domenica 7 febbraio 2010

CHE LA FESTA COMINCI

Che la festa cominci

Niccolò Ammaniti

Einaudi Stile Libero

€ 18

E pure questo è finito: era sommerso da altri libri acquistati nell'ultimo periodo, prima di Natale, ma poi - si sa - si fatica a trovare un attimo per leggere. Così, due settimane fa, mi sono deciso e l'ho preso in mano; ho riletto la dedica in prima pagina, firmata in occasione della presentazione al Collegio Nuovo di Pavia e ho cominciato a leggerlo. Fin dalle prime pagine, che mi avevano conquistato durante la lettura in occasione della presentazione, sono "entrato" nel libro, ho cominciato a rapportarmi con Fabrizio Ciba, con Saverio Moneta e le sue Belve di Abaddon. Ammaniti non è nuovo a questo tipo di rapporto col lettore: una sensazione simile l'ho vissuta leggendo Io non ho paura, da cui è stato tratto un intenso film: lo scrittore romano sa conquistare il lettore, sa portarlo letteralmente nel romanzo. E poi, la forma narrativa che salta, di capitolo in capitolo, da un personaggio all'altro, aiuta ad aumentare la tensione del lettore, la sua attenzione e a tenerlo incollato in modo tale da poter riannodare i fili della narrazione al termine del libro, dove, inevitabilmente, Ciba, Moneta e gli altri personaggi si incontrano e si scontrano in attesa di conoscere il proprio destino.
In breve, la trama ruota attorno alla residenza di Villa Ada, nel centro di Roma, acquistata dal palazzinaro Sasà Chiatti, il quale, per festeggiare, organizza una festa che dovrà essere ricordata come un evento mondano tra i più importanti d'Italia. Per fare questo ricrea una foresta con flora e fauna autoctoni, convoca battitori neri e tutta la Roma bene tra calciatori, veline, politici, attori e attricette; tra tutti ci sono anche il grande scrittore Fabrizio Ciba, la famosa cantante Larita, Saverio Moneta detto Mantos e le sue Belve di Abaddon, che alla fine del libro si incontrano dopo aver vissuto numerose e differenti peripezie. Tutta la narrazione è condita da un'ironia, tipica di Ammaniti, capace di cogliere vizi e virtù della società contemporanea, nella quale gli ideali e i sentimenti sembrano cedere il passo ai più bassi piaceri.

venerdì 29 gennaio 2010

IL VIZIETTO DEL DOPING

E Mutu ci ricasca. Niente da fare, non ha imparato la lezione, si è fatto beccare di nuovo. Positivo alla sibutramina, farmaco nato come antidepressivo e poi usato per curare l'obesità da quando si sono osservati effetti anoressizzanti (è in grado di ridurre il senso di fame). Importante sottolineare come la vicenda legata al commercio di sibutramina in Italia è stata travagliata: ritirata dal commercio nel 2002, ne fu riammessa la vendita l'anno successivo solo su prescrizione di pochi specialisti. E' di alcuni giorni fa la notizia che l'Aifa l'ha nuovamente ritirata sulla base di una indicazione dell'Emea che ha riscontrato un rapporto rischio-beneficio sfavorevole.
Ma perchè è stato incluso nell'elenco delle sostanze proibite dalla Wada, l'Agenzia mondiale antidoping? Lo spiega il professor Dario D'Ottavio, esperto di doping e membro della CVD, la commissione di vigilanza sulla legge antidoping, uno di coloro che hanno spinto perchè il farmaco fosse inserito tra le sostanze dopanti.
Stimolante dei neurotrasmettitori, cioè impedisce la cosiddetta ricaptazione di adrenalina, noradrenalina, serotonina e dopamina, stimolanti neurotrasmettitori, appunto, che grazie a quella sostanza rimangono di più nel circolo sanguigno espletando significativi effetti stimolanti. Il risultato è che c'è una maggiore efficienza fisica e la prestazione sportiva migliora. Di qui il divieto. Un prodotto molto simile all'ormai famigerato Lipopill (fenteramina) che costò la squalifica a Peruzzi e Carnevale nel 1990. E, per i suoi effetti euforizzanti è talvolta usato come succedaneo alla cocaina. Gli effetti dimagranti della sibutramina infatti sono minimi, dunque ciò che viene ricercato è principalmente l'effetto stimolante sulla prestazione.
Quasi patetica o simpatica - se veramente stanno così le cose - la spiegazione della madre di Mutu.
Intervistata dalla rete Telesport, Rodica Mutu, madre del calciatore, rivela di essere quasi certamente la responsabile della positività del figlio. La donna afferma di aver dimenticato a casa dell'attaccante le sue pillole, assicurando che il ragazzo non assume pasticche dimagranti e che probabilmente le ha prese per errore leggendo che si trattava di un semplice prodotto naturale.

