mercoledì 29 dicembre 2010

GIORGIO AMBROSOLI: UN ESEMPIO





Ho associato, fin da quando ero bambino, il nome "Ambrosoli" a quello delle caramelle, quelle al miele, con la carta gialla. Crescendo, poi, mi sono accorto che quel nome così importante era lo stesso di un'altra persona, molto più importante, per ciò che ha fatto e per come lo ha fatto.
L'avvocato Giorgio Ambrosoli, nato il 17 ottobre 1933 a Milano e assassinato sotto casa sua con quattro colpi di pistola l'11 luglio 1979, conquista la mia ammirazione non appena comincio a cercare sue notizie tramite Internet. Parto dalla pagina di Wikipedia e poi continuo con i libri, il film L'eroe borghese tratto dal libro omonimo di Corrado Stajano, i numerosi speciali che la tv gli dedica, uno su tutti Qualunque cosa succeda - Storia di Giorgio Ambrosoli, trasmesso da La storia siamo noi di Giovanni Minoli. Decido di approfondire e di saperne il più possibile su questa vicenda perché la storia di Giorgio Ambrosoli si intreccia con quella di Michele Sindona, banchiere e finanziere siciliano capace di creare un vasto impero finanziario nell'arco di pochi anni, una storia dentro la quale si nascondono alcuni misteri del nostro Paese tuttora irrisolti.


lunedì 27 dicembre 2010

FABBRICA CHIUSA


"E ora basta!" Non è l'esclamazione di una moglie arrabbiata col suo marito, né quella di un genero con sua suocera, né quella di una sorella con suo fratello. Questa potrebbe essere l'esclamazione che ha fatto Ronaldo nel momento in cui ha deciso di evitare altri figli nati in circostanze non sempre del tutto chiare.
Ronaldo Luís Nazário de Lima, meglio conosciuto come Ronaldo o il Fenomeno, ha affermato al quotidiano brasiliano Folha de S. Paulo: "Ho chiuso la fabbrica di figli." Dichiarazione rilasciata non certo a caso, ma figlia di alcuni dati di fatto, o meglio dei figli di cui è padre. Ronaldo è infatti genitore di Ronald, 10 anni, avuto da Milene Domingues, calciatrice brasiliana che ha giocato anche con la Nazionale del suo Paese nonché moglie del Fenomeno dal 1999 al 2003; di Alex, 5 anni, nato nel 2004 da un rapporto occasionale con Michelle Umezu, brasiliana di origine giapponese, quando si trovava in Giappone per un'amichevole con il Real Madrid; di Maria Sophia, di 2 anni, e di Maria Alice, di soli nove mesi, avute dall'attuale moglie Bia Anthony.
Ma Ronaldo non è stato il primo a prendere la decisione di "chiudere la fabbrica" ovvero di sottoporsi alla vasectomia. Un altro grande del calcio, Pelé, a seguito di qualche paternità imprevista, decise di sottoporsi all'intervento, salvo poi pentirsene e ricorrere all'inseminazione artificiale per ingravidare la seconda moglie, da cui ebbe due gemelli.
Ma cos'è la vasectomia? Nulla di così traumatico, come rappresentato nella vignetta in basso. E' un intervento chirurgico col quale, nell'uomo, si ha la resezione, dopo legatura, dei dotti deferenti, canali nei quali sono contenuti spermatozoi e una piccola quantità di liquido molto ricco di proteine che ne assicura la sopravvivenza. L'uomo, perciò, continua ad eiaculare ad ogni orgasmo, con una piccola riduzione della quantità di sperma emesso: nessuna modifica nel colore, nell'aspetto e nella viscosità può essere apprezzata, se non con il microscopio con cui si evidenzia, per l'appunto, l'assenza di spermatozoi. Dopo la vasectomia, tutte le sensazioni locali sonno immutate, l'erezione non cambia assolutamente, il processo di eiaculazione non cambia; molti maschi riferiscono addirittura un miglioramento dell'erezione dopo vasectomia. E', senza dubbio, un intervento sicuro e poco traumatico, ma non consente ripensamenti: gli interventi di ricongiungimento dei deferenti sono possibili grazie alla microchirurgia, ma solo nel 30% dei casi si è ottenuto un figlio.
Un bel regalo di Natale, molto originale, quello che si è regalato Ronaldo.

giovedì 23 dicembre 2010

NATALE IN SUDAFRICA



Arriva Natale e non può mancare il cinepattone: ma cos'è, in realtà, un cinepattone? Wikipedia lo definisce come un film comico-demenziale di produzione italiana che esce nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio.
Non potendo mancare l'appuntamento con la prima al cinema - la mia prima volta nell'anno al cinema, intendo dire -, ho deciso di gustarmi il cinepattone, optando per quello di De Sica, Natale in Sudafrica. Cast di tutto rispetto con, oltre a De Sica, Max Tortora, Barbara Tabita, Serena Autieri, Massimo Ghini, Giorgio Panariello e Belén Rodriguez. Si tratta di un film dalla trama scontata, diviso in due episodi, in cui il motivo di fondo sono equivoci, scambi di coppie, piacere per le belle donne, battute spiritose e talora sagaci, situazioni complicate al limite dell'impossibile, sfortuna a go go. Non ci si aspetta niente di particolare dal film, solo di ridere e divertirsi, senza pensare, con la mente vuota. E, nel complesso, il film raggiunge il suo scopo, soprattutto per quanto riguarda la coppia De Sica-Tortora, due fratelli che cercano di truffarsi l'uno con l'altro assecondando le rispettive mogli; la coppia Ghini-Panariello, un chirurgo e un macellaio, dà maggiormente segno di sé grazie alla contemporanea presenza di Belen Rodriguez, che non perde un attimo per mettere in mostra le sue sinuose e perfette forme, mostrandole in (quasi) tutta la sua completezza quando tenta di salvare la coppia Ghini-Panariello dalle sabbie mobili utilizzando i suoi abiti a mo' di fune.
Un film che si inserisce nella scia dei precedenti, dal quale non ci si deve aspettare nulla di nuovo e in compagnia del quale passare una serata rilassante e allegra, apprezzando un cast di tutto rispetto.

martedì 21 dicembre 2010

CIAO ENZO!



Si è spento oggi a Roma Enzo Bearzot, l'ex ct azzurro campione del mondo nel 1982. La notizia è stata data poco fa da Sky e la triste ricorrenza ricorre con l'anniversario della morte di Vittorio Pozzo, l'altro grande tecnico bicampione del mondo.
Nato ad Aiello del Friuli 83 anni fa, è stato un buon mediano negli anni '50, quando giocò con le maglie di Inter e Torino. Ma è senz'altro come ct della Nazionale che ha raggiunto i maggiori risultati ed è entrato nell'immaginario collettivo: il fotogramma che tutti abbiamo in mente, anche chi - come me - ha rivisto quelle immagini a distanza di tempo e non le ha potute vivere, è quella della Coppa del Mondo in primo piano, con il presidente della Repubblica Sandro Pertini alla sua destra, Dino Zoff di fronte e Franco Causio opposto.
Enzo Bearzot arriva nel 1975 alla guida dell'Italia e vi resta fino al 1983, conquistando il quarto posto ai Mondiali del 1978 e il primato mondiale nel 1982. Inevitabilmente, Bearzot rimarrà sinonimo di Mondiale, anzi di Mundial, Spagna 1982. Il Mondiale delle polemiche e delle derisioni, del silenzio stampa, di Gentile che marca Maradona, dell'eliminazione di Argentina e Brasile, di Paolo Rossi e di Pertini che esulta in tribuna durante la finale al Bernabeu di Madrid vinta per 3-1 con la Germania. Il Mondiale di Enzo Bearzot: un capolavoro di un uomo che riuscì a riportare l’Italia sul tetto del mondo dopo ben 44 anni, lui che di anni non aveva ancora compiuti 55, il Vecio. Con il suo orgoglio, la sua straordinaria umanità e il suo stile, aveva compiuto il miracolo, proprio nel momento in cui il Paese aveva bisogno di qualcosa che sollevasse il morale.


