e non ho risposte. O meglio ne ho una: sei un incivile, uno che non ha la minima nozione di educazione civica, uno che non ha la minima conoscenza delle regole del buon vivere civile, uno che non riesce a concepire il concetto di libertà, uno sfasciatore capace solo di rovinare un tranquillo martedì sera di metà ottobre dedicato al calcio. Si poteva cogliere l'occasione per ricordare anche i nostri quattro soldati caduti in Afghanistan, i nostri giocatori scendevano in campo con il lutto al braccio; e invece nulla: il tuo pessimo spettacolo ha rovinato anche questo. Vergognati! Sono sempre più senza parole.
Non è il momento delle polemiche, però una riflessione mi viene naturale: a parte l'egregio comportamento della polizia dopo l'inizio dei disordini nello stadio, mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio. Qualcosa nei controlli non ha funzionato, qualcosa è sfuggito alle maglie delle forze dell'ordine allorché i facinorosi hanno varcato le porte dello stadio; e quel qualcosa non doveva sfuggire, purtroppo.

venerdì 24 settembre 2010

IL BANDITO E IL CAMPIONE


Il bandito e il campione. La vera storia di Costante Girardengo e Sante Pollastro

Marco Ventura


Il Saggiatore Tascabil
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Immaginate le strade polverose dei primi anni del '900, affollate da poche auto e da molte biciclette e tra queste cercate di scorgere, tra le bici da passeggio - le più comuni -, una "macchina" guidata da un Omin, un campione, anzi un Campionissimo. Potrebbe essere la fotografia fedele di una giornata di inizio '900, quando Costante Girardengo da Novi Ligure si allenava sulle strade di casa per raggiungere i risultati che lo hanno consacrato come uno dei più forti ciclisti di tutti i tempi. Professionista per ventiquattro anni, dal 1912 al 1936, campione d'Italia per nove volte (record ancora imbattuto), vincitore per sei volte della Milano-Sanremo - la sua corsa preferita -, per due volte del giro d'Italia e per tre volte del giro di Lombardia, vincitore del Grand Prix Wolber (antesignano del Campionato del Mondo) nel 1924 dinanzi a llo storico avversario Pélissier e argento nel 1927 al primo Campionato del Mondo, Costante è stato uno sportivo modello, sia per i successi nella vita sportiva sia per l'integrità morale che lo ha sempre contraddistinto. Incrocia sulla sua strada un compaesano diventato pure lui famoso ma per tutt'altri meriti: il bandito Sante Pollastro. Anche lui novese, nativo del Borgo delle Lavandaie, il quartiere vicino alla stazione che ricorda il Bronx per il tasso di criminalità e di povertà, anche lui innamorato della bicicletta: prova l'esperienza delle gare, ma non ha la stoffa e allora decide di usare la bicicletta per compiere ruberie. Inizia con furti in villa e poi affina progressivamente la tecnica fino a quando il 14 luglio 1922 passa al primo fatto di sangue: l'agguato al cassiere Casalegno poco fuori Novi per rubare l'incasso della Banca Agricola di Tortona. Da qui iniziano le peripezie di Pollastro, che si dà alla macchia per sfuggire alla cattura delle forze dell'ordine, girando il Nord Italia e la Francia alla ricerca di un posto sicuro. Nel 1925, al Vélodrome d'Hiver dove Girardengo corre una Sei giorni, avviene l'incontro tra il campione e il bandito, incontro che Pollastro serberà per sempre con grande gelosia: è sempre stato un grande fan del Campionissimo e finalmente ha avuto l'occasione di incontrarlo dal vivo e di parlarci, nonostante il rischio di farsi scoprire dalle forze dell'ordine che sono sempre sulle sue tracce.


sabato 17 luglio 2010

ADDIO ALLA PRO VERCELLI


Quei sette storici scudetti campeggiano ancora nella parte alta della home page: eppure è questione di poco e spariranno per sempre, sparirà per sempre un pezzo del nostro calcio d'antan che all'inizio del Novecento ha dato lustro di sé regalando tanti ottimi elementi alla Nazionale. Questo accadrà alla Pro Vercelli, sbriciolatasi sotto il peso di costi insostenibili, facendo piazza pulita di tutto ciò che è stata. Il comunicato della società, diramato il 17 luglio, è amaro, ma lascia aperto uno spiraglio almeno per i giovani, per la "vera risorsa della società".

La decisione del Consiglio Federale di escludere l’U.S. Pro Vercelli Calcio dal Campionato di Seconda Divisione Lega Pro, ha creato sconcerto in città e in società.
In attesa di conoscere le motivazioni inerenti la decisione del Consiglio Federale, l’U.S. Pro Vercelli Calcio comunica ai tifosi che provvederà nei prossimi giorni a presentare ricorso contro la decisione del medesimo Consiglio Federale.
La dirigenza rivolge un appello particolare a tutti i ragazzi e genitori del Settore Giovanile, vera risorsa della società, affinché sappiano “attendere” con pazienza e senza ansia gli sviluppi della vicenda.
Si continuerà comunque a lavorare su un settore che non vuole vanificare il lavoro di anni: l’attività di programmazione per la stagione 2010-2011 continuerà…
Siamo fiduciosi nel buon esito della vicenda e ci auguriamo di avere presto nuovi riscontri positivi da comunicarVi.