Ma vogliamo ricordare qualche altro nome tra quelli che col doping ci sono cascati più di una volta? Oltre al Pibe de Oro Maradona che è il caso che ha fatto più scalpore, forse il primo grosso caso di doping, possiamo citare Jonathan Bachini, cresciuto nelle giovanili dell'Alessandria. Al controllo antidoping del 22 settembre 2004 alla fine della partita con la Lazio, nel primo campione sottoposto ad analisi, è stata rintracciata la presenza di metaboliti di cocaina. Bachini, nell’attesa delle controanalisi, viene squalificato per nove mesi e licenziato dai lombardi, squalifica poi aumentata ad un anno dalla CAF. Nell'estate 2005 lo ingaggia il Siena ma viene trovato nuovamente positivo alla cocaina nella gara del 4 dicembre 2005 contro la Lazio e il Siena rescinde il contratto. Il 30 marzo 2006 viene squalificato a vita, quindi radiato.
Un altro nome venuto alle cronache è quello di Francesco Flachi, trovato nuovamente positivo ad un metabolita della cocaina, la benzoilecgonina, il 19 dicembre 2009. Il giocatore aveva già scontato una squalifica di 2 anni dal febbraio 2007 al febbraio 2009 per positività alla stessa sostanza riscontrata al test del 28 gennaio 2007 quando militava alla Sampdoria.

Si fatica a capire il perchè di questi comportamenti, che pure stanno diventando frequenti; forse i soldi e la notorietà non sono tutto, ma si può anche decidere di uscire dal sistema a testa alta, salutando e ringraziando tutti, senza essere accompagnati dall'ombra di un reato.