LA NATIVITA' DIGITALE


Dopo più di 2000 anni, anche la Natività si aggiorna e la sua storia non può non essere raccontata attraverso i mezzi più moderni e alla moda.
Se si vogliono avere tutte le notizie, basta una rapida ricerca su Google, che nell'arco di pochi decimi di secondo ci fornisce un'immensa quantità di informazioni. E se non sappiamo o non ci ricordiamo precisamente dove stanno Nazareth o Betlemme, basta una ricerca su Google Maps. Per una storia precisa della Natività, il punto di riferimento è Wikipedia, l'enciclopedia costruita dagli utenti. E poi, come tralasciare di annunciare il grande evento attraverso Facebook, Twitter o Foursquare (una via di mezzo tra un social network e un gioco, basato sulla cybermappatura dei luoghi che ciascuno frequenta) oppure con una e-mail tramite GMail oppure con un sms attraverso l'iPhone? E' possibile, infine, immortalare l'evento e caricare il filmato su YouTube.
In fondo, "I tempi cambiano, i sentimenti restano gli stessi": questo è il messaggio finale del video.

lunedì 20 dicembre 2010

DIFENDERE L'INDIFENDIBILE

14 dicembre 2010: una data che ci ricorderemo per un po'. Non tanto e non solo per l'aspetto politico, con il Governo che ottiene la fiducia sebbene con un margine molto stretto. La ricorderemo anche per gli importanti scontri avvenuti nel centro di Roma, che hanno portato tanta distruzione ordita dai violenti che hanno trasformato una manifestazione di protesta in guerriglia urbana. Le immagini televisive hanno documentato gli scontri da più parti, con il solito refrain: un gruppo di facinorosi, se non proprio di criminali, che tenta di accedere alla zona rossa (quella dei palazzi) con mazze e bombe carta e le forze dell'ordine che tentano di arginare la protesta. Il risultato, nelle vie degli scontri, a fine pomeriggio, è indicibile: devastazione, un'auto civile e un furgoncino della Guardia di Finanza incendiati, vetrine rotte, merce bruciata e non più vendibile, con danni stimati per circa 20 milioni di euro. 23 i fermati, con il tribunale di Roma che li scarcera tutti: "le direttissime hanno portato alla convalida degli arresti e solo per uno dei fermati, il figlio di Vincenzo Miliucci, leader dell'autonomia operaio romana negli anni '70, si è deciso per gli arresti domiciliari. Resistenza aggravata, danneggiamento e, in alcuni casi, lesioni aggravate: questi i capi di imputazione nei confronti dei 23".
Il tema degli scontri di martedì è stato al centro della trasmissione Anno zero, in onda lo scorso giovedì sera, nel corso di una puntata dai toni piuttosto alti per via degli scontri verbali sia tra gli ospiti sia nei confronti del pubblico, con il ministro La Russa gran protagonista. Per alcuni minuti il dibattito in studio è stato incadescente e il motivo del contendere è stato il seguente: alla domanda di Santoro ad uno studente della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza sulla condanna o meno degli scontri, il ragazzo si è inizialmente sottratto nonostante il pressing di Casini, di Porro e di La Russa, con quest'ultimo che lo incalzava con veemenza; successivamente, in maniera non del tutto chiara, ha avallato i comportamenti violenti per le strade di Roma. "Questa è la grande novità", ha affermato Santoro sorpreso e carico di meraviglie. Che bella novità!, verrebbe da dire, c'è da gioire...
A questo punto ho scosso la testa e ho cercato di capire le argomentazioni dello studente che in sintesi sono: la motivazione degli scontri è di tipo politico, la zona rossa non aveva motivo di essere presente, la risposta alle proteste degli studenti negli scorsi mesi è stata solo battute e facilonerie, senza contare le sterili e inconsistenti proposte per un miglioramento della situazione, che vengono cassate ad una ad una da Nicola Porro. Ciò che più mi ha sconvolto e più mi ha irritato è stato il modo con cui lo studente ha parlato degli scontri. Dalle sue parole è venuta una giustificazione agli scontri, cioè agli attacchi violenti e reiterati a colpi di manganelli, mazze, bombe carta, sedie e quant'altro fosse disponibile nei confronti delle forze dell'ordine, che cercavano di evitarli solo a mezzo di scudo e che solo successivamente si sono visti costretti a caricare e ad utilizzare in qualche occasione il manganello. La castroneria sulla zona rossa che non doveva esserci è stato il massimo: le forze dell'ordine stavano difendendo Palazzo Madama, sede del Senato della Repubblica, e Montecitorio, sede della Camera dei Deputati, vale a dire due centri nevralgici della nostra democrazia, "la culla della nostra democrazia" come ha detto Porro. Credo che chi parla in questo modo ha alcuni deficit di valori: non considera l'autorità dello Stato come requisito fondamentale per vivere in democrazia, un prerequisito da difendere a tutti i costi, sempre e comunque.
Per questa settimana sono previste altre manifestazioni studentesche in tutta Italia. Se da una parte il presidente Napolitano invita ad ascoltare il malessere dei giovani in quanto concreto, il senatore Gasparri non aiuta per nulla a rasserenare il clima suggerendo arresti preventivi. Ciò che auspico è una protesta civile, senza disordini. Nessuno vieta di manifestare - è un diritto sancito dalla Costituzione - ma non si possono tollerare coloro che mettono a ferro e fuoco la città strumentalizzando la protesta e tantomeno coloro che li giustificano.


giovedì 16 dicembre 2010

IL MOMENTO DI GLORIA

A giudicare da quanto si sente in tv, Domenico Scilipoti è l'uomo del momento. Al pari suo, anche personaggi come Bruno Cesario o Maurizio Grassano o Antonio Razzi, in virtù del recente sommovimento politico in Parlamento, hanno avuto quel momento di gloria che altrimenti non avrebbero avuto. Tutti pronti a giurare che si immolavano per un giudizio mutato dalle condizioni politiche, tutti pronti a giurare che nessuna offerta era stata loro fatta al fine di un cambio di casacca. Tra l'altro Scilipoti ha dato mostra delle sue grandi oratorie a Una giornata da pecora su Radio2, dove ha svuotato il sacco da tante dicerie rivolte nei suoi confronti.



