sabato 7 aprile 2012

IL SENATÙR SI DIMETTE: FINE DI UN'EPOCA

 Nadia Dagrada (a sinistra) e
Francesco Belsito (a destra)
La notizia di Umberto Bossi che lascia le redini del partito che ha fondato ovvero la Lega Nord ha creato stupore ed incredulità generalizzate, prima di tutto tra i militanti leghisti, quelle camicie verdi veraci ed attaccate al partito, che popolavano i prati di Pontida e celebravano il leader durante il mito dell'ampolla.
Bossi è stato affondato dai soldi mal gestiti da parte di un tesoriere, il genovese Francesco Belsito, nato buttafuori da discoteca, animatore e spacciatore di focaccine e salito fino a divenire portaborse di Biondi e poi sottosegretario alla Semplificazione: una carriera che parla da sola e spiega la malagestione delle finanze leghiste, nella cui attività un ruolo altrettanto importante ha avuto Nadia Dagrada, segretaria amministrativa della Lega Nord. Insomma, a volerla dir tutta, la Lega Nord, nata per lottare contro i ladroni di Roma, è diventata ladrona come loro. "“Finché non rubo io nella Lega, non ruba nessuno”. Di certo non si è ricordato questa sua frase del 1989, Umberto Bossi, quando (...) ha rassegnato le sue dimissioni." Il meccanismo si è inceppato, sicuramente qualcosa che non ha funzionato c'è stato. La Lega, dal principio, ha mostrato di essere l'unico partito vero della Seconda Repubblica, capace di lottare e mordere le caviglie ed intercettare gli umori e le problematiche dei ceti produttivi del Nord. Poi, appena passata sotto il Po e raggiunto Roma, dagli scranni parlamentari la lotta ha finito per dover fare i conti con il governo, gli slogan coloriti si sono confrontati con la gestione della cosa pubblica, i soldi hanno fatto gola a tutti al punto che a Roma la Lega ha messo le tende e non è più tornata indietro. 
Una foto di Umberto Bossi agli esordi
Se Bossi ha avuto il pregio - che è giusto riconoscere - di aver imposto nell'agenda politica nazionale la questione settentrionale ed interpretato i sentimenti di un popolo che non aveva rappresentanza politica, tuttavia, fuori dalla cerchia dei fedeli militanti, chi aveva creduto nella rivolta fiscale, nel federalismo, nell'affrancamento del Nord ovvero la secessione diventata un marchio di fabbrica leghista e nella liberazione dalla giungla delle pastoie burocratiche, da tempo non si fidava più del messaggio leghista ed ha dovuto tristemente ricredersi. Umberto Bossi da Gemonio aveva creato la Lega ed il suo simbolo dal niente, tutto da solo, ma termina la carriera di leader indiscusso "prigioniero di un partito diventato proiezione di un capo circondato da figure mediocri ai quali chiedeva fiducia incondizionata e protezione psicologica". Dimezzato dai colpi della malattia e del cosiddetto cerchio magico, il suo ha il sapore di un fallimento politico: capace di portare gli umori del Nord a totalizzare il dieci per cento dei voti alle elezioni, è stato altrettanto abile a sfasciare tutto dissipando gli anni romani di governo senza realizzare nessuna delle riforme promesse al suo popolo e, secondariamente, eliminando le intelligenze che avrebbe potuto arruolare - "la migliore, Miglio, fu messa alla porta con la sprezzante etichetta di «una scoreggia nello spazio»". E gli ultimi anni di leadership erano il preludio della fine: il figlio Renzo, altrimenti noto come il Trota, onnipresente e sempre abile nel realizzare figure quanto mai imbarazzanti al posto di una solida classe dirigente - i pochi, validi dirigenti costretti nelle retrovie, la continua riproposizione di un machismo che aveva ormai stancato, il celodurismo sempre imperante costretto ad arrendersi.