martedì 26 gennaio 2010

FIBRILLAZIONI DI INIZIO SETTIMANA

Inizio di settimana al fulmicotone per la politica e soprattutto per il Partito democratico, che si trova alle prese con due questioni particolarmente scottanti. La prima riguarda la Puglia, dove, alle elezioni primarie, l'attuale governatore Vendola ha sopraffatto il candidato del Pd Boccia, bissando il successo ottenuto già cinque anni fa. La seconda si svolge più a nord, nella rossa Bologna, dove l'ex sindaco Delbono ha rassegnato le dimissioni in seguito al cosiddetto Cinzia-gate (scoppiato in seguito alle rivelazioni dell'ex fidanzata nonchè ex segretaria Cinzia Cracchi), da cui sono scaturite le accuse di peculato, abuso d'ufficio e truffa aggravata. Due patate bollenti, da gestire in un momento non facile, come quello attuale in cui si devono decidere ancora alcune pedine per le imminenti elezioni regionali. Due patate bollenti, che, tuttavia, stanno a testimoniare uno stato di salute precario, quello del Pd, che dura da qualche mese, nonostante l'avvento del nuovo segretario Bersani.
Innanzitutto, la questione bolognese segnala - se ce ne fosse ancora bisogno - che anche la sinistra deve riprendere a volare basso, abbandonando quella superiorità morale a lungo rivendicata nei confronti degli avversari, andata squagliandosi, come testimoniano le cronache, nel corso degli anni. E' inutile restare aggrappati al mito delle due Italie, una buona - quella di sinistra - e una esecrabile - quella di destra: esiste una e una sola Italia, in cui i fenomeni di malcostume politico sono, purtroppo, un fenomeno bipartisan. Anche se, come ha rilevato nell'editoriale odierno Galli della Loggia sul Corriere riferendosi alle dimissioni di Delbono, la sinistra "ha mostrato una sensibilità istituzionale e un'attenzione al giudizio dell'opinione pubblica che la destra, invece, quasi mai mostra."
In secondo luogo, la questione pugliese: la clamorosa sconfitta di Boccia, sonora rispetto a quella di un lustro fa, deve interrogare - e anche seriamente - i dirigenti del Pd. Boccia, come noto, è stato ampiamente sponsorizzato dall'ex ministro degli Esteri D'Alema, che si è speso in prima persona girando sezione per sezione: la Puglia doveva diventare un "laboratorio" per future alleanze con l'Udc, la quale, dopo il voto, si è dissociata dalla candidatura di Vendola presentandone una autonoma nella persona di Adriana Poli Bortone. Ma cosa non ha funzionato in questa che sembrava una macchina discretamente oliata, pronta - almeno nelle intenzioni di D'Alema e dei suoi - a mietere vittime? Per prima cosa il candidato: poco appeal, poca visibilità rispetto al governatore dalla parlata magica e coinvolgente; senza contare che si stava ripresentando uno che era già stato bocciato, anche se di misura, dal popolo delle primarie, che quindi si era chiaramente espresso in merito. Per secondo, un errore politico ammesso dallo stesso D'Alema: dice di "non aver capito" quello che si muoveva, di aver "toccato con mano il distacco che c'è tra noi e la nostra base": come ha sintetizzato Castagnetti, i dirigenti da una parte e gli elettori dall'altra. E allora a poco è valso l'impegno profondo di D'Alema se la base non era disposta a comprendere le ragioni della candidatura di Boccia, ma si riconosceva, ciononostante, nel comunista Vendola.
Quest'ultima parte del discorso riporta in auge il tema delle primarie: primarie sì o primarie no? Per Follini, "le primarie fanno sbandare il Pd, ci portano fuori strada" e dentro il Pd in molti, anche se sotto voce, concordano con lui. Anche se due pezzi grossi come Loiero e Bassolino le invocano, evidentemente per non perdere il passo e "pretendere" una nuova candidatura che in altre occasioni potrebbe essere in dubbio. Ma in realtà, finora, nella scelta dei candidati governatori, le primarie non sono state prese in considerazione, se non in quelle situazioni dove gli alleati del Pd o talora uomini del Pd non erano d'accordo sulla candidatura indicata da Roma, disattendendo in toto le promesse fatte in passato riguardo le elezioni primarie, unico mezzo attraverso cui indicare candidati per le elezioni. Per esempio, Burlando, Penati, Bresso o Bonino sono nomi piovuti dal centro, non scelti in accordo con la base.

Certamente il centrodestra in merito alla scelta di candidati non può dare lezioni, ma forse la leadership di Berlusconi, attraverso cui passano tutte le decisioni, assicura una "tenuta centripeta" che si dimostra utile a salvaguardare l'unità del partito. Il Pd, al contrario, soffre ancora di troppi maldipancia - che il segretario fatica a calmare - per le spinte della minoranza interna e di coloro pronti ad abbandonare presto.

martedì 19 gennaio 2010

IL RICORDO DI CRAXI

Ci sono marchi, nella vita, che rimangono impressi a lungo e solo difficilmente e tardivamente vengono scalfiti dal tempo e dalla ragionevolezza. Così è quello spettato a Bettino Craxi: essere identificato come il politico più corrotto d'Italia, il paradigma della stagione di Tangentopoli, il bersaglio preferito dei giudici di Milano. A dieci anni dalla sua scomparsa, val la pena di aprire gli occhi - come per altro hanno fatto alcuni commentatori - ed analizzare la figura di Craxi nella sua totalità, "senza distorsioni e rimozioni".