…ancora una volta FORZA PRO!!!

Risale al 1903 la nascita della prestigiosa società di Vercelli, terra di riso e di sport, visto che la nascita della Società Ginnastica Pro Vercelli data al 1892, prima fra le sorelle del quadrilatero: Alessandria, Casale e Novara. Solo undici anni dopo, grazie a Marcello Bertinetti, studente appassionatosi al nuovo sport dopo aver visto la Juventus, nasce la specifica sezione dedicata al football ed inizia la lunga tradizione calcistica. Ben sette gli scudetti del palmares, tra il 1908 e il 1922, forse otto se l'Inter avesse accettato di rinviare lo spareggio del 1910, dal momento che i migliori giocatori delle "bianche casacche" erano impegnati in tornei militari.
Come ci si può dimenticare di Silvio Piola, straordinario giocatore d'altri tempi e vero uomo dei record? E' stato il miglior cannoniere di tutti i tempi in serie A con 274 reti; ha segnato il maggior numero di gol in una partita di serie A: ben sei nella partita di campionato Pro Vercelli-Fiorentina (7-2 del 29 ottobre 1933); è stato il più anziano goleador su azione del campionato italiano a 40 anni, 6 mesi e 9 giorni (Novara-Milan del campionato 1953-54); è stato il miglior realizzatore in serie A di ben tre squadre: Pro Vercelli, Lazio e Novara. Oltre al grande Piola, la Pro Vercelli aveva altri gioielli: Giuseppe Milano I, centrocampista e capitano della Nazionale nelle undici partite con essa disputate; Guido Ara, strepitoso mediano, vercellese di nascita, esordiente nella Pro Vercelli non ancora ventenne; Virginio Rosetta, che esordì a 17 anni nella Pro Vercelli come attaccante per poi diventare terzino, passato alla Juventus nel 1923 per cinquantamila lire quando presidente era Edoardo Agnelli.
Se ne va, in un attimo, tutto un pezzo di storia, un pezzo di tradizione calcistica che affonda le sue radici in profondità e che ha sempre nobilitato questo sport. I primi problemi c'erano stati agli inizi degli anni Novanta, ma poi si riuscì a risalire la china. Solo pochi mesi, visti i problemi incipienti, era stata organizzata una fiaccolata al fine di sensibilizzare la città sulla vicenda e per fare in modo che "la storia di 118 anni e 7 scudetti non venga cancellata, auspicando un futuro senza nubi"; erano stati invitati ex vecchie glorie e istituzioni cittadine. Era l'ultimo atto di fede di una tifoseria preoccupata per le sorti delle "bianche casacche" e amareggiata dalle tante trattative fallite o mai cominciate o solo frutto di inopportune e gratuite pubblicità. Ora tutto appare più duro, si ha l'impressione di una chiusura definitiva di un capitolo di storia di grande calcio, nonostante il tentativo di salvataggio da parte di una cordata di imprenditori locali che poche settimane fa aveva raccolto 140 mila euro per l'iscrizione al campionato di seconda divisione di Lega Pro. Sforzo invidiabile ma inutile, non è bastato a salvare le "bianche casacche" dal baratro.
Eppure il campionato appena trascorso era stato chiuso al dodicesimo posto nella seconda divisione della Lega Pro e solo due anni fa avevano festeggiato il centenario del primo scudetto. Destino crudele: quando il calcio, soffocato dal business, rischia di morire.