Una notizia certamente degna di nota riguardo il deputato siciliano viene appresa da una relazione finale prefettizia che nel 2005 chiede e ottiene lo scioglimento del Comune di Terme Vigliatore (ME) per infiltrazioni mafiose; quando è stato redatto il documento, Scilipoti è consigliere comunale, precedentemente è stato anche assessore al Bilancio. Ecco il giudizio della la commissione presieduta dal viceprefetto Nino Contarino, dal comandante dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto, Domenico Cristaldi, dal dirigente del commissariato di polizia di Barcellona, Fabio Ettaro e dal comandante del nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Messina, Domenico Rotella: "Collegamenti intercorsi tra Scilipoti Domenico, classe ’57, il quale ricopriva nel 2002, seppur per breve tempo, anche l’incarico di Assessore Comunale al Bilancio nella giunta Nicolò, con personaggi appartenenti ad una delle più importanti cosche della provincia di Reggio Calabria”.
Secondo quanto riporta il Fatto Quotidiano, nel 1993 viene costruita nel comune siciliano una palazzina, in via Stabilimento, di Scilipoti, ma anche di Annunziato Stelitano, Lorenzo Stelitano e Giovanni Minnici, tutti medici e incensurati e imparentati con il clan Zavatteri. Un report dei Carabinieri affermava: "I tre hanno rapporti di parentela con una delle più importanti cosche della provincia di Reggio Calabria". I carabinieri annotano che la comproprietà evidenzia "i collegamenti tra Domenico Scilipoti con personaggi appertenenti alle cosche reggine". Circostanza che non porterà a nessuna incriminazione, mai un avviso di garanzia per il deputato. Tuttavia, il documento redatto dai Carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto e ripreso dalla relazione prefettizia parla chiaro: "Per anni il comune di Terme Vigliatore è stato amministrato da un gruppo di persone che si associano stabilmente al fine di procurare a se stessi, parenti e soci ingiusti vantaggi patrimoniali in danno alla Pubblica amministrazione".
Secondo quanto riporta Wikipedia alla pagina dedicata a Domenico Scilipoti, "nel Luglio del 2010 Scilipoti viene indagato per calunnia e produzione di documenti falsi sempre in merito ai debiti contratti e a novembre 2010 riceve un avviso di garanzia. Condannato (in secondo grado) al pagamento di 200.000 euro, subisce il pignoramento dell'abitazione e di sette immobili di sua proprietà."
Un personaggio dalla vita non certo noiosa, piena di diversivi. Un cultore dell'agopuntura al punto che "non posso rimanere in un partito che non fa niente per l'agopuntura": assolutamente no, è una mancanza troppo grave. Un uomo singolare che, come mostra Repubblica.it in un video, ha pagato un gruppo di immigrati per inscenare una protesta a suo favore in piazza San Silvestro a Roma. "Questo per noi è un lavoro" e lo striscione recita: "Martedì 14 dicembre 2010 Onorevole Scilipoti-libertà" e poi sotto, a pennarello: "Libertà dallo strapotere delle banche. Associazione antiracket e antiusura. Lotta contro tutte le mafie. Brescia".

martedì 14 dicembre 2010

IO E TE: UN NUOVO, GRANDE AMMANITI

Io e te

Niccolò Ammaniti


Einaudi Stile libero Big


€ 10


Una settimana bianca alle porte, sci sotto le braccia e zaino in spalla, le raccomandazioni di una madre: dietro l'angolo, è tutto pronto per partire. E poi una cantina, stracolma di oggetti vecchi e mobili abbandonati, appartenuti ai precedenti proprietari, nella quale trascorrere una settimana in totale solitudine, con una buona scorta di viveri, la Playstation e un po' di romanzi horror. Quest'ultima è l'idea di Lorenzo, fino a quando in questo quadro tranquillo non irrompe Olivia, la sorellastra, che cerca un posto per dormire, cerca denaro, cerca un aiuto da un mostro più grande di lei che piano piano la inghiotte.
Lorenzo, quattordici anni, ragazzo introverso, a tratti nevrotico, poco incline alla compagnia - cosa di cui la madre si preoccupa molto - , una settimana bianca in compagnia degli amici del tutto inventata: l'unico desiderio è vivere per una settimana solo in compagnia da se stesso, lontano da genitori, amici, conflitti, per gustarsi la propria felicità. Olivia, ventitre anni, una bellezza sfiorita lentamente negli anni, un corpo scheletrico mangiato dal mostro, una vitalità intermittente che si fa sempre più fioca e silenziosa. Un'alchimia particolare, creata dall'ambiente e dalla situazione, fa riscoprire alla ragazza il rapporto col fratellastro al punto che arriva a fare la grande promessa, non si drogherà più. Dieci anni dopo, un nuovo triste incontro tra Lorenzo e Olivia: l'ultimo incontro, quello definitivo, un lenzuolo bianco che copre quel volto etereo che non è mutato, il corpo magro come nella cantina, "sembra che stia dormendo". A trentatre un'overdose ha messo fine al grande sogno della vita.
Un grande Ammaniti, con questo racconto di formazione, riesce ad immortalare uno spaccato di vita adolescenziale in maniera nitida, con passaggi altamente commuoventi e dialoghi vibranti e carichi di sentimenti. Una storia tragica, che si palesa a poco a poco, che crolla addosso a Lorenzo, che, inizialmente chiuso in sé, scorge pian piano in Olivia una presenza amica e a lei si apre, aiutandola. Una piccola storia di vita, tra i travagli dell'adolescenza e i guai della vita.

domenica 12 dicembre 2010

LA DEBOLEZZA CHE NON AIUTA

I giorni che verranno, politicamente parlando, saranno sicuramente "interessanti", come ha ricordato il presidente Napolitano, ma non certamente decisivi; al di là dell’esito finale delle votazioni riguardo alla fiducia al governo, il rebus sul dopo-voto rimane e fin da ora appare difficile da sciogliere. Da una parte il centrodestra - Pdl e Lega Nord - impegnato nel mercato di parlamentari per non perdere nemmeno un voto utile, dall’altra parte il resto dell’arco costituzionale - dal Pd all’Udc fino a Fli e alle altre forze minori - perlopiù compatto nel votare la sfiducia. In realtà un'importante debolezza si palesa da ambedue le parti.
Il centrodestra è obiettivamente più debole, se si confrontano i risultati ottenuti nel 2008, quando una maggioranza storica aveva la potenziale possibilità di governare per cinque anni e portare a termine quelle grandi riforme richieste da più parti e mai iniziate; la delusione che affiora tra i tanti Italiani che si erano affidati al centrodestra è palpabile e tuttavia non basta gridare al tradimento per giustificare la situazione attuale, visto il vicolo cieco in cui ci siamo infilati a furia di sterili polemiche e atti illogici, come l’estromissione di Fini dal partito di cui è stato co-fondatore. Il risultato di questo braccio di ferro sfibrante, infatti, potrebbe essere deludente sia per Berlusconi sia per Fini, visto anche che Bossi mai come oggi è stato così determinante e così consapevole del suo potere.
Per quanto riguarda Pd, Udc, Fli e gli altri, la debolezza è andata manifestandosi soprattutto negli ultimi giorni. A partire dall’iniziativa dei “finiani moderati” (cui peraltro Fini ha sbarrato la strada) che hanno certamente fiaccato quel cartello del no, che appariva compatto fino a qualche giorno fa. Per non parlare della ragione vera che sottende questo stato di fragilità: l’impossibilità e finanche l’incapacità di offrire una valida alternativa di governo. Normalmente, nelle condizioni attuali, sarebbe stata l’opposizione che a gran voce avrebbe chiesto subito le elezioni anticipate per evitare di perdere tempo prezioso o, in alternativa, come ricorda Folli sul Sole24Ore di oggi, avrebbe presentato “la piattaforma di un nuovo esecutivo pronto a sostituire quello dimissionario”, come accade, seppur raramente, in Germania con la cosiddetta sfiducia costruttiva. Le alternative messe in campo, invece, appaiono infruttuose e prive di prospettiva, proprio a partire da quel “governo di transizione” invocato ieri da Bersani o quel “governo di responsabilità nazionale” che piace tanto all’Udc, iniziative - queste - senza sostanza e contorni ben definiti che non fanno che allontanare la soluzione del rebus anziché aiutare a risolverlo. E d’altronde, la prova della piazza di Bersani è senz’altro ben riuscita, ma è stata una "prova identitaria", la quale ha mostrato che l’alternativa a Berlusconi deve passare per forza dal Pd; ma sull’oggi, invece, nessun colpo è stato battuto, le bandiere al vento e le parole del leader hanno aiutato il morale del Pd, ma non certo il Paese, che chiede, se c’è, una valida alternativa capace di assumersi delle responsabilità sul lungo periodo.
Berlusconi, come già ha mostrato di fare, sa rialzarsi nelle situazioni più difficili, i suoi colpi di reni sono proverbiali e quindi non dovremo stupirci se otterrà la fiducia dal Parlamento. Ma, dopo il 14 dicembre, la trattativa con Casini o Fini o entrambi s’ha da fare: se ora poteva servire a gettare zizzania nel campo avversario, dopo il 14 appare necessaria per mettere in piedi una “prospettiva realistica” che ci guidi fino a fine legislatura, con più fatti e meno polemiche, più risultati e meno litigi.