Bettino Craxi è stato innanzitutto un grande uomo politico, un autorevole presidente del Consiglio, in grado di imprimere svolte importanti sia nella politica interna sia nella politica estera. Innanzitutto la rottura dell'asse tra i due principali partiti repubblicani, Democrazia cristiana e Partito comunista, formatosi dopo il 1976: l'obiettivo, oltrechè legittimo, era ambizioso, tanto più che si verificava in un momento in cui in Europa i partiti socialisti pesavano nei rispettivi Paesi. Aveva inoltre compreso che il sistema politico era bloccato e aveva proposto un suo cambiamento, suggerendo l'elezione diretta del presidente della Repubblica. Come dimenticare poi il referendum sulla "scala mobile" e il Concordato firmato nel 1984 con il cardinale Casaroli? E poi la politica estera, che aveva permesso "un rinnovato, deciso ancoraggio dell'Italia al campo occidentale e atlantico": aveva portato avanti la politica di Cossiga riguardo i missili Cruise a Comiso, ma aveva anche saputo farsi rispettare nel corso della vicenda di Sigonella, relativa al dirottamento dell'Achille Lauro, senza tuttavia intaccare i rapporti col presidente USA Reagan.
Ricorda inoltre Sergio Romano:
Una delle sue caratteristiche più discusse fu quella che venne definita, con un termine ingiustamente spregiativo, decisionismo. Oggi, dopo l' importanza assunta da alcune personalità nella vita politica dei maggiori Paesi democratici dovremmo riconoscere che Craxi capì qual fossero, soprattutto in un'epoca di grandi modernizzazioni, le responsabilità di un leader.

Certo, oltre a questa parte della storia, non possiamo dimenticarci che "lo stile craxiano del potere produsse anche conseguenze", tra le quali quella più evidente è lo scoppio di Tangentopoli, vale a dire un sistema di tangenti che ha avvelenato la vita dello Stato italiano e provocato gravi danni al bilancio del Paese. Memorabile il discorso pronunciato il 3 luglio 1992 alla Camera dei Deputati, presieduta da quel Napolitano che oggi invita tutti a rivedere i giudizi parziali e affrettati su Craxi, nel corso del dibattito sulla fiducia al governo Amato. Lì egli ha avuto il coraggio di denunciare un sistema di illegalità che ben conosceva, di cui nessuno prima di lui aveva osato parlare, così come nessuno quel giorno in Aula si era alzato per testimoniare la stessa responsabilità dell'onorevole Craxi. E questo vuoto della politica, incapace di riconoscere le anomalie di un sistema di "corruttele" e di rinnovare le regole che apparivano antiquate, aveva lasciato spazio alla marea della magistratura, che alla politica si è sostituita, spazzandola via. Senza contare chi, grazie a quei processi, si era fatto la giusta pubblicità per poi scendere in politica.
La "vittima sacrificale", come l'ha definito il presidente Schifani, l'unico ad aver pagato il prezzo più alto è stato Bettino Craxi. Perchè forse la Dc e il Pci non avevano preso finanziamenti illeciti? Vogliamo dimenticarci di Severino Citaristi o del compagno Cossutta che volava a Mosca?
La colpa a senso unico, attribuita ad una sola persona, è francamente inaccettabile. E questo ancora di più alla luce di ciò che è oggi la politica: siamo sicuri che Tangentopoli abbia spazzato via tutto il marcio? O tutto sotto sotto è rimasto uguale?