venerdì 25 giugno 2010

SENZA APPELLO


Il giorno dopo la clamorosa sconfitta non si parla d'altro. A ragione. In un Paese in cui il calcio è una vera e propria religione, il crollo di ieri a Johannesburg contro la Slovacchia è stato un terremoto per i tifosi italiani. Certamente prevedibile con un discreto anticipo, viste le prime due partite, ma a cui si cercava di non pensare, consci che la terza partita avrebbe suonato la carica per rimettere in bolla un Mondiale partito storto. E invece no: nonostante i pronostici beneauguranti della vigilia, l'Italia di Lippi gioca male, perde e fa le valigie per tornare a casa. Con la coda tra le gambe, carica di vergogna, seriamente umiliata da una squadra che per la prima volta giocava un Mondiale. Si potrebbe dire: "la fortuna dei principianti"; ma qui, di fortuna, non ce n'è stata, c'era solo bel gioco e ottima disposizione in campo, coraggio e grinta nel mordere le caviglie degli azzurri, gli Slovacchi erano su tutti i palloni e giocavano a calcio, collezionavano azioni di buona fattura e pressavano in maniera asfissiante sul portatore di palla. L'Italia, invece, pareva essere scesa in campo con molta carica, o almeno così pareva durante l'inno. Ma questa presunta carica deve essersi esaurita nei pochi secondi tra la fine dell'inno e il calcio d'inizio: da quel momento sull'Ellis Park, per l'Italia, è calata una bruma, sempre più fitta, che ha annebbiato le menti di tutti i giocatori, anche di quelli - si legga: Zambrotta, De Rossi, Montolivo - che nelle due partite precedenti erano brillati per la qualità messa in campo.
I commenti che possiamo fare e che sono già stati fatti sono tantissimi: ognuno ha la sua ricetta magica per risolvere i problemi, ognuno pensa di poter essere il miglior ct della Nazionale, ognuno si infervora quando qualcosa non va perché egli avrebbe fatto in maniera diversa. Tuttavia, se molte delle critiche convergono su Lippi nell'individuare l'indiziato speciale, non credo si sbaglino. E a conferma di questo, su tutti i giornali e su tutti i siti web, campeggia l'affermazione netta e pesante: "La colpa è mia". Certamente fa onore a Lippi il fatto di essersi assunto subito la responsabilità per tutto quanto è successo e non poteva che comportarsi così: è chiaro che è da lui che è mancato qualcosa da comunicare ai ragazzi, sono suoi molti errori di gestione dei giocatori. Improvvisare Marchisio trequartista, per esempio, è stato un errore difficile da perdonargli; aver lasciato a lungo Quagliarella in panchina, vista la condizione fisica mostrata ieri nel secondo tempo, ha pesato; aver lasciato a casa Cassano è, tra tutte, forse la colpa più grande: volendo privilegiare la coesione del gruppo, ha deciso di privarsi di un giocatore capace di illuminare gli attaccanti, in grado di regalare palloni magici per le punte, abile nel creare gioco in mezzo al campo e contemporaneamente in grado, quando fosse servito, di saltare l'uomo e provare la giocata. Faceva specie vedere Cassano in abito da sposo anziché in calzoncini e maglietta azzurri nel momento in cui la Nazionale, sotto quel punto di vista, ha mostrato un grosso limite: se la paura di Lippi era quella che il giocatore barese avrebbe destabilizzato l'ambiente, credo questa fosse una paura infondata e comunque in ogni caso largamente arginabile, vista la bontà del gruppo. Da domani ripenseremo alla nuova Nazionale, toccherà a Prandelli ripartire da zero, da una Nazionale smantellata sia per limiti di età sia per limiti di capacità: una condizione ideale nella quale poter metter su una squadra competitiva a caccia della qualificazione per l'Europeo.
Postilla finale: la Lega è stata indegna quando ha tifato contro l'Italia nella prima partita col Paraguay; ancora più indegna è stata la frase di Bossi riguardo la partita di ieri: "Tanto la comprano" (e meno male che l'abbiamo comprata... o forse abbiamo perso per dimostrare al Senatur che non l'abbiamo comprata?!) Sicuramente non fuori luogo l'affermazione del ministro Calderoli: via gli stranieri dal campionato. Perché, se dobbiamo trovare un motivo nella pessima figura rimediata in Sudafrica (ultimi del girone, a due punti, senza neanche una vittoria), quello sicuramente sta nella pochezza del nostro gruppo: giocatori discreti, nessuna stella, alcuni senatori del 2006 e pochi giovani - che hanno peraltro ben figurato nel complesso. Ci manca quell'ampia gamma di scelta che le nazionali sudamericane hanno: se pensiamo alla quantità di giocatori brasiliani, argentini, uruguaiani - per fare alcuni esempi - e la paragoniamo al numero di giocatori su cui Lippi poteva scegliere ci accorgiamo, al di là di alcune testardaggini del tecnico viareggino che tali si sono dimostrate, che quelle nazionali hanno un vasto numero di atleti da cui attingere, tra i quali ci sono giocatori mediocri, giocatori di media bravura e alcune stelle, Messi tra tutte. Se guardiamo in casa nostra, abbiamo una Juve ormai irriconoscibile e che non fornisce più i giocatori di una volta alla Nazionale; un'Inter che, nonostante il tris di titoli, è costruita esclusivamente su stranieri (bravi nelle loro nazionali, ma inutili per la nostra); una Roma e un Milan che navigano a vista. Imponiamo un tetto massimo di cinque giocatori stranieri, tra comunitari ed extracomunitari, per ogni squadra e puntiamo sui nostri vivai, che - lo sappiamo bene - vantano dei signori giocatori, a cui serve solo più fiducia e più spazio.
E poi, se pensiamo all'età media di molte nazionali che stanno facendo bene, ci accorgiamo che questa è molto bassa: la voglia di far bene e la freschezza fisica dei giovani sono due armi troppo importanti che non si possono non spendere in un Mondiale.
Ecco da dove dobbiamo ripartire: meno stranieri nel nostro campionato per far largo ai nostri giovani, bravi e volenterosi, per poter creare un ciclo e regalarci la gioia di poter competere alla pari, o quasi alla pari, con Argentina e Brasile.

