Inizio di settimana al fulmicotone per la politica e soprattutto per il
Partito democratico, che si trova alle prese con due questioni particolarmente scottanti. La prima riguarda la
Puglia, dove, alle elezioni primarie, l'attuale governatore
Vendola ha sopraffatto il candidato del Pd
Boccia, bissando il

successo ottenuto già cinque anni fa. La seconda si svolge più a nord, nella rossa
Bologna, dove l'ex sindaco
Delbono ha rassegnato le dimissioni in seguito al cosiddetto
Cinzia-gate (scoppiato in seguito alle rivelazioni dell'ex fidanzata nonchè ex segretaria Cinzia Cracchi), da cui sono scaturite le accuse di peculato, abuso d'ufficio e truffa aggravata. Due patate bollenti, da gestire in un momento non facile, come quello attuale in cui si devono decidere ancora alcune pedine per le imminenti
elezioni regionali. Due patate bollenti, che, tuttavia, stanno a testimoniare uno
stato di salute precario, quello del Pd, che dura da qualche mese, nonostante l'avvento del nuovo segretario Bersani.
Innanzitutto, la questione bolognese segnala - se ce ne fosse ancora bisogno - che anche la sinistra deve riprendere a volare basso, abbandonando quella
superiorità morale a lungo rivendicata nei confronti degli avversari, andata squagliandosi, come testimoniano le cronache, nel corso degli anni. E' inutile restare aggrappati al mito delle
due Italie, una buona - quella di sinistra - e una esecrabile - quella di destra: esiste
una e una sola Italia, in cui i fenomeni di
malcostume politico sono, purtroppo, un fenomeno bipartisan. Anche se, come ha rilevato nell'editoriale odierno Galli della Loggia sul
Corriere riferendosi alle dimissioni di Delbono, la sinistra "ha mostrato una
sensibilità istituzionale e un'attenzione al giudizio dell'opinione pubblica che la destra, invece, quasi mai mostra."
In secondo luogo, la questione pugliese: la clamorosa sconfitta di
Boccia, sonora rispetto a quella di un lustro fa, deve interrogare - e anche seriamente - i dirigenti del Pd. Boccia, come noto, è stato ampiamente sponsorizzato dall'ex ministro degli Esteri
D'Alema, che si è speso in prima persona girando sezione per sezione: la Puglia doveva diventare un "laboratorio" per future alleanze con l'Udc, la quale, dopo il voto, si è dissociata dalla candidatura di Vendola presentandone una autonoma nella persona di
Adriana Poli Bortone. Ma cosa non ha funzionato in questa che sembrava una macchina discretamente oliata, pronta - almeno nelle intenzioni di D'Alema e dei suoi - a mietere vittime? Per prima cosa il
candidato: poco appeal, poca visibilità rispetto al governatore dalla parlata magica e coinvolgente; senza contare che si stava ripresentando uno che era già stato bocciato, anche se di misura, dal popolo delle primarie, che quindi si era chiaramente espresso in merito. Per secondo, un
errore politico ammesso dallo stesso D'Alema: dice di "no

n aver capito" quello che si muoveva, di aver "toccato con mano il distacco che c'è tra noi e la nostra base": come ha sintetizzato Castagnetti, i dirigenti da una parte e gli elettori dall'altra. E allora a poco è valso l'impegno profondo di D'Alema se la base non era disposta a comprendere le ragioni della candidatura di Boccia, ma si riconosceva, ciononostante, nel comunista Vendola.
Quest'ultima parte del discorso riporta
in auge il tema delle primarie: primarie sì o primarie no? Per
Follini, "le primarie fanno sbandare il Pd, ci portano fuori strada" e dentro il Pd in molti, anche se sotto voce, concordano con lui. Anche se due pezzi grossi come Loiero e Bassolino le invocano, evidentemente per non perdere il passo e "pretendere" una nuova candidatura che in altre occasioni potrebbe essere in dubbio. Ma in realtà, finora, nella scelta dei candidati governatori, le primarie non sono state prese in considerazione, se non in quelle situazioni dove gli alleati del Pd o talora uomini del Pd non erano d'accordo sulla candidatura indicata da Roma, disattendendo
in toto le promesse fatte in passato riguardo le
elezioni primarie, unico mezzo attraverso cui indicare candidati per le elezioni. Per esempio, Burlando, Penati, Bresso o Bonino sono nomi piovuti dal centro, non scelti in accordo con la base.
Certamente il centrodestra in merito alla scelta di candidati non può dare lezioni, ma forse la leadership di Berlusconi, attraverso cui passano tutte le decisioni, assicura una
"tenuta centripeta" che si dimostra utile a salvaguardare l'unità del partito. Il Pd, al contrario, soffre ancora di troppi maldipancia - che il segretario fatica a calmare - per le spinte della minoranza interna e di coloro pronti ad abbandonare presto.