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venerdì 17 ottobre 2014

DISASTRI

Il disastro del Vajont: prima e dopo
Per caso stavo leggendo il libro di Tina Merlin sul Vajont, stimolato dal documentario magnifico di Marco Paolini, un campione in questo genere. 
Quel libro è scritto bene: è scritto da una giornalista che, a vent'anni di distanza, ricostruisce i fatti che hanno portato alla tragedia con una freschezza che fa rituffare tristemente il lettore tra la sequela di errori che hanno scientemente portato a un disastro annunciato a più riprese. Da quelle pagine traspare rabbia, indignazione, tristezza: proseguire l'opera nonostante le criticità, simulare verifiche fittizie, eludere la legge con la colpevole connivenza dello Stato, tutto questo non può che adirare e incubare sentimenti di disistima verso lo Stato, che è l'unico garante del cittadino. A fronte di queste pagine ben scritte, Paolini ha sapientemente mescolato le molte testimonianze a disposizione per confezionare un documentario molto preciso e mai noioso, coinvolgente e sconvolgente, nel contesto migliore che si poteva trovare: il Vajont stesso, la diga incriminata che quel 9 ottobre 1963 si mangiò Longarone in un sol boccone.

venerdì 22 luglio 2011

GIORNI CONTATI


Giorni contati.
Scena del delitto: il Porto Antico

Maria Masella

Fratelli Frilli Editori

€ 4,90


Genova: il mare, i carrugi, la Sopraelevata, Via Venti, Piazza De Ferrari. Nell'immaginario comune, vediamo così una delle Repubbliche marinare, quella che ci accoglie una volta superato l'Appennino, la città dell'Acquario e del Porto Antico.
Mai ho pensato a Genova come luogo per ambientare un giallo: eppure, a ben pensarci, non serve una particolare situazione per una storia gialla, quella viene fuori da sola, determinata dal movimento dei personaggi che vi prendono parte. Ecco, allora, che la sapiente penna di Maria Masella ci mette sulle tracce del commissario Antonio Mariani, il quale, a un mese dal Natale, si trova ad indagare su una serie di omicidi, che avvengono a distanza di pochi giorni gli uni dagli altri, tutti accomunati dalla stessa arma del delitto: una dose letale di digossina, un farmaco di origine vegetale capace di aumentare la forza di contrazione del cuore, che, a dosi elevate, risulta tossico.
Una siringa con cui è stata somministrata la dose letale, alcuni cartoncini strappati da un calendario dell'Avvento, numeri impressi sulla fronte delle vittime: tutti questi elementi conducono il commissario Mariani e i suoi collaboratori, Bareto e Iachino, a pensare che si tratti di un serial killer, ma ben presto gli stessi dovranno ricredersi; ad aumentare la pressione sulle indagini è il vice-questore Serra, che richiede di chiudere nel più breve tempo possibile il caso. Gli investigatori, tuttavia, devono fare i conti anche con la loro vita privata: in particolar modo, il commissario Mariani non riesce a dimenticare Francesca e al contempo deve dedicarsi, non senza difficoltà, a Manu e Ludo. Sarà proprio una delle figlie, Manu, che alla fine suggerirà al padre un elemento-chiave in grado di dare la svolta alle indagini di una storia che ha come movente il denaro, una storia che costringe Mariani ad immergersi nelle storie delle vittime, dei testimoni e dei possibili colpevoli pur di non pensare alla sua: "lavorare e non pensare alla mia vita. Almeno in quelle degli altri devo trovare un senso."
La Masella costruisce una trama interessante, dando luogo ad una storia amabile con un finale a sorpresa, che fa tenere il fiato sospeso fino all'ultimo. Seguire i ragionamenti incalzanti del commissario Mariani e della sua squadra, stare dietro ai loro spostamenti dentro Genova per ascoltare testimoni, ricostruire le scene del delitto nelle differenti zone della città: tutto è ben articolato, tutto fila via liscio, con un ritmo vibrante e con attenzione ai particolari. Un giallo gradevole in un'atmosfera insolita.

mercoledì 20 ottobre 2010

CONTROLLI CHE FANNO ACQUA

Ciò che è successo a Genova una settimana fa è ancora ben chiaro a tutti: una bella partita di calcio non si è potuta giocare per colpa di un gruppo di facinorosi capitanati da un teppista. Nel post di commento a tale vicenda, mi facevo una domanda: "Mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio." Il problema fondamentale era proprio questo: i controlli non erano sufficienti, se a qualcuno sono state controllate bottigliette e patatine ed altri sono entrati con fumogeni, pinze e quant'altro era utile a devastare lo stadio.
A sostenere questi dubbi, arriva il servizio di Striscia la notizia a cura di Valerio Staffelli, che mostra come è possibile entrare negli stadi italiani senza alcuna difficoltà, eludendo i controlli o trovando aiuto nei bagarini. Verrebbe da chiedersi: le nuove norme imposte dal ministro Maroni non dovevano servire a garantire maggiori controlli e maggiore sicurezza negli stadi? Sì, teoricamente sì, mentre all'atto pratico viene mostrato come è facile scampare ai controlli, nonostante i biglietti nominali, che non vengono controllati. La cosa ancor più grave è che non ci sono perquisizioni da parte degli steward e perciò si può portare sia in curva sia in tribuna oggetti pericolosi, anche di importanti dimensioni: gli attori ingaggiati per il servizio portavano all'interno dello stadio solo un salame, ma è facile capire come è possibile introdurre anche spranghe, pinze, fumogeni e tanto altro.
E allora? Si tratta di un problema di steward? Fulvio Bianchi su Repubblica.it ricorda che "gli steward vengono pagati poche decine di euro, e non hanno (al momento) una sufficiente tutela giuridica: perché mai dovrebbero rischiare? Non era meglio lasciare certi controlli alla polizia?" E poi: i tornelli funzionano? I biglietti nominativi servono se non vengono controllati? La tessera del tifoso serve, a parte il fatto che ha fatto guadagnare soprattutto le banche?
Non resta che guardare il video per rendersi conto che i provvedimenti decisi devono essere fatti rispettare per garantire la sicurezza degli spettatori negli stadi, che hanno il sacrosanto diritto di godersi una partita di calcio, senza temere per la propria incolumità.