venerdì 10 dicembre 2010

LA PATRIA, BENE O MALE

La Patria, bene o male.
Almanacco essenziale dell'Italia unita (in 150 date)


Carlo Fruttero, Massimo Gramellini


Strade blu, Mondadori

€ 18

Un viaggio lungo centocinquant'anni, tanti come quelli dell'Italia, attraverso centocinquanta date, saltando di decennio in decennio sulla scia di alcuni avvenimenti, non sempre quelli più noti e decisivi, spesso quelli più curiosi e meno discussi, con un unico obiettivo: tratteggiare il carattere di una nazione, che è andata costruendosi, non senza difficoltà e controversie, con quella dose di vittimismo che ormai ci appartiene di diritto, guidata da uomini forti e mezze cartucce, una nazione che in fin dei conti ha saputo emergere e ritagliarsi un posto in Europa e nel mondo.
Con lo stile dello scrittore e quello del giornalista, Carlo Fruttero e Massimo Gramellini compilano un memorandum sui fatti a loro avviso più significativi, includendo quelli obbligatori come la breccia di Porta Pia, la marcia su Roma o il rapimento Moro, escludendone altri, comprendendo fatti di cronaca nera e di cronaca rosa, citando Pavarotti e non la Callas, Casalegno e non Tobagi, il Vajont e non il Polesine e così via. Attraverso la lettura di documenti al fine di inquadrare in maniera precisa ciascun fatto, Gramellini e Fruttero hanno compilato un breviario della storia d'Italia, partendo molto spesso, come nel caso del rivoluzionario Bakunin o del predicatore Davide Lazzaretti, da particolari vividi e capaci di imprimersi nella memoria con il fine ultimo di dare un'"infarinatura di storia d'Italia" al lettore, senza il taglio grigio, noioso e scolastico di un libro di storia, di cui abbiamo le librerie piene. Un'infarinatura di storia per far ritornare in mente episodi studiati sui banchi di scuola, far conoscere avvenimenti ignoti, mettere ordine tra i cassetti della memoria.
L'impressione finale dei due autori è quella di una Patria "difficile", "più volte sull'orlo del baratro, più volte nel baratro precipitata, con continue riprese anche stupefacenti, anche ammirevoli", con punte di orgoglio e punte di vergogna, un Paese "fastidioso, quasi sempre dilaniato da emotività contrapposte e che potrebbe fare molto di più". La nostra Italia, in fondo, nel bene e nel male.

sabato 4 dicembre 2010

METASTASI, LA 'NDRANGHETA AL NORD


Presso il Circolo della Stampa di Milano, in una sala Bracco piena in ogni ordine di posto, il pubblico intervenuto ha salutato con entusiasmo l'ultima fatica letteraria di Gianluigi Nuzzi e Claudio Antonelli dal titolo Metastasi. Sangue, soldi e politica tra Nord e Sud. La nuova 'ndrangheta nella confessione di un pentito (giunto alla terza edizione in appena quarantott'ore). Un titolo terribile per raccontare una storia incredibile e capace di far rabbrividire.
Ad arricchire la presentazione, oltre ai due autori, sono intervenuti Livia Pomodoro, presidente del Tribunale di Milano, Gad Lerner, giornalista, Maurizio Belpietro, direttore di Libero, e Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto presso la DDA di Roma. Proprio a Capaldo, visti i nuovi e preziosi risvolti emersi dalle confessioni del pentito, è stata consegnata la prima copia del libro al fine di valutare la presenza di elementi meritevoli di indagine.


Per Livia Pomodoro, la presentazione del libro è "un'occasione preziosa" per accendere i riflettori su ciò che conosciamo ma che spesso rimane in ombra: la 'ndrangheta, nonostante la chiusura di alcuni cicli grazie ad arresti negli anni passati, continua a proliferare al punto che "a Milano si continuano a celebrare processi per 'ndrangheta", dal momento che l'attività di tale organizzazione criminale sul territorio lombardo è "di grandissima forza e di grandissimo interesse". Per porre un argine a questo fenomeno, d'intesa con ministero dell'Interno e associazioni industriali e sindacali, a partire dal prossimo anno sarà messo in opera un "cantiere" in cui tutti concorreranno con i propri mezzi alla lotta contro la criminalità organizzata.


sabato 27 novembre 2010

MIA SUOCERA BEVE


Mia suocera beve
Diego De Silva
Einaudi

€ 18

Nuovo libro per De Silva, nuovo successo: sembra scontato, ma non potrebbe essere altrimenti. L'ho conosciuto con La donna di scorta, me ne sono innamorato e non ho resistito a leggere Mia suocera beve.
In questo romanzo ritorna il personaggio di Vincenzo Malinconico, un avvocato senza fama e con problemi sentimentali, ma soprattutto un filosofo autodidatta, il quale è capace di riflettere e meditare su ogni aspetto della vita, giungendo a conclusioni talora ovvie e altre volte meno. Partendo da osservazioni a volte sciocche o banali, giunge a conclusioni importanti e decisive su temi come l'amore, la giustizia e il senso della vita; la sua grossa capacità è quella di trascinare anche il lettore in questo turbinio di pensieri e considerazioni, arrivando a staccarsi nella realtà per entrare in una dimensione parallela capace di far guardare il reale in maniera distaccata.
La vicenda intorno alla quale ruota il romanzo è un sequestro di persona che si svolge in un supermercato, nel quale l'avvocato Malinconico si trova per acquistare del pesto, sebbene non ne avesse strettamente bisogno. Si imbatte nell'ingegnere informatico Sesti Orfei, il boia, che dà luogo al sequestro di Gabriele Caldiero, subito ribattezzato da Malinconico "Matrix" per il suo abbigliamento, un boss della camorra ritenuto responsabile della morte accidentale del suo unico figlio. Il piano messo in atto dall'ingegnere è a dir poco geniale: all'arrivo della televisione, l'ingegnere inizia a raccontare la triste vicenda e dà il via ad un processo mediatico, al quale vengono chiamati ad assistere, impotenti, le forze dell'ordine e la folla che sono giunte al supermercato, l'avvocato Malinconico nominato difensore d'ufficio, una vecchietta impaurita che cerca conforto nell'avvocato e il salumiere Matteo. In questo modo lo stesso Malinconico ha la possibilità di riflettere su molti aspetti perversi e biasimevoli della nostra società. Innanzitutto la spettacolarizzazione del dramma e la curiosità morbosa di conoscerne l'esito.