sabato 16 gennaio 2010

IL "CARATTERACCIO" TUTTO ITALIANO


Il caratteraccio. Come (non) si diventa italiani

Vittorio Zucconi

Mondadori

€ 18,50

Vi avevo già parlato di questo libro, di cui ho avuto il piacere di ascoltare la presentazione alla presenza di Vittorio Zucconi al collegio Ghislieri di Pavia. Il libro ci fornisce, in buona sostanza, uno spaccato dell'italiano medio, afflitto da molti vizi e poche virtù, che, non perdendo mai l'occasione di denigrarsi, ha maturato la certezza che quello italiano sia un "caratteraccio".
Il libro nasce riunendo una serie di "lezioni americane" tenute da Zucconi al Middlebury College tra le colline verdi del Vermont, conscio di rivolgersi non ad accademici ma ad una platea di studenti che sa molto poco dell'Italia. Si tratta di lezioni sui generis, che non partono, come i classici libri scolastici, dal Medioevo o dal Rinascimento (che Zucconi mal sopporta), ma piuttosto si soffermano sull'Italia dell'ultimo secolo, sugli avvenimenti della storia recente utili a comprendere l'Italia di oggi e forse quella del futuro. Prendendo spunto da eventi importanti come la presa di Roma o la Grande Guerra per arrivare fino a Tangentopoli e Berlusconi, Zucconi analizza il nostro comportamento, influenzato fortemente dalla storia, al punto che siamo "un popolo condannato ad ssere sempre anti, il prefisso che si è rivelato il surrogato della nostra identità", dalla politica al calcio passando per la religione e la storia. Il tutto con una vena di sagace ironia da cui traspare affetto per la terra natale, frammisto a racconti di esperienze personali. L'unico appunto che mi sento di fare riguarda la forma, caratterizzata da periodi abbastanza lunghi e con molti incisi, che possono risultare di "distrazione" per il lettore.

L'atteggiamento di continua denigrazione che nutriamo verso di noi viene così descritto:
Il fascino misterioso di un paese e di una cultura che gli abitanti e i detentori adorano disprezzare in pubblico aumenta paradossalmente in proporzione agli sforzi fatti da noi italiani per denigrarci o per dipingerci in ogni immaginabile cattiva luce.

Questo comportamento, tra l'altro, viene confermato anche da un sondaggio pubblicato su Sette il 17 dicembre 2009, condotto da Doxa e Reputation Institute su 33 Paesi. In esso l'Italia si classifica al dodicesimo posto tra le nazioni meglio considerate, dopo Svizzera, Canada, Australia e altri e davanti a Francia, Germania, Gran Bretagna e USA, tra gli altri. Addirittura, siamo al primo posto per cultura e divertimento, quarto come posto da visitare, sesto in marchi e innovazione, settimo nello stile di vita, ottavo nella bellezza fisica e nono nella qualità dei prodotti e dei servizi. Il problema sorge quando ci viene chiesto come ci consideriamo: la nostra autostima è effettivamente molto poca, tanto che siamo al ventiseiesimo posto: siamo piuttosto contenti della nostra creatività e dei tesori culturali, ma delusi dai guasti al paesaggio, dell'efficienza del governo, dello stato sociale.
Il fatto di "essere la macchia di tutte le macchie umane è tanto evidente (...) che la soluzione all'impossibilità di dipanare la matassa è quella di definirci in negativo": non siamo meridionali, non siamo juventini, non siamo di destra, non siamo cattolici non siamo berlusconiani. Sempre contro, mai a favore: solo così sentiamo di esistere. E' la stessa storia che ci dice che l'unificazione - da distinguere attentamente dall'unità, come tiene a precisare Zucconi - è stata portata avanti "contro" quella che nell'Ottocento era la "capitale naturale", non "a partire" dalla "città principale e dominante", come invece è successo in Europa, dove "i popoli della periferia nazionale" sono stati risucchiati dal centro. Neppure i fascisti "erano figli di quella lupa che tanto esaltavano", al punto che abbiamo assistito ad "un operettistico " . Ciò che non si era riusciti a fare con Porta Pia, si pensava di farlo con la Grande Guerra: gli interventisti credevano che si potesse formare, accanto al "completamento territoriale" con Trieste, Trento e l'Istria, una "più perfetta unione" di cittadini. Sappiamo com'è andata a finire...
Dice Zucconi in un passo del libro:
(...) pensare l'Italia del 1922 come una nazione certamente non più bambina (...) ma non ancora adulta. (...) gli italiani come un popolo adolescente, dilaniato tra la voglia di ribellione e la paura di responsabilità, ansioso di scuotersi di dosso il basto degli adulti che improvvisamente gli appaiono tutti come idioti, farabutti o inetti, ma ancora pronto a prendere il posto di quegli stessi adulti.