Umberto Bossi e Silvio Berlusconi
Anche l'amico di mille battaglie, l'alleato di una vita, Silvio Berlusconi, ha preso male la notizia delle dimissioni: "un colpo al cuore, una botta" che lo ha amareggiato. Pur essendo diversi nei modi e nelle forme, le analogie tra i due sono tante: l'addio di Bossi arriva cinque mesi dopo quello di Berlusconi, entrambi baciati dalle gocce di pioggia che si fermano sulle auto blu che si allontanano dalle rispettive sedi. Un inizio ed una fine comuni, un'uscita di scena che cambia per sempre il profilo della destra italiana e, ovviamente, lo scenario politico nazionale. Con l'abbandono di Bossi e Berlusconi finisce l'epoca dei partiti personali (almeno uno resiste ancora, a dir la verità: l'Idv di Di Pietro), costruiti intorno ad un leader e al culto del capo, con congressi fasulli e folli acclamazioni. Il rude politico del "celodurismo" cade per la troppa debolezza in famiglia, mentre l’uomo che era partito da zero ed aveva costruito un impero cade per mano di mediocri cortigiani. Addirittura, Bossi esce di scena meglio di quanto abbia fatto in questi anni, principalmente perché non fugge dinanzi alle proprie responsabilità, assumendosele in prima persona con parole che non si odono spesso in politica: "Chi sbaglia paga, qualunque cognome porti". A ben guardare, però, i due sembrano migliori da vinti che da vincitori. "Berlusconi ha lasciato unendo: se oggi l’Italia tenta faticosamente di uscire dalla crisi con un governo di solidarietà nazionale, è anche perché il Cavaliere ha saputo, all’ultimo, tenere a freno i suoi falchi. Magari l’avrà fatto anche per interesse personale, ma l’ha fatto. Allo stesso modo, Bossi mostra più nobiltà nel lasciare di quanta ne abbia mostrata restando - non si sa quanto consapevolmente - attaccato a un trono che era diventato la vacca da mungere da parte di una losca compagnia di giro."
L'inchiesta proseguirà e non ci resta che attenderne l'esito; nel frattempo la Lega si è affidata ad un triumvirato in attesa del congresso federale. Le elezioni amministrative, per quanto tali, potranno dare una prima risposta a questo tsunami politico. Nel frattempo, però, un'amara riflessione, come quella di Ricolfi, è inevitabile: "c’è una parte del Paese, quella più dinamica e produttiva, che continua a non riuscire a far sentire la sua voce, né con la Lega né senza, né prima di Monti né con Monti. Questa parte, ormai, era rappresentata dal partito di Bossi solo nominalmente, e in questo senso lo scandalo di questi giorni si è limitato a togliere di mezzo un equivoco. Ma il problema di dare una rappresentanza a quella parte del Paese resta, e diventa più grave ogni giorno che passa, perché è nei territori cui la Lega si rivolgeva che si produce la maggior parte della ricchezza di cui tutti beneficiamo. L’Italia può fare benissimo a meno della Lega, ma difficilmente tornerà a crescere se dimenticherà le ragioni da cui il «partito del Nord» ha preso le mosse."