martedì 15 giugno 2010

INIZIA CON UN PAREGGIO L'AVVENTURA SUDAFRICANA

E' iniziata ufficialmente ieri per gli azzurri l'avventura mondiale in Sudafrica al cospetto di un Paraguay che si è mostrato solido e arcigno. Un pareggio con una rete per parte, Alcaraz e De Rossi, ha concluso un match che è sempre stato fatto dall'Italia, con il Paraguay che fino all'azione del gol non aveva tirato in porta e poche volte lo ha fatto nel secondo tempo. Un'Italia che ha macinato gioco soprattutto a centrocampo, dove un Montolivo partito in sordina è andato crescendo e inserendosi perfettamente nei meccanismi del centrocampo, dettando i tempi ai compagni, accompagnato da un De Rossi che ha raccolto una miriade di palloni; Marchisio è apparso per niente a suo agio dietro le punte, non è quella la sua posizione: si è sacrificato ma ha combinato poco e niente, mentre Pepe è apparso scatenato sulla fascia, talora troppa frenesia non gli ha permesso di ragionare e lo ha portato ad errori evitabili. La difesa si è comportata bene, con un Cannavaro in gran spolvero che non ha sbagliato praticamente nulla assistito da un Chiellini all'esordio nel Mondiale, il quale ha disputato una buona gara con qualche piccola sbavatura. Buona pure la prestazione degli esterni di difesa, con Zambrotta infaticabile sulla sua fascia dove ha scavato un colpo facendosi trovare sempre pronto per la sovrapposizione e Criscito che, pur essendo alla sua prima esperienza mondiale, ha fatto il suo senza problemi e con grande personalità, proponendosi spesso sulla fascia sinistra. In avanti pessima prova di Gilardino e Iaquinta, apparsi poco lucidi e per nulla incisivi davanti alla porta. Senz'altro il reparto da rivedere è l'attacco, dove l'innesto di Di Natale a poco dal termine ha dato più brio e vivacità all'azione; Gilardino appare lontano dalla forma migliore e Iaquinta ha fatto poco per risultare incisivo. Magari contro la Nuova Zelanda verrà buttato nella mischia Pazzini...
Comunque, qualche dato positivo c'è: anche rispetto all'esordio nel 2006, la Nazionale mi è apparsa molto più motivata, grintosa, carica, vogliosa di fare la partita e costruire gioco; la finalizzazione non è stata all'altezza e perciò bisogna lavorare: il pareggio di oggi tra Nuova Zelanda e Slovacchia ci aiuta, ma contro i neozelandesi non dobbiamo fallire, l'unico obiettivo è la vittoria. Forza Ragazzi!

POVERA ITALIA!

Sono cominciati i Mondiali ed inevitabilmente sono iniziate anche le polemiche più o meno accese che tengono viva l'attenzione su questo evento e che ci permettono di poter discutere quando non ci sono molti argomenti all'ordine del giorno. La polemica più accesa è quella delle ultime ore che riguarda Radio Padania: ieri sera, al gol siglato dal centrale di difesa Alcaraz, alla radio della Lega Nord si è esultato per il vantaggio del Paraguay a scapito dei nostri azzurri. Ora mi domando: per quale dannato motivo a Radio Padania si è esultato per il gol del Paraguay? C'era qualche scommessa in ballo (nel qual caso si può anche cercare di capire l'esultanza)? O, più probabilmente, siamo di fronte ad un gruppo, discretamente nutrito, di tifosi esagitati che, in nome della Padania, pensano di poter metter i piedi in testa alla nazione italiana? Perché - si badi bene - il gesto è gravissimo non tanto per il mancato dispiacere per il momentaneo svantaggio dell'Italia quanto per il comportamento che denota: una totale mancanza di rispetto per il proprio Stato e per la gente che lo abita - checché ne dicano i leghisti, abitano il suolo italiano. Certamente i leghisti non sono nuovi a simili comportamenti: come potersi dimenticare le frasi di Bossi, per cui è stato condannato per il reato di vilipendio alla bandiera italiana, "Quando vedo il tricolore mi incazzo. Il tricolore lo uso per pulirmi il culo" e "Il tricolore lo metta al cesso, signora"? Da ultimo ci ha pensato il presidente Zaia che, in occasione di una cerimonia nel Trevigiano, ha deciso di far sentire prima il Va' pensiero, seguito dall'inno di Mameli: un gesto che può apparire piccolo e innocuo, ma che mostra come, con piccole picconate, si vogliono lanciare segnali forti.
Tutto si può sentire, si può parlare di Padania e secessionismo (per lo più a parole, visto che i fatti che scarseggiano), ma sempre nel rispetto della propria nazione, che è e rimarrà l'Italia, la nostra Penisola bagnata da tre mari e attraversata dalle Alpi e dagli Appennini. Si tratta di un valore-base, che dovrebbe appartenere ad ogni cittadino, che in altri Paesi è fortemente sviluppato, talora troppo, e che da noi è latente o molto debole. Ricordo che il settennato del presidente Ciampi aveva molto insistito su tutto ciò che è ascrivibile all'Italia e al tricolore: vale la pena conservare quegli insegnamenti e farne tesoro per far fronte a queste presunte spinte secessioniste che vogliono cercare di scalfire la nostra nazione.

lunedì 7 giugno 2010

UNA STORIA D'ALTRI TEMPI

Complimenti a Cesare Fiumi! Ha scovato una di quelle storie che oggi è difficile leggere, una di quelle storie che forse sentivamo raccontare dai nostri papà o dai nostri nonni, una di quelle storie che ci ricordano altri tempi, tempi lontani e che forse non ritorneranno. In un calcio sempre più votato allo spettacolo e al business - e non è un modo di dire, è la cruda e amara realtà, basta dare un occhio ai Mondiali che a breve inizieranno - fa piacere leggere storie di un calcio ancora attaccato ai valori dello sport pulito e leale, dell'attaccamento ad una squadra in quanto gruppo di persone e baluardo di una comunità.
E' la storia di Marco Mulas, custode dello stadio del Romangia Sorso, vicino Sassari, che per un giorno torna giocatore e dalla panchina passa al campo, segnando un gol importantissimo per la sua squadra.