In questo contesto piomba la facile e utile soluzione portata da
un uomo carismatico, dall'oratoria facile, con impeccabili credenziali popolari, nazionaliste e reduciste, con una soluzione indolore (...) al dramma di ogni adolescente: la propria identità, il bisogno disperato di appartenenza e l'ansia del futuro.

Lo stesso Mussolini finì poi per essere "l'espressione di quello che l'Italia era, più seguace che condottiero del caratteraccio nazionale". E così si spiega quella peculiarità del nostro carattere: la dissimulazione assurta a vero e proprio sistema di vita, rintracciabile in ogni aspetto della vita quotidiana.


Zucconi, con la raccolta delle sue lezioni, ha trasmesso in maniera molto cruda e veritiera ciò che noi effettivamente siamo, ma di cui non ci rendiamo conto fino in fondo. La vena generalmente negativa che percorre il libro è volutamente ricercata, utile a metterci di fronte al nostro "caratteraccio", che tuttavia ci fa apprezzare all'estero, affascina chi non ci conosce, dona un marchio speciale all'italianità e consacra l'homo italicus.

martedì 12 gennaio 2010

PERCHE' NEGRO E' PAROLA CHE SI PUO' USARE

I retaggi del '68 si annidano in molti aspetti della nostra vita quotidiana. Mi sono imbattuto, proprio sul Corriere di ieri, nella rubrica Particelle elementari di Pigi Battista, che spiega a Vittorio Feltri "perché è parola da non usare". E ho pensato: ci risiamo, ancora la solita retorica sessantottina sfociata nel politicamente corretto, per cui restiamo intrappolati a ogni piè sospinto in una "gabbia asfissiante di ipocrisie lessicali e di eufemismi sussiegosi che sfibrano un linguaggio", come ha detto lo stesso Battista.
Il dizionario etimologico segnala che "negro" deriva dal latino "niger" ("niger, a, um": aggettivo della I classe, come mi ricordano i remoti cassetti della mia memoria), dal cui accusativo "nigrum" deriva l'odierno aggettivo italiano. Perchè allora tanto scandalo? Perchè "i negri (...) associano quel nome (...) a un passato di schiavitù e di umiliazione indicibili", quella parola "racchiudeva in sè qualcosa di dispregiativo (...) che conferiva a quel termine un valore implicitamente squalificante, anche a non voler pensare (con una certa fatica) a un'implicazione di tipo razzistico". Anche se, ricorda sempre il giornalista, Martin Luther King e Malcolm X usavano quel termine, ma lo facevano rivendicando l'orgoglio della loro "negritudine".

Caro Battista, io non sono proprio d'accordo con questa interpretazione. Cerchiamo di uscire dalle sabbie mobili del perbenismo post-sessantottino per il quale oggi per le strade abbiamo gli "operatori ecologici" oppure a scuola lavora il "personale non docente" e via discorrendo. Usare la parola "negro" o "nero" è indifferente: ciò che più conta è il tono con il quale viene pronunciata o gli aggettivi che la accompagnano, non la parola in sè, che deriva dal latino di Cicerone. Posso dire che "Naomi Campbell è una bella negra", facendole un complimento, o insultare Mario Balotelli se dico che è "un negro di m..." Questa è la differenza, non la "g" che distingue i due termini.
Il nostro problema fondamentale è che siamo ancora prigionieri della pesante eredità di quel '68 che, glorificato ad anno di svolta, ha dimostrato di aver dato ben pochi frutti alla nostra società, incastrandola in una rete di ipocrisia che ammanta qualsiasi ambito della vita quotidiana. Perciò se qualcuno pronuncia la parola "negro" a tanti viene la pelle d'oca e si pensa che chi l'ha pronunciata è un razzista, senza badare al contesto del discorso.
Vogliamo iniziare la fatica di redimerci dalla ancora imperante retorica sessantottina aprendo gli occhi sul mondo del 2010?