giovedì 1 marzo 2012

CIAO LUCIO, CI MANCHERAI!



Tutte le volte ci casco. Puntualmente. Ineluttabilmente. Senza tema di smentita. Pure oggi ci sono cascato e m'è parso strano, assurdo.
È morto Lucio Dalla. Ma come? Non è possibile, stava apparentemente bene, l'avevo visto una settimana fa in tv, durante il Festival di Sanremo, arrivare baldanzoso, ma non troppo - con quel fare tutto suo, difficile da descrivere - al podio da direttore d'orchestra dopo aver attraversato la platea del teatro Ariston per dirigere l'orchestra durante l'esecuzione di Nanì, scritta dal giovane Pierdavide Carone insieme a Dalla. La sua solita vitalità, la sua carica, la sua espressione: era fortissimo! In un attimo, invece, ci ha abbandonato, stroncato da un infarto in Svizzera, a Montreux, cittadina svizzera - è quello cui ho pensato quando ho letto la notizia - cantata nel brano Smoke on the water dei Deep Purple, in cui si parla dell'incendio al Casinò di Montreux che distrusse l'intera strumentazione di Frank Zappa e dei The Mothers of Invention.




Perché tutte le volte ci casco? Perché tutte le volte mi meraviglio? Mi sorprendo di quanta fatalità ci sia in ogni nostra giornata, in ogni nostro gesto, in ogni singolo secondo della nostra esistenza. Un attimo prima ci sei, un attimo dopo non ci sei più: a pensarci vengono i brividi, ma, in fondo, che possiamo fare? Opporci al fato? Sì, certo, possiamo provarci, ma non ne caveremmo molto; oltre una certa misura, non otterremmo nulla e dovremmo, invece, arrenderci a lui. Mi associo al pensiero di Roberto Vecchioni, che si è detto "costernato" alla notizia della scomparsa del cantautore bolognese: "Mi vien da pensare quanto sia insana la fatalità. Fosse stato malato uno si prepara, invece così... Bisogna aggrapparsi alla vita". Dobbiamo aggrapparci alla vita, giusto, dobbiamo godere ogni istante e maneggiarlo con cura.
Lucio ci ha lasciato dopo aver fatto colazione, s'è addormentato per sempre (mancavano tre giorni al suo sessantanovesimo compleanno, come ci ricordava con la sua 4/3/1943) e ha portato con sé il suo genio, la sua capacità di essere istrione, la sua meravigliosa carica sul palcoscenico, la sua capacità di commuovere quando cantava, la sua simpatia. Ho cominciato ad ascoltarlo tardi, ma m'è subito piaciuto e, nel maggio di due anni, non ho voluto perdere l'occasione di ascoltarlo dal vivo con De Gregori (dal cui ufficio stampa riferiscono: "Questo è un momento tristissimo e non mi sento di parlare con nessuno"): che potenza quell'uomo piccolo ma energico, che showman con i suoi look eccentrici, che grande artista con le sue singolarissime e fantastiche interpretazioni, che stupendo cantautore capace di farmi commuovere con Anna e Marco cantata in coppia con De Gregori.




Inutile dire che con Dalla se ne va un bel pezzo della musica d'autore italiana. Inutile ricordare tutti i successi, ciascuno ha i suoi preferiti, ma tutti li ricordano e tutti li canticchiano. Inutile dispiacersi ulteriormente per la triste e rapida dipartita di Lucio Dalla: a perenne memoria resteranno i suoi pezzi, le sue musiche ricercate, i suoi testi che paiono poesie. La mia preferita è Futura.


giovedì 29 dicembre 2011

LA VITA DAVANTI A SÈ


La vita davanti a sé

Romain Gary

Biblioteca Neri Pozza

€ 11,50

Non mi sembra vero di riprendere la cara e vecchia abitudine di scrivere sul blog... 
Gli ultimi mesi sono stati densi di lavoro al punto da arrivare a scrivere senza ispirazione ovvero scrivere non più di due parole e cestinare tutto. Ho provato a trovare linfa vitale dalla lettura e - lo ammetto - sono soddisfatto del volume di libri, che comunque sono riuscito a leggere, e della qualità degli stessi. Poi, per Natale, mi piomba in mano da una carissima persona questo romanzo di Romain Gary (nella foto), La vita davanti a sé: non appena terminato il libro che stavo leggendo - non riesco proprio a leggere due libri a tempo, a tenere i piedi in due storie diverse, a ragionare con due teste diverse - l'ho cominciato subito, voglioso di scoprire dove mi portava la faccia rotonda del bambino in copertina.


martedì 27 settembre 2011

IL SOPRAVVISSUTO


Il sopravvissuto

Antonio Scurati

Tascabili Bompiani

€ 10

18 giugno 2001. Tempo di maturità. Nella palestra del liceo di Casalegno, paese della remota pianura settentrionale, una stanca commissione d'esame attende per la prova orale Vitaliano Caccia, ventenne bello e dannato, esuberante e aggressivo, nonché ripetente. La sua seconda bocciatura è già stata decisa: un accordo tra i docenti gli ha assegnato, dopo le prove scritte, un punteggio troppo basso per essere recuperato. Sebbene in ritardo, l'alunno si presenta alla prova orale, si accomoda dinanzi alla commissione, ma, invece di limitarsi a rispondere alle domande, tira fuori la pistola e, in un arco temporale di sette minuti, uccide l'intera commissione, risparmiando solo il professore di storia e filosofia, Andrea Marescalchi, contro il quale egli non punta l’arma, ma solo il dito teso, prima di voltar le spalle e lasciare il luogo del massacro.