IL GOL PIÙ BELLO DELL'ULTIMA DOMENICA
L'ha realizzato, in Prima Categoria, il custode dello stadio del Romangia Sorso: Marco, giocatore mancato, è invitato a cambiarsi per far numero in panchina, ma poi entra e segna. Quando "calcio nel sangue" vuol dire passione e non coltelli

Anche per Marco era l'ultima di campionato. E quel che sarebbe accaduto non stava nei suoi pensieri, non poteva trovarvi posto. Anche perché il posto di Marco, il suo ruolo, non prevedeva un finale così. No, non di Marco Materazzi stiamo parlando. E neppure di Marco Motta, versante giallorosso della volata-scudetto. Di Marco Mulas, invece: protagonista di una storia pallonara che sta al calcio d'oggi come una licenza poetica, una boccata d'aria, un sorso d'acqua fresca. Un Sorso con tanto di maiuscola, ché è qui, in questo paesone a un passo da Sassari, che è ambientata. Marco Mulas ha trent'anni e il calcio nel sangue, anche se il pallone non l'ha ricambiato: il talento - come succede a tanti, quasi tutti - lo ha dribblato quando aveva vent'anni e l'ha lasciato sul posto. Quello che occupa ancora oggi, da tesserato finito a controllare tessere e riassettare tribune: da nove anni custode dei due stadi di Sorso (il Madau e il Piramide), erede del mestiere di papà.
Calcio&sangue, di questi tempi, non è certo gemellaggio passionale: solo la voce di bilancio domenicale di risse e lame, che se ne infischiano di Daspo e denunce, mordendo ai polpacci un mondo in fuga dalle proprie certezze e responsabilità, ma pronto a ricevere ultra di altra squadra in visita diplomatica e poi ad anticipare partite, a chiuderne al pubblico altre, a minacciarne la sospensione, fino a presidiare autogrill e caselli - è quanto accaduto nelle sole ultime due giornate - per limitare incroci di squadrismi&coltelli.
Invece, il calcio nel sangue di Marco Mulas era, è, passione sincera, sfogata sui campi di calcetto alla sera e in qualche sfida alla buona per tener caldi i piedi da attaccante e l'attaccamento al pallone. E pure il ricordo di quando stava nelle giovanili, prima di accomodarsi in tribuna a guardare gli altri giocare.
Un fare distinto, gli occhiali a dargli un certo piglio, Marco Mulas prende 400 euro al mese per aprire e chiudere il campo nei giorni dell'allenamento e predisporre lo spogliatoio prima della partita, sistemando le maglie della Romangia Sorso e preparando il tè caldo. Una garanzia, quel giovin custode, tanto che, dopo la promozione nel 2008, sul sito del club ce n'era anche per lui: "Grazie a Marco Mulas. Sempre presente ogni domenica, sempre vicino ai ragazzi". Sono passate due stagioni, è arrivata pure una retrocessione, ma lui è ancora lì. E anche ora, ultima di campionato - torneo di Prima Categoria 2009/2010 - Marco ripete il suo gesto, preparando le maglie biancorosse della Romangia. Che, allo stadio Madau, ospita il Berchidda.
Arrivano i giocatori, ma non arrivano tutti - a fine stagione, tra i dilettanti, c'è sempre qualche defezione - e sul referto per l'arbitro ci sono solo 14 nomi. E' allora che il presidente guarda Marco il custode e gli dice: "Tanto è l'ultima, cambiati, vai in panchina anche tu". Lui ricambia con uno sguardo stupito, poi sorride e capisce che non è vero: per una volta non vedrà la partita dalla tribuna e starà ancora più vicino ai ragazzi, ché una delle maglie che ha preparato è la sua. Ciascuno custodisce qualche sogno, con la speranza che un giorno smetta di esserlo: be', il custode Marco sente che è arrivato quel momento. Veste la divisa della Romangia e si accomoda in panca.
Accade alla mezz'ora del secondo tempo. Il Berchidda è avanti 2-0 e i suoi non vedono palla. Da cinque minuti Marco il custode non è più un panchinaro. "Entra anche tu", gli ha detto l'allenatore e l'ha spedito in campo. E adesso lui ha rimediato un pallone sulla sinistra. Stringe verso l'area avversaria, finché un avversario gli si para di fronte. Allora finge di andare sul fondo per metterla in mezzo: quello abbocca e lui rientra sul destro. Guarda la porta, prende le misure, azzarda il diagonale. Il portiere si muove ma non ci arriva e a lui non resta che guardare la palla che si struscia nella rete, sventolandola in suo onore.
In fondo è solo un gol (la partita finirà 2-2), come ce ne sono tanti, ogni domenica, dovunque. Non vale uno scudetto, una festa pazza, una stagione. Epperò è un gol da calcio nel sangue che riconcilia col pallone - in questa pessima annata, intossicata fino all'ultimo da sgherri di curva e sgarri al buonsenso - e ristora la passione. Un gol che sa ancora di pali fatti coi cappotti, di tre-angoli-un-rigore, di "siamo dispari, vuoi entrare?", di un ritorno all'abbecedario del giocare. E, come insegna Marco il custode, di "un divertirsi a guardare". Poco conta se il Romangia in Prima Categoria o la Nazionale al Mondiale.