sabato 9 gennaio 2010

BOOM DEI CELLULARI

Ho letto questa notizia oggi su Corriere.it e ho sorriso, in maniera sarcastica s'intende.
A fine 2008 nella penisola italiana circolavano 155,77 sim card ogni 100 persone: il che vuol dire una e mezzo a testa, contro le 129,35 sim ogni cento tedeschi, le 125,99 inglesi, le 90,19 francesi, le 89,60 americane, le 83 giapponesi e le 65 canadesi. Nella telefonia fissa, al contrario, raschiamo il fondo del barile con 40,11 apparecchi ogni cento persone, rispetto ai 54,23 apparecchi inglesi, i 64,17 tedeschi, i 40,90 francesi, i 46 giapponesi, i 58 canadesi e i meno di 50 americani. Il trend è sicuramente in linea con quanto succede negli altri sei Paesi del G7, ma risulta molto più accentuato in Italia.
Dicevo di aver sorriso alla notizia perchè è singolare questo record: in un Paese che spesso si lamenta di non "arrivare a fine mese", non è certamente indispensabile avere un cellulare e mezzo a testa, essendo considerato un bene superfluo. Non solo lo posseggono gli adulti, i quali sono giustificati per questioni lavorative; i ragazzini, fin da giovani, ne posseggono uno o più di uno per fare tutt'altro rispetto alle funzioni di un cellulare: ascoltano musica, ricevono le frequenze radio, fanno fotografie, registrano filmati o spezzoni audio, trasferiscono files.

Sarò fuori dal tempo, ma fatico a comprendere una vicinanza così spasmodica al cellulare.

giovedì 7 gennaio 2010

TRENO: UNA IATTURA!

Zug, tren, train: nelle principali lingue del mondo la parola "treno" indica un diffuso mezzo di comunicazione, viaggiante su rotaia ed alimentato con l'elettricità. In Italia, invece, dire "treno" è una iattura, significa evocare una vera e propria tragedia, comporta il cambiamento d'umore - in negativo, s'intende - di chi è all'ascolto. Perchè, per noi Italiani, il treno è quel mezzo di locomozione che viaggia costantemente in ritardo, che è sempre sporco (ci ricordiamo quando si viaggiava in compagnia delle zecche?), che costringe i pendolari alla lotta spietata per accaparrarsi un posto a sedere, che sfinisce i viaggiatori quando devono compiere un viaggio lungo.
Per carità, non siamo soli: girando un po' sul web, sono incappato sul sito francese Usagers de la SNCF en colère, sul quale si rende conto dei disagi di molti utenti. Mentre è proprio di oggi notizia del treno Eurostar ad alta velocità Bruxelles-Londra sul quale viaggiavano 260 persone, rimasto bloccato sotto il tunnel della Manica per due ore e poi rimorchiato fuori. Tuttavia, noi siamo diversi dagli altri. Noi siamo quelli per cui il ritardo dei treni è considerato tale se supera i quindici minuti, visto che la fascia di tolleranza è stata alzata. Noi siamo quelli che se provi a chiedere un rimborso, ammesso che si venga inseriti tra i beneficiari se il ritardo è considerato tale dal momento che da noi esso viene calcolato sull'orario alla stazione d'arrivo (se il treno Milano-Roma, arriva in ritardo a Bologna ma puntuale a Roma, esso viene considerato puntuale), entri in una foresta nera da cui si esce con difficoltà; in Spagna, invece, per ritardi da 16 a 30 minuti viene rimborsato metà biglietto, se superiori ai 30 minuti viene restituito l'intero importo. In Svizzera, è stata addirittura ipotizzato che se il treno è in ritardo, paga il dipendente delle Ferrovie:

Per il direttore delle Ferrovie federali svizzere (FFS), i ritardi dei treni devono ripercuotersi sul salario corrisposto agli impiegati. Obiettivo a lungo termine di questa misura, ha dichiarato in un'intervista Andreas Meyer alla "SonntagsZeitung" in edicola oggi, è poter identificare all'interno dell'azienda il responsabile di ogni malfunzionamento. Stando a Meyer, si tratta di mettere pressione sugli impiegati affinché si limitino i ritardi. Ogni collaboratore delle FFS dovrebbe sapere quali delle sue azioni hanno provocato il ritardo e quante persone sono state toccate.