domenica 18 settembre 2011

FIRMO, VOTO, SCELGO: CONTRO IL PORCELLUM


Come spesso capita quando c'è in ballo qualcosa di troppo importante e al tempo stesso pericoloso, la casta dei politici si compatta e mantiene un religioso silenzio, salvo rarissime eccezioni. E allo stesso modo sulla stampa non si legge quasi nulla in proposito, se non qualche riga relegata nell'angolo di una delle pagine finali. 
È quello che è accaduto e sta accadendo per la raccolta di firme per indire il referendum che mira ad abrogare la legge Calderoli (legge n. 270 del 21 dicembre 2005) ovvero la legge elettorale vigente e con la quale è stato eletto il Parlamento nel 2006 e nel 2008, definita dal suo stesso ideatore, all'indomani dell'approvazione, "legge-porcata". Viene sempre da chiedersi perché l'ammissione della verità giunga sempre in ritardo e mai prima di compiere l'atto scellerato di cui siamo rimasti vittime...
La legge, voluta da Silvio Berlusconi che il 4 ottobre 2005 "minaccia la crisi di governo nel caso in cui non venisse approvata la riforma elettorale proporzionale", ha modificato il precedente sistema in favore di un sistema proporzionale corretto, a coalizione, con premio di maggioranza ed elezione di più parlamentari contemporaneamente in collegi estesi, senza possibilità di indicare preferenze. Un primo tentativo di abrogazione del Porcellum (come venne definita dal politologo Giovanni Sartori sul Corriere) era già stato tentato due anni fa, nel 2009: allora si sono tenuti tre referendum abrogativi, tesi a modificare tale legge in più punti, ma purtroppo non sono riusciti a raggiungere il quorum del 50% più un elettore e quindi sono stati dichiarati non validi.

domenica 11 settembre 2011

NEVER FORGET


11 settembre 2001 - 11 settembre 2011 

Dieci anni: un tempo relativamente breve, diventato un'era, un periodo storico. Dopo due lustri, celebriamo oggi il decennale di quella data tragica che ha cambiato le vite di tutti noi, che ha modificato le nostre abitudini, il nostro vocabolario, gli equilibri economici, il nostro modo di vivere, di viaggiare, di relazionarci con gli altri, in una sola parola il nostro modo di essere. 
Da quel giorno, abbiamo cominciato a familiarizzare con termini come terrorismo, islamismo, mujaheddin, jihad, kamikaze, talebani, al Quaeda, Afghanistan, Osama bin Laden. A partire da quel fatidico 11 settembre, l'economia ha subito un arresto ed è cominciata una guerra contro il terrorismo in Afghanistan, laddove si presumeva si nascondesse lo sceicco del terrore, Osama bin Laden, catturato non più tardi di qualche mese fa. In quell'occasione, abbiamo visto la forza degli Stati Uniti, pronti a stringersi fin dal primo momento in un unico, grande abbraccio, capace di dare conforto e aiuto: dinanzi a quella magnifica prova di umanità, ci siamo sentiti tutti americani, abbiamo provato gli stessi sentimenti di paura e di rabbia che ha provato il popolo americano, abbiamo compreso la grandissima forza d'animo e l'infaticabile lavoro dei vigili del fuoco, che hanno lavorato senza sosta, giorno e notte, per riportare alla luce le vittime e fornire aiuto e sostegno alle vittime tirate fuori dalle macerie. Le facce stanche e impolverate di quei giganti buoni sono uno dei simboli di questa tragedia.  “Quel giorno”, ha detto Bruce Springsteen, “ho scoperto la grande nobiltà delle persone. Non il tipo di nobiltà di cui si legge nei libri, ma quella che porta la gente ogni giorno al lavoro”.

giovedì 8 settembre 2011

SE IL CICLISMO SI MISCHIA ALLA POLITICA


È inutile negarlo: il Giro della Padania, alla sua prima edizione quest'anno, è innegabilmente la corsa della Lega Nord, la quale ha scelto il ciclismo come mezzo per diffondere il suo storico messaggio; è quindi naturale che non la si possa considerare solo una gara ciclistica. Tanto per capirci, l'organizzatore è Michelino Davico, sottosegretario agli Interni e uomo della Lega, sotto le cui insegne ha svolto incarichi di consigliere comunale e assessore nel comune di Bra prima di essere eletto senatore nel 2006 e riconfermato nel 2008. Lo stesso Davico, in compagnia di Renzo Bossi, il Trota ovvero il figlio del Senatùr, e della presidentessa leghista della provincia di Cuneo Gianna Gancia, hanno dato il via alla corsa martedì 6 settembre a Paesana. Anche il paese scelto come partenza della gara è simbolico: Paesana, in provincia di Cuneo, è caro alla Lega Nord, visto che qui ogni anno, a metà settembre, si riunisce lo stato maggiore del Carroccio subito dopo il prelievo dell'acqua con l'ampolla alle sorgenti del Po per tenere il comizio che apre la Festa dei popoli padani. Infine, la maglia di leader non potrà che avere il colore verde. Tutto s'incastra perfettamente a giustificare, al di là di qualsivoglia ipocrisia, il risvolto politico di questo evento sportivo, in particolare a determinarne il ben preciso colore: il verde leghista.