… stavo lì, incapace di staccare gli occhi da quella scena che, a poco più di tre metri di distanza, continuava a crescere e ad aggravarsi in quel supermercato irrealmente deserto dove la gente sembrava non volerne sapere di entrare a fare la spesa (...). Pura pornografia, è chiaro. Perché quando la realtà si mette a dare spettacolo, è quello l’effetto che realizza. Per questo i reality show, che poi ne costituiscono un pallido tentativo d’imitazione, hanno il successo che hanno. Infatti non era solo il timore del peggio a tenere la mia attenzione così stretta. La verità, benché ammetterlo non deponga esattamente a mio favore, è che una parte di me voleva sapere come sarebbe andata a finire.
(...) Un momento dopo, sui due televisori è comparsa l’immagine di Matrix, inginocchiato e ammanettato di spalle al corrimano del banco dei latticini. Sembrava un filmato di Al Jazeera.

La consapevolezza di quello che stava realmente accadendo viene ricercata nei monitor di sorveglianza: solo ciò che viene ripreso, focalizza la nostra attenzione e ci fa dire che sta succedendo seriamente.

Istintivamente mi sono girato a guardare il monitor alle mie spalle, o meglio in alto, pensando di trovare anche lì la schermata di Matrix in versione ostaggio, come infatti è stato. A quel punto la mia confusione ha cominciato a diradarsi.

Prende così corpo il reality show inscenato dall'ingegnere, che, secondo Malinconico, è un colpo di genio perché si limita ad "impiegare l’attrezzatura… di cui il supermercato era dotato senza apportarvi alcuna modifica sostanziale…”: è tutto già implicito nello strumentario tecnologico che rende possibile la sorveglianza e la tutela in tanti luoghi pubblici, perciò l’ingegnere si limita a sfruttare questo mezzo, non inventa nulla e non cambia nulla.
Con la sua proverbiale risolutezza, l'acutezza delle osservazioni, la capacità di tramutare in comico ciò che è tragico, l'avvocato Malinconico riesce a sabotare il piano dell'ingegnere, che conclude il suo tentativo spettacolare sparandosi un colpo di pistola. Parallelamente a questa vicenda, la vita tormentata di Malinconico deve fare i conti con un'ex moglie, una suocera, che l'avvocato non riesce a considerare ex, la quale ha appena scoperto di essere affetta da un tumore (e che solo successivamente prenderà la decisione di sottoporsi alla chemioterapia consigliata) e non vuole più parlare con la figlia, una compagna con la quale la storia sembra essere arrivata al capolinea. In questa intricata commistione di vicende più o meno serie e difficili, l'avvocato Malinconico sfodera sempre le sue armi migliori per porvi rimedio e cercare di mettere ordine in quel pasticcio che è la sua vita.

sabato 20 novembre 2010

MAFIE E FEDERALISMO

Sono contento che il dialogo a distanza tra Maroni e Saviano si sia risolto con la partecipazione del ministro il prossimo lunedì sera nel programma Vieni via con me: nessuno dei due avrebbe tratto alcun risultato utile dalla querelle, anzi, l'immagine che potevano fornire avrebbe somigliato ad una divisione su un obiettivo campale quale la lotta alla criminalità organizzata. Certo, come ha ricordato Stella, il giovane scrittore poteva calibrare meglio alcuni passaggi del suo monologo (per esempio tagliare il passaggio-chiave "Che cos'è la mafia? Potere personale spinto fino al delitto" della citazione della frase provocatoria di Miglio è stato ingenuo); tuttavia, io continuo a ritenere che di quell'appassionato racconto si debba ritenere il senso generale, il messaggio-chiave: siamo in presenza di una criminalità organizzata che si sta diffondendo a macchia d'olio e non possiamo più continuare a ritenerla un qualcosa di alieno e lontano da noi. Questo è stato il grande merito di Saviano, portare alla ribalta notizie che, pur note, sono state tralasciate dalla gran parte dell'informazione: il fatto che Milano sia stata eletta a capitale della 'ndrangheta al nord è un dato forse non proprio nuovo ma certamente allarmante, che non può essere trascurato, tanto più che si sta mettendo in moto la macchina dell'Expo 2015, cui la criminalità organizzata ha già guardato con interesse.
La recente inchiesta dell'Espresso, condotta da Paolo Biondani e Mario Portanova, ha mostrato come i tentacoli della 'ndrangheta abbiano raggiunto e pervaso il nord, a partire dal capoluogo meneghino: "edilizia, superstrade, ferrovie, aeroporto, centri commerciali, ortofrutta, rifiuti, ospedali, bar, negozi di lusso, banche, prestiti a usura e, naturalmente, droga: la mafia calabrese ha conquistato l'economia del Nord" (a destra, la cartina degli affari della 'ndrangheta in Lombardia, tratta dal sito dell'Espresso). Emblematico è il caso Santa Giulia, "Santa Giulia dei veleni", "bombe ecologiche e sanitarie", veleni mafiosi che hanno contaminato le acque, sostanze classificate come "cancerogene, che mettono a rischio la fertilità e possono danneggiare i bambini non ancora nati". Per non parlare della sanità, settore nel quale la 'ndrangheta ha fiutato la possibilità di grossi guadagni tra ospedali e cliniche private: nella retata di luglio, che ha portato a molti arresti tra Milano e Pavia, è finito in galera Carlo Antonio Chiriaco, direttore sanitario dell'Asl di Pavia, il cui giro d'affari annuale è stimato in 700 milioni di euro. Si parla proprio di "modello Chiriaco", grazie al quale si maneggiano sindaci, assessori e comitati d'affari, cominciando "dai piccoli feudi elettorali della provincia, dove le cosche chiedono favori e promettono i voti di migliaia di calabresi", per creare una struttura di potere in grado di controllare gli interessi sul territorio. Si arriva, nel cuore della Brianza, alla paralisi per mafia di un comune: "Desio, 40 mila abitanti, è la capitale lombarda del mobile. Il consiglio comunale si è riunito una sola volta in quattro mesi: la maggioranza di centrodestra non raggiungeva il numero legale". Altre indagini hanno svelato i massicci investimenti in cliniche private, "decine di milioni riciclati in nuove residenze per anziani tra le province di Bergamo (148 posti letto a Vigolo), Pavia (tre ospizi da accreditare a Costa dei Nobili, Pinarolo Po, Monticelli) e Novara".
Tutto ciò sta a dimostrare la pericolosità di sottovalutare un cancro così potente e così pervasivo, capace di annidarsi in tutti i gangli vitali dell'economia per risalire la china e conquistare il primato. A tal proposito è lo stesso Saviano che in un colloquio con Gianluca Di Feo sull'ultimo numero dell'Espresso mette in guardia da un altro fenomeno particolarmente inquietante con un ragionamento tanto semplice quanto agghiacciante: "le mafie scommettono sul federalismo". "La mentalità delle mafie è essenzialmente predatoria, puntano a divorare le risorse ed è molto più facile farlo nelle capitali regionali che non a Roma: possono fare pesare il loro controllo del territorio, la loro violenza, i loro voti e i loro soldi. Per questo con il livello di infiltrazione che c'è nelle regioni del meridione, il federalismo potrebbe finire con l'essere un regalo e far diventare Campania, Calabria e Sicilia davvero cose nostre, un nome che non è stato scelto a caso. Perché oggi la forza delle mafie non è più nella capacità di usare la violenza ma nella disponibilità quasi illimitata di capitali, affidati a facce pulite e capaci di condizionare la politica soprattutto a livello locale". Con questo, tuttavia, non ci si deve e non ci si può arrendere, il federalismo fiscale può rappresentare una possibilità di rinascita del sud, ma - ricorda Saviano, riportando l'analisi del magistrato Raffaele Cantone - a due condizioni: "creare controlli rigorosi sulle uscite di denaro pubblico e fare una selezione sulla classe dirigente politica e burocratica".
Ecco perché non è possibile indignarsi se un giornalista denuncia la piovra che sta avvolgendo una delle regioni motrici dell'economia italiana, capace di raggiungere tutti i punti nevralgici per sfruttarli a propria discrezione: teniamo gli occhi aperti!