Cesare Fiumi, Sette, 20 maggio 2010

sabato 5 giugno 2010

PARIGI E' AZZURRA: SCHIAVONE STELLARE


Come si fa a commentare una vittoria simile? Come si fa, con le lacrime che tentano di scendere, a non gioire per un trofeo così ambito? Il Roland Garros torna azzurro e questo grazie ad una fantastica Francesca Schiavone che batte una tenace Samantha Stosur. Ha saputo condurre la partita con una sicurezza e una personalità degne di una campionessa, correndo non pochi rischi che però le sono valsi punti importanti che l'hanno aiutata nei momenti più difficili. Se il primo set è stato equilibrato, il secondo è cominciato male per l'italiana, che va sotto 4 a 1 e recupera fino al 6 a 6. Va a giocare il tie break e relega la Stosur a un 7 a 2, che la consacra regina del Roland Garros.
Non può esimersi dal baciare la terra, che aveva addirittura promesso di portarsi a casa. Brava Francesca, brava perché hai conquistato un trofeo con coraggio e determinazione, sempre all'attacco e sapendo variare il gioco, brava perché hai fatto onore alla tua e alla nostra Italia, brava perché abbiamo bisogno di persone come te per rappresentare al meglio il nostro tennis. Non ci crede ancora neanche lei, non sa cosa dire dopo la premiazione perché non aveva preparato nulla, ringrazia il pubblico che l'ha sostenuta, ringrazia papà e mamma che sono a casa. Un quadro bellissimo di sport italiano.

Grazie Francesca, sei tutti noi!


venerdì 29 gennaio 2010

IL VIZIETTO DEL DOPING

E Mutu ci ricasca. Niente da fare, non ha imparato la lezione, si è fatto beccare di nuovo. Positivo alla sibutramina, farmaco nato come antidepressivo e poi usato per curare l'obesità da quando si sono osservati effetti anoressizzanti (è in grado di ridurre il senso di fame). Importante sottolineare come la vicenda legata al commercio di sibutramina in Italia è stata travagliata: ritirata dal commercio nel 2002, ne fu riammessa la vendita l'anno successivo solo su prescrizione di pochi specialisti. E' di alcuni giorni fa la notizia che l'Aifa l'ha nuovamente ritirata sulla base di una indicazione dell'Emea che ha riscontrato un rapporto rischio-beneficio sfavorevole.
Ma perchè è stato incluso nell'elenco delle sostanze proibite dalla Wada, l'Agenzia mondiale antidoping? Lo spiega il professor Dario D'Ottavio, esperto di doping e membro della CVD, la commissione di vigilanza sulla legge antidoping, uno di coloro che hanno spinto perchè il farmaco fosse inserito tra le sostanze dopanti.
Stimolante dei neurotrasmettitori, cioè impedisce la cosiddetta ricaptazione di adrenalina, noradrenalina, serotonina e dopamina, stimolanti neurotrasmettitori, appunto, che grazie a quella sostanza rimangono di più nel circolo sanguigno espletando significativi effetti stimolanti. Il risultato è che c'è una maggiore efficienza fisica e la prestazione sportiva migliora. Di qui il divieto. Un prodotto molto simile all'ormai famigerato Lipopill (fenteramina) che costò la squalifica a Peruzzi e Carnevale nel 1990. E, per i suoi effetti euforizzanti è talvolta usato come succedaneo alla cocaina. Gli effetti dimagranti della sibutramina infatti sono minimi, dunque ciò che viene ricercato è principalmente l'effetto stimolante sulla prestazione.
Quasi patetica o simpatica - se veramente stanno così le cose - la spiegazione della madre di Mutu.
Intervistata dalla rete Telesport, Rodica Mutu, madre del calciatore, rivela di essere quasi certamente la responsabile della positività del figlio. La donna afferma di aver dimenticato a casa dell'attaccante le sue pillole, assicurando che il ragazzo non assume pasticche dimagranti e che probabilmente le ha prese per errore leggendo che si trattava di un semplice prodotto naturale.

Ma vogliamo ricordare qualche altro nome tra quelli che col doping ci sono cascati più di una volta? Oltre al Pibe de Oro Maradona che è il caso che ha fatto più scalpore, forse il primo grosso caso di doping, possiamo citare Jonathan Bachini, cresciuto nelle giovanili dell'Alessandria. Al controllo antidoping del 22 settembre 2004 alla fine della partita con la Lazio, nel primo campione sottoposto ad analisi, è stata rintracciata la presenza di metaboliti di cocaina. Bachini, nell’attesa delle controanalisi, viene squalificato per nove mesi e licenziato dai lombardi, squalifica poi aumentata ad un anno dalla CAF. Nell'estate 2005 lo ingaggia il Siena ma viene trovato nuovamente positivo alla cocaina nella gara del 4 dicembre 2005 contro la Lazio e il Siena rescinde il contratto. Il 30 marzo 2006 viene squalificato a vita, quindi radiato.
Un altro nome venuto alle cronache è quello di Francesco Flachi, trovato nuovamente positivo ad un metabolita della cocaina, la benzoilecgonina, il 19 dicembre 2009. Il giocatore aveva già scontato una squalifica di 2 anni dal febbraio 2007 al febbraio 2009 per positività alla stessa sostanza riscontrata al test del 28 gennaio 2007 quando militava alla Sampdoria.