domenica 4 settembre 2011

IL GIOCO DELLE TRE CARTE



Il gioco delle tre carte

Marco Malvaldi

Sellerio editore Palermo

€ 12


Marco Malvaldi torna a regalare ai lettori un altro scorcio della vita paesana di Pineta, quella che si vede dal BarLume gestito dal barrista Massimo insieme a Tiziana, bella e comprensiva aiutante dietro il bancone: quel bar, snodo della vita tranquilla di Pineta, altrimenti definito "asilo senile" e immancabilmente popolato da Aldo, il gestore dell'Osteria Boccaccio, Ampelio, il nonno di Massimo, Pilade, il Del Tacca del Comune (per distinguerlo da altri tre Del Tacca) e il Rimediotti. La loro principale attività è, dietro la scusa di una partita a carte, filtrare ogni più piccolo avvenimento che si svolge in paese e analizzarlo in profondità, in una conversazione accesa e colorata dal vernacolo toscano. Talora, nelle interminabili discussioni che possono occupare pomeriggi interi, può finirci un fatto criminale: è così che il BarLume diventa il luogo dal quale si dipana un'indagine parallela, gestita da Massimo che, grazie alla sua intuizione, finisce per investigare e dal gruppo di vecchi, ansiosi aggiornamenti in tempo reale sulle indagini. 
Un congresso, il XIV International Workshop on Macromolecular and Biomacromolecural Chemistry, anima la vita di Pineta, con grandi nomi della chimica provenienti dal Giappone e ricercatori universitari in cerca di fortuna. Un professore giapponese, l'autorevole Kiminobu Asahara, è colto da un malore subito dopo la cena e muore. È stato avvelenato? E, soprattutto, perché è stato ucciso? Massimo, che insieme ad Aldo si è occupato del catering per i break del congresso, si sente in ansia e si ritrova coinvolto nell’inchiesta perché in paese è fra i pochi a conoscere l’inglese, qualità in virtù della quale viene assoldato dal commissario Fusco come interprete. Bloccati nella cittadina a causa delle indagini, i congressisti fanno spesso tappa al BarLume e inevitabilmente cadono nella rete degli anziani, svelando faide interne, invidie scientifiche e contese universitarie. Sarà, tuttavia, Massimo che, con un'intuizione derivantegli dai passati studi in matematica, svolgerà il nodo del caso, contribuendo alla sua soluzione. 
Per Malvaldi, quindi, un nuovo giallo la cui soluzione è affidata al ragionamento e alla fortuna del caso, condita dai continui pungoli della cricca degli anziani del BarLume, pronti a non perdersi una virgola delle indagini. Proprio come nel gioco delle tre carte, l'esercizio di abilità e di elusione regala lo schema generico per risolvere la misteriosa uccisione consistente nel nascondere ostentando.

venerdì 26 agosto 2011

L'OMBRA DEL VENTO: UN SUPERBO ZAFÓN



L'ombra del vento

Carlos Ruiz Zafón

Oscar Mondadori

€ 13




Ricordo ancora il mattino in cui mio padre mi fece conoscere il Cimitero dei Libri Dimenticati. Erano i primi giorni dell'estate del 1945 e noi camminavamo per le strade di una Barcellona intrappolata sotto cieli di cenere e un sole vaporoso che si spandeva sulla rambla de Santa Mónica in una ghirlanda di rame liquido.

«Daniel, quello che vedrai oggi non devi raccontarlo a nessuno» disse mio padre. «Neppure al tuo amico Tomás. A nessuno.»
«Neppure alla mamma?» domandai sottovoce.
Mio padre sospirò, trincerandosi dietro il sorriso dolente che lo seguiva come un'ombra nella vita. «Ma certo» rispose a capo chino. «Per lei non abbiamo segreti. A lei puoi raccontare tutto.»