mercoledì 17 novembre 2010

I TENTACOLI DELLA 'NDRANGHETA

Dispiace che intorno ad un'affermazione che, seppure importante ma comunque documentata, si sia scatenata una polemica dai toni accesi. Quella nata, infatti, tra Roberto Saviano e Roberto Maroni potrebbe essere una guerra "avvilente", come ricorda Battista, "tra due simboli della battaglia contro la criminalità organizzata"; il che sarebbe un peccato visto che entrambi, ciascuno con i propri mezzi, agiscono quotidianamente perché le mafie di ogni tipo e ad ogni livello vengano debellate e definitivamente stanate (è di qualche ora fa la notizia dell'arresto del boss Antonio Iovine, storico capo dei Casalesi, latitante da quattordici anni). L'affermazione incriminata di Saviano, pronunciata durante la trasmissione Vieni via con me e per la quale il ministro Maroni minaccia azioni legali, chiama in causa la Lega Nord dicendo che al nord la 'ndrangheta interloquisce con essa e fa riferimento ad un incontro tra Pino Neri e un consigliere regionale lombardo della Lega, fatto emerso da un'inchiesta congiunta della DDA di Milano e Reggio Calabria: Saviano si limita a riportare il fatto per esemplificare il pericolo strisciante, peraltro già dimostrato dalle indagini, delle infiltrazioni malavitose al nord. Si tratta di un monito a tenere gli occhi bene aperti, senza pensare che la mafia sia qualcosa di lontano, appartenente ad un'altra realtà rispetto a quella in cui viviamo.
E per l'appunto, proprio oggi, la relazione al Parlamento della Dia (Direzione investigativa antimafia) relativa al primo semestre dell'anno in corso segnala la "consolidata presenza" in alcune aree lombarde di "sodali di storiche famiglie di ’ndrangheta" in grado di influenzare "la vita economica, sociale e politica di quei luoghi". Si sottolinea inoltre il "coinvolgimento di alcuni personaggi, rappresentati da pubblici amministratori locali e tecnici del settore che, mantenendo fede ad impegni assunti con talune significative componenti, organicamente inserite nelle cosche, hanno agevolato l’assegnazione di appalti ed assestato oblique vicende amministrative". La Dia punta l'attenzione su come le cosche penetrano nel tessuto sociale: esse si muovono seguendo due filoni, "quello del consenso e quello dell’assoggettamento", in modo tale che "da un lato trascinano con modalità diverse i sodalizi nelle attività produttive e dall’altro li collegano con ignari settori della pubblica amministrazione, che possano favorirne i disegni economici", strategia - questa - favorita da "fattori ambientali"; così riesce a consolidarsi la "mafia imprenditrice calabrese" che con "propri e sfuggenti cartelli d’imprese" si infiltra nel "sistema degli appalti pubblici, nel combinato settore del movimento terra e, in alcuni segmenti dell’edilizia privata" come il "multiforme compartimento che provvede alle cosiddette opere di urbanizzazione". Questo è il quadro terribile della 'ndrangheta al nord, un quadro sconosciuto ai più perché, come ricorda anche Saviano, "non si sente parlare delle organizzazioni qui, non si ha voglia".
Auspico che la querelle tra Saviano e Maroni possa concludersi al più presto, con una replica di Maroni, come è giusto che sia, evitando che il monologo televisivo diventi inquisizione. Tutti insieme, invece, dobbiamo continuare ancora e sempre di più a parlare di tutte le mafie per farle conoscere: solo così si indeboliranno e, magari un giorno, saranno sconfitte.

mercoledì 10 novembre 2010

POMPEI SI SBRICIOLA

Pompei città storica, famosa in tutto il mondo per la tragica eruzione del Vesuvio del 79 d.C. che l'ha sommersa e che tuttavia ci ha permesso di conservarla fino ai giorni nostri, consacrandola come una delle più grandi aree archeologiche del mondo. Eppure, anno dopo anno, gli scavi vanno sgretolandosi, le infiltrazioni d'acqua mangiano letteralmente le costruzioni, le coperture che sono state pensate ma mai messe in opera: un patrimonio di enorme valore che viene dilapidato di minuto in minuto. Il quale, quasi a richiamare l'attenzione, decide di "urlare" e mostra a tutto il mondo che la Casa dei Gladiatori non reggeva più ed è crollata: un monito per attirare gli occhi su un problema trascurato da decenni. Mi sembra di rivedere alcune foto relative al sisma che nel 1980 ha investito l'Irpinia e che aveva colpito parzialmente anche gli scavi romani di Pompei: situazione simile sotto tutti i punti di vista, l'incuria sembra regnare sovrana con il disinteresse di chi deve vegliare.
Tutto questo non è accettabile, specie in un Paese come l'Italia che da questi patrimoni incommensurabili deve trarre grande beneficio per il turismo: non è possibile che i visitatori annuali siano solo tre milioni, la metà rispetto a quelli che afferiscono al Beaubourg di Parigi che certamente non vanta la storia degli scavi pompeiani; non è possibile accogliere turisti se non si dispone di parcheggi, di servizi di accoglienza, di strutture ricettive; non è possibile che la Soprintendenza abbia tenuto in cassa ottanta milioni senza utilizzarli e senza sapere come spendere i fondi che verranno riversati su Pompei; non è possibile che un luogo così unico e così speciale sia in perdita se si considera che dei ventidue milioni di euro di incasso annuale, sette vengono utilizzati per la manutenzione e il restauro e diciotto per la retribuzione del personale, che appare anche essere sotto organico; non è possibile che le lungaggini burocratiche e le lotte per i posti di comando siano di intralcio alla conservazione di questo tesoro; non è possibile che il Ministro dei Beni Culturali affermi di non avere responsabilità quando il commissariamento è stato affidato a persone di sua fiducia; nulla di ciò è possibile, né immaginabile, sebbene sia tutto reale. Fiumi di soldi che transitano e che vengono mal spesi o nascosti per una non ben nota ragione; una gestione non all'altezza della situazione; un ministro che brancola nel buio.
Questa è l'Italia che tiene al patrimonio della sua storia e che vuole continuare ad essere meta di turisti da tutto il mondo: non ci resta che piangere.