martedì 12 ottobre 2010

IL PESSIMO SPETTACOLO DI MARASSI


Grazie per il pessimo spettacolo! Un vero genio! Non potevi startene a casa tua, a giocare con i fumogeni nel tuo cortile, anziché farti qualche centinaio di chilometri e venire a Genova a rovinare una serata di calcio? Perché hai dovuto mandare all'aria una partita, vissuta da tutti i protagonisti con grande attesa e che aveva tutti i presupposti per regalare spettacolo? Perché hai regalato a tutti i bambini presenti allo stadio un siparietto che non ho proprio parole per definire? E poi, perché avevi il volto coperto? Continuo a chiedermi tutto ciò e non ho risposte. O meglio ne ho una: sei un incivile, uno che non ha la minima nozione di educazione civica, uno che non ha la minima conoscenza delle regole del buon vivere civile, uno che non riesce a concepire il concetto di libertà, uno sfasciatore capace solo di rovinare un tranquillo martedì sera di metà ottobre dedicato al calcio. Si poteva cogliere l'occasione per ricordare anche i nostri quattro soldati caduti in Afghanistan, i nostri giocatori scendevano in campo con il lutto al braccio; e invece nulla: il tuo pessimo spettacolo ha rovinato anche questo. Vergognati! Sono sempre più senza parole.
Non è il momento delle polemiche, però una riflessione mi viene naturale: a parte l'egregio comportamento della polizia dopo l'inizio dei disordini nello stadio, mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio. Qualcosa nei controlli non ha funzionato, qualcosa è sfuggito alle maglie delle forze dell'ordine allorché i facinorosi hanno varcato le porte dello stadio; e quel qualcosa non doveva sfuggire, purtroppo.

sabato 27 giugno 2009

STORIA DI UN NOME: PIAZZA DELL'AMOR PERFETTO

Incuriosito dal racconto dell'origine del nome della Piazza dell'Amor Perfetto a Genova, ho deciso di raccontarvelo, con l'aiuto del sito Placida Signora.


In un torrido pomeriggio d’agosto del 1502, Luigi XII re di Francia (sotto) giunge a Genova pieno di buoni propositi e con l’intento di convincere il doge e i nobili ad aiutarlo nella lotta contro la Spagna. Nell'occasione il marchese Cambiaso organizza in suo onore un ricevimento grandioso, invitando i maggiorenti della città e le loro gentili consorti nella villa Imperiale a San Fruttuoso.
Nel corso della festa, Luigi balla con molte dame; tra le sue braccia passò anche Tommasina e il re ne fu subito abbagliato. Potremmo definirlo un colpo di fulmine, ricambiato appassionatamente dalla sposa poco più che bambina del vecchio Luca Battista Spinola. Danzano sino all’alba guardandosi negli occhi. Niente di più. Al mattino, quando il Re deve ripartire, l’addio è doloroso.
Il giorno stesso Tommasina, in lacrime, abbandona marito e casa, trasferendosi insieme alla vecchia nutrice in un palazzo della Maddalena, dove rimane in clausura a piangere ininterrottamente, a scrivere lunghe lettere appassionate al suo re, senza voler vedere né parlare con nessuno, impedendo persino alla luce di entrare. Dimagrisce a vista d'occhio, si consuma d'amore.
Passano tre anni difficili, pieni di dolore. Un giorno la nutrice le annuncia, in buonafede con la speranza che Tommasina si distragga, la falsa notizia che il re è malato e quasi in punto di morte. Di colpo Tommasina cade a terra, col cuore schiantato. Non ha retto la tremenda e falsa notizia.
Dopo pochi minuti alla porta bussa un cavaliere inviato dal re per tranquillizzare l’amata. Pochi mesi dopo, Luigi torna a Genova, ma stavolta come nemico. E una notte, travestito da frate, col cappuccio calato sul volto, sguscia nella cappella di San Nicolò inginocchiandosi di fronte alla tomba della donna che lo ha amato sino a morirne. Trascorre lì molte ore, a piangere, ricordando un dolcissimo viso poco più che bambino e una magica notte di un agosto torrido di caldo e d’affetto. Poi si reca a vedere la casa dove Tommasina ha trascorso gli ultimi istanti; e soffermandosi sulla minuscola piazza dove questa si affaccia mormora: “Avrebbe potuto essere un Amor Perfetto“.
E quel nome, alla piazza, è arrivato fino ad oggi per sempre.

Gli innamorati infelici possono visitare la chiesa di Santa Maria di Castello e nel piccolo museo ammirare la tela di Ludovico Brea; potranno vedere, tra la folla dei beati, il volto poco più che bambino di Tommasina, che il pittore commosso e gentile ha ritratto finalmente sereno nel suo Paradiso.
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