Non capita spesso di rimanere rapiti da un libro fin dalla prima pagina, di desiderarne la lettura come l'ossigeno per respirare, di scoprirne lentamente il delicato linguaggio in un crescendo di emozioni di cui godere pagina dopo pagina. 
Eppure, come poche volte mi è capitato nella mia carriera di lettore, Carlos Ruiz Zafón mi ha letteralmente conquistato dopo la prima pagina de L'ombra del vento: la sua scrittura, fluida e ricercata, si muove con una levità capace di instillare progressivamente, in chi legge, curiosità e godimento. Le atmosfere della Barcellona di metà Novecento restituiscono il fascino e il mistero di una città costretta a soccombere sotto i fuochi della Guerra civile spagnola, prima, e della Seconda guerra mondiale, poi: gli scorci fotografati da Zafón, che vengono riproposti a più riprese, ogni volta si arricchiscono di un particolare visivo, olfattivo od uditivo, che definisce meglio il milieu in cui si muovono i protagonisti. I suoi personaggi sono accompagnati da minuziose descrizioni, per nulla noiose e, anzi, in grado di costruire plasticamente il personaggio stesso sulla pagina del libro. Ma il particolare che maggiormente mi ha impressionato è la loro voce: ognuno di essi è un'entità a sé stante, capace con lo scorrere delle pagine di incastrarsi perfettamente con gli altri e con la storia; ciascun personaggio vive, in un certo senso, di vita propria, mostra enormi capacità intellettive e spesso, attraverso monologhi più o meno lunghi, tratteggia egli stesso la propria personalità, scavando nel proprio passato o attingendo al proprio presente. Ritengo tutto questo quanto mai meraviglioso, una qualità che mostra, senza alcuna ombra di dubbio, quanto lo scrittore tenga a far uscire i personaggi dal libro affinché vivano e diventino "amici" del lettore. Nei giorni in cui leggevo L'ombra del vento, ho avuto l'impressione che Daniel, Fermín, Nuria, Julián e gli altri personaggi mi facessero compagnia, vivessero con me ed io con loro al punto che il desiderio nel proseguire la lettura è diventato morboso: ero seriamente interessato alle loro azioni, a cosa avrebbero fatto o pensato, a come si sarebbero comportati, dove avrebbero condotto la mia immaginazione. A dimostrazione dell'attenzione di Zafón per i personaggi, nelle pagine finali del libro, un intero capitolo, Dramatis personae, è dedicato a raccontare le loro vite negli anni successivi alla storia che costituisce il nucleo centrale del libro. 

martedì 23 agosto 2011

IL CONDIZIONATORE OVVERO STARE FRESCHI A 40 °C




E la vita, la vita
e la vita l'è bela, l'è bela,
basta avere un condizionatore
che ti rinfresca la testa...

Verrebbe naturale parafrasare questo celebre motivetto del duo Cochi&Renato, stando alle elevate temperature degli ultimi giorni: per fortuna, il climatizzatore assiste molti di noi e, nello specifico, pure il sottoscritto proprio nell'atto di scrivere questo bollente post.
Rispetto all'estate del 2003, oggi possiamo ritenerci fortunati: durante i primi quindici giorni del mese di agosto di otto anni fa, l'Europa era stata colpita da una massiccia ondata di caldo, eccezionale per durata e per intensità, che aveva seguito una primavera ed un inizio dell'estate particolarmente povere di piogge. E a chi si lamenta del caldo infernale, che non concede tregua e che rende impossibile la vita, si può rispondere così: è l'estate, bellezza, godiamoci ora il caldo che, tra un mese, ci avviciniamo al triste autunno e al freddo inverno.
Il Nimbu paani
Lo sforzo di sopportare il caldo, tra l'altro, è grandemente mitigato dalla presenza di una macchina geniale: il condizionatore. Will Oremus, su Slate, lo definisce "un'innovazione che ha segnato l'America del XX secolo": già nel 1930, questa fantastica invenzione aveva aumentato la produttività dei lavoratori nel periodo estivo. Per quanto concerne l'uso domestico, sempre rimanendo negli States, il giornalista ci ricorda che la diffusione è stata lenta: nel 1965, solo il 10% delle case lo possedevano, mentre nel 2007 il numero è salito fino all'86%. E gli Europei? "Gli Europei sono stati lenti ad adottare l'aria condizionata, anche se ora sta prendendo piede anche lì." Chi appare molto indietro sono ancora gli Africani e gli Asiatici del Sud. Un recente articolo comparso su Times of India riguardante le misure per contrastare il caldo raccomandava di vestire abiti leggeri e di bere molti liquidi: la moderna versione del te freddo da bere sotto il portico di casa è il Nimbu paani.

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