martedì 9 novembre 2010

WEEKEND POLITICO

Ci siamo lasciati alle spalle un weekend denso di avvenimenti politici e qualche strascico è ancora sotto i nostri occhi. Tre diversi eventi, tre diversi messaggi, tre diverse impostazioni: insomma, tre spunti di discussione pronti a guidare - si spera - il prossimo dibattito politico.
Iniziamo da Gianfranco Fini, che dalla convention di Bastia Umbra prepara il lancio ufficiale del nuovo partito Futuro e Libertà e per il momento lancia il Manifesto per l'Italia, letto da Luca Barbareschi con il supporto di alcune immagini della nostra Italia e delle musiche di Ennio Morricone. Si è trattato di una kermesse che ha visto una grande partecipazione e da cui è uscita fuori un'idea abbastanza precisa di quello che vorrà essere Fli: una forza che rappresenti il centrodestra italiano, inserendosi nel solco del popolarismo europeo, con un bagaglio di principi e valori sui quali Fini, pur ricordandoli, è stato un po' generico e poco solido. Visti i tempi, si può dire che le idee ci sono, dovranno poi essere sostanziate dai fatti che diranno in maniera inequivocabile se quei principi e quei valori sbandierati ieri sono veri e genuini o semplicemente uno specchietto per le allodole. Tuttavia, Fini non è riuscito a scaldarmi il cuore: certamente, è un grande oratore, un grande trascinatore, capace di trascinare la platea e renderla partecipe del grande cambiamento in atto, sicuramente il gesto di abbandonare la barca del Pdl è stato coraggioso ed ambizioso è il progetto di Fli. Ma troppi sono i punti controversi del personaggio: è passato all'azione troppo tardi, per troppo tempo ha soggiaciuto agli schemi berlusconiani senza troppi strepitii, speranzoso che un giorno il delfino sarebbe diventato il capo. Ma, uno come lui, avrebbe dovuto capirlo prima che gli spazi di manovra erano risicatissimi e che bisognava lasciare la baracca, senza neanche impegnarsi in un ennesimo progetto di impronta berlusconiana come il Popolo delle Libertà. Quello di Fini con la nascita di Fli pare più un colpo d'ali, giunto sull'onda della disperazione alla ricerca di uno spazio vitale, che arriva con enorme e colpevole ritardo. E poi, Fini abbandona Berlusconi anche per via del troppo personalismo che lo stesso incarnava nel suo partito e nel simbolo di Fli la prima cosa che salta all'occhio è il nome FINI: c'è qualcosa che non torna... E poi, perché non dare la sfiducia in Parlamento al governo e ritirare i ministri piuttosto che gettare il sasso e nascondere la mano chiedendo a Berlusconi di dichiarare la crisi, così da ributtare la palla nel campo del premier e non portare avanti lo strappo fino in fondo?
Passando a Firenze, Matteo Renzi e Pippo Civati hanno organizzato una manifestazione giovane, fresca, essenziale e nuova per rottamare il vecchio: tra keyword, limite di cinque minuti per ogni oratore e relativo gong finale, lettura dei messaggi sulla pagina di Facebook e il diluvio di video citazioni, i due hanno saputo dare una ventata di freschezza e di novità in un centrosinistra paralizzato. L'animo di Renzi e Civati pare essere veramente quello di smuovere le coscienze, risvegliarle dal torpore che la vecchiaia può portare, ravvivare il dibattito in un Pd che appare inchiodato, bene o male, ai vecchi schemi. A conferma di ciò, mentre a Firenze si discuteva, da Roma, come "saluto" sono arrivati fischi: questo dà la misura di quanto i vecchi temono la rottamazione...
Giungiamo a Roma, dove un noioso Bersani decide di convocare, casualmente, l'assemblea dei circoli del Pd proprio nel weekend in cui Renzi aveva già da tempo fissato la riunione dei rottamatori. A calcare questo aspetto e a rendere manifesto quanto democratico sia il partito, da Roma partono fischi in direzione di Firenze, che risponde con un abbraccio. E poi, una litania, a ripetere sempre i medesimi incoraggiamenti con quel linguaggio scarno e scoordinato da bar sport, sapientemente coordinato con le maniche della camicia rimboccate per un futuro (idealmente) migliore. Bersani, basta, queste formule non funzionano, bisogna andare oltre, a Firenze non hanno usato, se non una volta, la parola "compagno": significherà qualcosa? Perché non andare a Firenze? Quale timore per un evento in cui sarebbe stato accolto con amicizia? Quale freno ad andare a parlare con Renzi e Civati dei temi d'attualità?
Ciascuno di questi tre eventi ha portato utili spunti: Fini dovrà proseguire, comunque, nel solco che ha tracciato; Renzi e Civati dovranno continuare a pungolare il Pd per mantenere la barra dritta sull'argomento "rottamazione"; Bersani dovrà riordinare le idee e accogliere i validi spunti che ha intorno a sé per invertire la rotta del Pd. Non ci resta che attendere.

sabato 6 novembre 2010

INTRIGO INTERNAZIONALE


Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire

Giovanni Fasanella, Rosario Priore

Chiarelettere

€ 14

Come ha già mostrato di saper fare, Giovanni Fasanella, con la pazienza e la curiosità del giornalista, torna a scavare nella storia del nostro Paese, che a tutt'oggi ha ancora tanti - forse troppi? - punti oscuri e cerca di restituirci un quadro più ricco di particolari al fine di cercare di chiarire, almeno parzialmente, gli ultimi trent'anni di storia, gli anni del terrorismo e della violenza politica, con centinaia di morti e migliaia di feriti. Per muoversi tra le vicende chiave, Fasanella si fa guidare da Rosario Priore, magistrato per oltre trent'anni che si è occupato dei principali fatti di violenza e terrorismo come il caso Moro, Ustica, il tentato omicidio di Giovanni Paolo II ed altri casi di eversione rossa e nera. Il risultato è un interessantissimo e profondo viaggio attraverso alcuni misteri e alcuni passaggi non noti, che il giudice Priore racconta nel corso della conversazione con Fasanella. "Ci sono verità che non ho mai potuto dire... Avrebbero potuto avere effetti destabilizzanti sugli equilibri interni e internazionali." Così recita la quarta di copertina, tanto per capirci.
Il giudice Priore parte da una considerazione iniziale, nel primo capitolo: nel nostro Paese l'asprezza di conflitti politici, sindacali e sociali è spesso coincisa con la violenza, per "un vizio tutto italiano, una sorta di incapacità ad accettare l'altro, a riconoscere il diritto dell'altro all'esistenza." Un problema che ha origini antiche e che si è acuito nel XX secolo, con la guerra fredda, quando la "nostra situazione di paese di frontiera" ci ha costretto a subire gli scontri dei due blocchi. Il viaggio continua indagando i rapporti tra Francia, Inghilterra, Italia e Gheddafi: ricostruire il perché dell'importanza di ritrovare un ruolo nel Mediterraneo colonizzato da Francia ed Inghilterra e della centralità delle amicizie con la Libia e i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Interessante è anche il capitolo che riguarda il filoarabismo italiano e il conflitto con Israele, che discende direttamente dalle considerazioni suesposte: ritrovare un ruolo da protagonisti nel Mediterraneo. Dall’altra parte la Cecoslovacchia come terra d'asilo, la Germania comunista con la sua preziosa rete di relazioni e la Stasi quale servizio segreto di alto livello giocavano ad alimentare il terrorismo. Ustica, Piazza Fontana, il caso Moro, la strage di Bologna, i rapporti internazionali delle Br, il centro parigino di Hyperion vanno collocati in questo contesto internazionale.
Un libro per aiutare a capire, con alcuni importanti elementi, qualcosa di più riguardo i momenti tristi e i punti oscuri della nostra storia, per cercare di far luce dove il buio copre ancora l'indicibile.

lunedì 1 novembre 2010

ANDY WAHROL A CARBONARA SCRIVIA





A Carbonara Scrivia, presso l'antica torre del Dongione, si è appena conclusa un'interessante mostra su Andy Wahrol, uno dei rappresentanti più singolari della Pop Art, promossa dal comune di Carbonara Scrivia con il patrocinio della Provincia di Alessandria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e con la collaborazione della locale Pro Loco e della Galleria Palmieri di Busto Arsizio. Verrebbe da definirla una mostra di nicchia per le opere esposte, in tutto ventisei, realizzate con la tecnica della serigrafia e in alcuni casi con interventi pittorici su diversi supporti (carta, tela, cotone), tra le quali si ritrovano icone simbolo, ritratti di personaggi, progetti, cover di dischi, t-shirt, lavori ispirati dalle fiabe di Hans Christian Andersen e altre opere meno conosciute di Wahrol ma meritevoli di essere ammirate.
La mostra nasce dall'attenzione dedicatale da un cittadino di Carbonara, che l'ha ammirata presso la Galleria Palmieri di Busto Arsizio, cui è stato chiesto di portarla anche nel paese alessandrino e di curarne l’allestimento. A colpire il gallerista è stato il luogo dove è stata proposta la mostra: la contrapposizione venutasi a creare tra lo stile del torrione del Dongione e la creatività del poliedrico Wahrol. Vi posso assicurare che il risultato, come è possibile giudicare anche dalle foto, è ottimo, con queste opere singolari che riempiono le pareti di mattoncini del torrione a creare un netto contrasto tra passato e presente, tra ordine e disordine.