Si fatica a capire il perchè di questi comportamenti, che pure stanno diventando frequenti; forse i soldi e la notorietà non sono tutto, ma si può anche decidere di uscire dal sistema a testa alta, salutando e ringraziando tutti, senza essere accompagnati dall'ombra di un reato.

sabato 2 gennaio 2010

L'AIRONE HA SMESSO DI VOLARE



Il grande corridore, lontano dalle corse, appariva simile a un airone: splendido in volo ma sgraziato e a disagio una volta costretto a toccare terra.

Così parla di Coppi Giancarlo Governi nel libro Il grande Airone. Il romanzo di Fausto Coppi (e di Gino Bartali), come di una persona che era una cosa sola con la sua bicicletta. E proprio lui, il 2 gennaio di cinquant'anni fa ha smesso di sbattere le ali e librarsi nell'aria per toccare per sempre terra: a soli 40 anni, di cui quasi metà dedicati al ciclismo, Coppi se ne va e lascia un vuoto che non è stato colmato da nessun altro ciclista; nessun altro ha raggiunto i suoi memorabili risultati, nessuno ha creato la sua leggenda, nessuno ha dominato le due ruote come l'Airone di Castellania.


Oggi, 2 gennaio 2010, abbiamo salutato il mitico Fausto Coppi, ritornando in quella piccola e tranquilla Castellania, tra le colline tortonesi stamani imbiancate dalla brina, in un contesto paesaggistico stupendo, considerando il sole alto nel cielo terso e un'aria fresca che accarezzava il viso.

domenica 1 novembre 2009

CHE MAZZATA!

"Contro la Samp c'è stata un'esplosione nucleare", sentenziava Buffon non più tardi di qualche giorno. E i postumi dell'esplosione si sono mostrati chiaramente ieri sera, contro il Napoli: i bianconeri, dopo aver raggiunto il doppio vantaggio, si fanno riprendere e superare da un Napoli che ha dato anema e core, come d'altronde era successo anche mercoledì col Milan. La cura Mazzarri dà i suoi effetti e ieri sera, a farne gravi spese, è stata la Juve. Nel corso di una prestazione non troppo brillante, i bianconeri si sono appagati troppo presto e questo ha favorito l'ascesa della formazione napoletana: al Napoli dell'ultimo periodo, è meglio non dare troppo spazio, anche se sembra sull'orlo della sconfitta.

La Juve parte praticamente con la stessa formazione di mercoledì: le uniche eccezioni sono Trezeguet, che sostituisce il febbricitante Amauri (che comunque siede in panchina) e Poulsen, che prende il posto di Sissoko, infortunato. Mazzarri lascia fuori Quagliarella a vantaggio di Denis, che aveva siglato il pareggio in extremis al Milan mercoledì sera.

Pronti e via, Giovinco, imbeccato da Camoranesi, si trova a tu per tu con De Sanctis: incrocia la conclusione, ma va a lato. Il Napoli risponde con una conclusione da fuori di Aronica, che Buffon allunga con la manona in angolo. Poi è la volta di Denis, che per due volte salta di testa da solo e non trova la porta. Intorno alla mezz'ora, scontro in area tra Camoranesi e Contini: la gomitata del difensore provoca un taglio sulla fronte all'italo-argentino, che è costretto ad uscire e viene rimpiazzato da Tiago, che tuttavia ha altre caratteristiche.
Allo scadere del primo tempo, Grygera pennella un cross di sinistro di ottima fattura e Trezeguet, bruciando Campagnaro, buca De Sanctis sul primo palo.

Il secondo tempo ha sicuramente ritmi più alti del primo; già al 9' la Juve è nuovamente in vantaggio: cross di Grosso dalla sinistra, Contini, da solo in area, appoggia la palla di testa sui piedi di Giovinco, che freddamente fulmina De Sanctis sul primo palo. Mazzarri corre ai ripari e butta dentro Datolo per Campagnaro, che impiega un minuto per seminare il panico: supera Grygera, mette al centro una palla invitante sulla quale Grosso è in ritardo, lasciando così Hamsik libero di colpire a botta sicura sul secondo palo. Siamo sul 2 a 1. E ora il Napoli fa sul serio, al punto che subito dopo Denis non sfrutta l'invito sotto porta di Datolo, ma poi si fa perdonare: salta da solo in area, Buffon compie un miracolo respingendo, ma non può nulla sulla conclusione di Datolo a pochi passi. 2 a 2 e tutto da rifare.