domenica 24 ottobre 2010

LA DONNA DI SCORTA

La donna di scorta

Diego De Silva

Einaudi

€ 9,50

Un uomo e una donna. Una giornata di pioggia, un incontro casuale per strada, le facce che si studiano e si piacciono da lontano: lei è Dorina, titolare di un'agenzia di traduzioni e ricerche bibliografiche, giovane, bella e single; lui è Livio, antiquario, sposato con Laura e padre di Martina. Da qui comincia quella che apparentemente si potrebbe definire un'ordinaria relazione tra amanti clandestini, che al contrario, pagina dopo pagina, diventa sempre meno ordinaria e sempre più straordinaria, una storia in cui i ruoli si invertono fin dall'inizio. Amore, adulterio, relazione, amicizia, il loro rapporto non si può classificare, i ruoli sono chiari da subito. Livio rimane estremamente colpito da questa relazione in cui le gerarchie non esistono: Dorina non è una donna di scorta, non vuole prendere il posto di Laura, non vuole da Livio nulla di più di quello che le può dare, non patisce la sua condizione di amante, non le importa quello che succede nella sua famiglia quando Livio è marito e padre. E questo Livio non lo capisce; inizia, così, a farsi prendere da un'ossessione che lo attanaglia in tutti i momenti della giornata, vuole capire se il silenzio, la mancanza di domande, la quiete che pervade Dorina ogni volta che Livio rientra in famiglia stanno a significare disinteresse oppure comprensione della sua posizione e nulla di più.
Domenico Scarpa afferma che "De Silva è un narratore nato, che sa raccontare e riflettere nello stesso respiro di frase" e nulla di più vero è condensato in questa frase se si pensa che tutta la storia riesce a restituire al lettore, in maniera veritiera e con enorme partecipazione emotiva, il sentimento di autarchia sentimentale che Dorina prova per Livio: non ricatta, non pretende, non insegue un posto perché a lei basta il desiderio dell'altro, la sua vicinanza, la sua presenza e nulla di più. Consiglio, perciò, caldamente questo libro, apprezzerete l'essenza più profonda del racconto di un sentimento che, inizialmente, può apparire malato, ma che in realtà si rivela essere genuino e composto; in special modo, ritengo che le donne potranno apprezzare meglio le sfumature dei comportamenti dei protagonisti e percepire in profondità i loro atteggiamenti e le loro movenze.

mercoledì 20 ottobre 2010

CONTROLLI CHE FANNO ACQUA

Ciò che è successo a Genova una settimana fa è ancora ben chiaro a tutti: una bella partita di calcio non si è potuta giocare per colpa di un gruppo di facinorosi capitanati da un teppista. Nel post di commento a tale vicenda, mi facevo una domanda: "Mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio." Il problema fondamentale era proprio questo: i controlli non erano sufficienti, se a qualcuno sono state controllate bottigliette e patatine ed altri sono entrati con fumogeni, pinze e quant'altro era utile a devastare lo stadio.
A sostenere questi dubbi, arriva il servizio di Striscia la notizia a cura di Valerio Staffelli, che mostra come è possibile entrare negli stadi italiani senza alcuna difficoltà, eludendo i controlli o trovando aiuto nei bagarini. Verrebbe da chiedersi: le nuove norme imposte dal ministro Maroni non dovevano servire a garantire maggiori controlli e maggiore sicurezza negli stadi? Sì, teoricamente sì, mentre all'atto pratico viene mostrato come è facile scampare ai controlli, nonostante i biglietti nominali, che non vengono controllati. La cosa ancor più grave è che non ci sono perquisizioni da parte degli steward e perciò si può portare sia in curva sia in tribuna oggetti pericolosi, anche di importanti dimensioni: gli attori ingaggiati per il servizio portavano all'interno dello stadio solo un salame, ma è facile capire come è possibile introdurre anche spranghe, pinze, fumogeni e tanto altro.
E allora? Si tratta di un problema di steward? Fulvio Bianchi su Repubblica.it ricorda che "gli steward vengono pagati poche decine di euro, e non hanno (al momento) una sufficiente tutela giuridica: perché mai dovrebbero rischiare? Non era meglio lasciare certi controlli alla polizia?" E poi: i tornelli funzionano? I biglietti nominativi servono se non vengono controllati? La tessera del tifoso serve, a parte il fatto che ha fatto guadagnare soprattutto le banche?
Non resta che guardare il video per rendersi conto che i provvedimenti decisi devono essere fatti rispettare per garantire la sicurezza degli spettatori negli stadi, che hanno il sacrosanto diritto di godersi una partita di calcio, senza temere per la propria incolumità.



martedì 19 ottobre 2010

STACCHIAMO LA SPINA

Non pensate sia ora di finirla? Non credete sia giunto il momento di spegnere le telecamere, staccare le penne dai taccuini, smettere con i talk show e lasciare in pace una povera e giovane vittima e dare tregua ad una famiglia uccisa dal dolore? No, mi sembra di no, mi sembra proprio non siate dello stesso avviso, voi "teleguardoni da obitorio" che avete trasformato Avetrana nel set cinematografico di un film giallo, al punto che si è creata la folla di curiosi intorno alla casa del delitto. Capisco che il lavoro del giornalista e lo ammiro; quello che non riesco a comprendere è la pervasività dei reportage, dei retroscena e tutte le congetture che, senza quasi nulla di certo in mano, che vorrebbero prendere il posto della verità e spiegare agli Italiani come si è consumato il triste episodio. E poi, io continuo a domandarmi perché la gente è così tanto incuriosità da tali efferatezze, da cosa nasce questa curiosità morbosa e inutile, per quale motivo si perde tempo ad inseguire ipotesi e supposizioni basate su sentito-dire e null'altro.
Ricordo il tragico delitto di Novi Ligure del 2001 ed anche allora l'eco mediatica è stata enorme: per tanti giorni, Novi Ligure è stato trasformato in uno studio televisivo, dal quale tutte le trasmissioni di approfondimento hanno trasmesso, cercando persone disposte a parlare, dispensando informazioni più o meno vere, lanciandosi in fantasiose ricostruzioni. Novi Ligure come Avetrana o come Cogne, solo per fare alcuni esempi: sempre il medesimo comportamento, sempre la stessa mania di voyeurismo, sempre gli occhi aguzzati per cogliere un particolare da lanciare in esclusiva. Tanto per renderci conto del degrado in cui siamo inesorabilmente caduti, basti pensare che la cugina di Sarah, dopo ore di silenzio trascorse in Procura, avrebbe chiesto se alla tv avessero parlato male di lei. Può bastare questo ad inquietarsi?
Pensateci, potrebbe essere una buona idea staccare per un attimo la spina e rispettare il dolore di una famiglia spezzata da un fatto così tragico.

A tal proposito vi consiglio anche la lettura di questo articolo su DavideMaggio.it: Caso Scazzi, ora il vero orrore sono i teleguardoni e i giornalisti da obitorio.
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