Esce Poulsen ed entra Amauri per cercare di raddrizzare il match, ma questo apre al Napoli praterie in contropiede, soprattutto dalla parte di Grygera. Infatti Datolo scappa via sulla sinistra e crossa per l'ennesima volta, Tiago imita Contini nel primo tempo e rinvia sui piedi di Hamsik, che non sbaglia e appoggia il piattone all'incrocio, portando in vantaggio il Napoli. Nota negativa per la Juve: espulsione di Amauri negli ultimi minuti per un presunto contatto con De Sanctis, con il replay che tuttavia assolve il brasiliano.


giovedì 29 ottobre 2009

UNA PROVA SUPERBA


Una prova da vera squadra, una prova da vera Juve come non si vedeva da un bel pezzo, una prova di sostanza e bel gioco contro una Sampdoria che finora ha fatto grandi cose, guadagnandosi le alte posizioni della classifica, ma che stasera è stata poco pungente, travolta da una prestazione di notevole spessore da parte della Juve.

Il vantaggio della Juve arriva da un corner calciato perfettamente da Diego: al 26' Amauri sale più in alto di tutti, colpisce Sissoko, la palla resta lì e per il brasiliano è facile infilare la palla in rete. Due miracoli di Castellazzi su Chiellini in corner e su deviazione di Lucchini che cerca di anticipare Amauri su punizione salvano la Samp. Ma la squadra blucerchiata deve arrendersi: il secondo gol della Juve Chiellini se lo costruisce da solo, anticipando nella sua metà campo una palla a metà strada fra Bellucci e Cassano, ripartendo per poi aprire su Amauri che restituisce a centro area palla al difensore, che con l'aiuto della deviazione di Gastaldello insacca facilmente in rete.
La ripresa si gioca a ritmi persino più alti del primo tempo. Già al 5' Diego apre per Giovinco, che inventa un bel cross basso arretrato a trovare Camoranesi, che infila di piatto una palla in leggero controbalzo. Al 17' è lo stesso Camoranesi che confeziona un bel cross da destra, sul quale Amauri pone il sigillo per il 4-0. Una piccola disattenzione di Grosso che ritarda il disimpegno sulla fascia sinistra fornisce alla Samp l'occasione di pareggiare con il solito Pazzini, che, imbeccato da un cross perfetto, trafigge senza appello Buffon. Amauri lascia poi il posto a Trezeguet, il quale mette in mostra le sue doti da cecchino e, su cross di Grosso, stacca di testa, insaccando alle spalle di Castellazzi.


sabato 17 ottobre 2009

UNA GARA DIFFICILE


Un'altra partita poco convincente per la squadra di Ciro Ferrara, che al cospetto di una Fiorentina in buono stato di forma deve accontentarsi di un pareggio (1-1), giunto - tra l'altro - dopo che la squadra viola era andata in vantaggio dopo soli cinque minuti: progressione di Jovetic sulla fascia sinistra e assist per Vargas che, a due passi da Buffon, segna la rete del vantaggio.
Dopo circa dieci minuti la Juve si rende pericolosa: Sissoko, oggi al rientro, spinge in area una palla vagante per Iaquinta, che la protegge e calcia, senza mettere in difficoltà Frey. Il ritmo è comunque alto e la partita intensa, con continui cambi di fronte e azioni elaborate.
Al 20' Poulsen verticalizza per Iaquinta che calcia male; la sua palla diventa però un assist per Amauri, che segna facilmente il pareggio e il suo primo gol in campionato.
Al 33' da una punizione di Vargas scaturisce una nuova rete, che viene annullata per fallo di Dainelli su Chiellini. L'ultimo lampo del primo tempo è ancora di Vargas, con un tiro a incrociare che un grande Buffon devìa in angolo.

Ripresa di gioco caratterizzata da pioggia e bassi ritmi, salvo l'inizio che è particolarmente vibrante. Al 4' Diego serve Amauri a centro area che fa da sponda per Sissoko: Frey respinge con i piedi. Il maliano replica dopo un minuto di testa con salvataggio di Gamberini in area. Pochi istanti dopo terribile contropiede della Fiorentina con Vargas che dal limite dell'area appoggia su Jovetic che calcia a lato.
Da qui in poi il ritmo del match va calando gradualmente, con sempre meno occasioni, nonostante le sostituzioni effettuate dai due tecnici.

venerdì 25 settembre 2009

MEZZO STOP PER LA JUVE


Primo mezzo passo falso per la Juventus di Ciro Ferrara, che deve fare i conti con un Genoa in forma e voglioso di far bene dopo i risultati incoraggianti delle precedenti giornate.
La partita s'infiamma subito al 6' quando Marchisio, che ha disputato una gara superba, s'invola sulla fascia sinistra, mette al centro una palla bassa su cui Camoranesi fa un velo e Iaquinta, arrivando da dietro come un treno, piazza un diagonale sul palo più lontano. Il Genoa cerca di mettere subito fuori la testa ma Floccari è impalpabile. Intanto la Juve ha l'occasione per chiudere la gara, ma Amauri, ancora a secco, non riesce a mettere in rete due occasioni davanti alla porta.
Al 31', un Genoa molto operoso raggiunge il pareggio: Sculli da sinistra crossa un pallone preciso che Mesto insacca di testa in rete, sfuggendo alla marcatura di grosso. Finale di primo tempo incandescente, con varie occasioni che si rincorrono e qualche rimpianto per la Juve che poteva chiudere la prima frazione in vantaggio.

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