E poi chissà perchè, appena piove un po' di più o qualche fiocco di neve cade dal cielo, tutto va in tilt e i treni accumulano ritardi biblici: proprio non riesco a spiegarmelo. Eppure - penso - in Finlandia le condizioni atmosferiche sono molto più proibitive delle nostre e i treni circolano. Al massimo per 3-5 giorni all'anno, in cui le temperature sono molto basse, i treni possono avere ritardi che non superano i cinque minuti, dice Carola Björklöf dell'ufficio stampa delle ferrovie finlandesi. Per noi cinque minuti di ritardi sono la regola e se fossero solo cinque, ci metteremmo il cuore in pace, mentre siamo abituati a sopportare ritardi ben peggiori.
 Inutile parlarvi del Giappone, con i suoi treni superveloci, gli Shinkansen, i cui i ritardi, rarissimi, si contano nell'ordine dei secondi; sì, avete letto bene: secondi. Nel 1997 il ritardo medio era di 24 secondi, nel 2001 di 18 secondi, nel 2003 meno di sei secondi. Un'altra dimensione, un'altra lunghezza d'onda, un altro modo di lavorare: carrozze confortevoli, controllori in guanti bianchi, ragazze addette alle pulizie che sono così efficienti da completarle nell'arco di pochi minuti, sedili sempre orientati nel senso di marcia e che ruotano da soli al termine della corsa.

Però, anche noi, da un mese circa abbiamo la tanto agognata Alta velocità, no? I Frecciarossa così ben pubblicizzati alla tv sui quali sembra di essere in paradiso mentre viaggi. Eppure, tanto per non smentirci mai, anche in questo caso, nonostante gli ingenti investimenti e la pomposa campagna pubblicitaria, i problemi ci sono e rimangono. Al punto che il pm torinese Guariniello ha aperto un'indagine conoscitiva dalla quale emerge che su oltre quattrocento treni monitorati, solo 100 sono arrivati a destinazione con meno di quindici minuti di ritardo, mentre i restanti li hanno sforati, raggiungendo anche cifre francamente imbarazzanti:

Le corse in linea con le tabelle di marcia - la massima puntualità - sono state meno di una ventina, secondo il dossier nelle mani di Guariniello. Un centinaio degli oltre 400 Frecciarossa monitorati è approdato a destinazione con meno di 15 minuti di ritardo. Oltre 300 invece, stando sempre alla ricognizione fatta dai collaboratori del pm, hanno accumulato ritardi superiori al quarto d'ora. E, di questi, 50 hanno sforato i tempi di oltre 60 minuti, 30 hanno doppiato la boa delle due ore extra perse, si è arrivati a picchi di 5 ore abbondanti. E tutto è cominciato prima che neve e ghiaccio flagellassero la penisola, due giorni dopo l'inagurazione in pompa magna e in perfetto orario della linea Torino-Milano.
Trenitalia si difende come può, allungando il periodo di rodaggio e spalmando le statistiche su un lasso di tempo maggiore, ma la sostanza non cambia. I dati diffusi ieri dicono così:

Solo il 25 per cento dei treni fast in corsa dal 13 dicembre al 5 gennaio - dati resi noti ieri dall'azienda - è arrivato al capolinea con più di 15 minuti di ritardo. Altre centinaia di Frecciarossa non hanno centrato l'obiettivo puntualità per meno di un quarto d'ora, anche su tratte relativamente brevi. Ma secondo Trenitalia i ritardi dei treni sotto 15 minuti non sono considerati tali, "per consuetudine europea".
Come? Consuetudine europea? Siamo alla follia, al delirio allo stato puro, rassegnati ad un destino inesorabile. Neanche i tanto decantati Frecciarossa, che sembravano dei treni destinati a prendere il volo, riescono a compiere miracoli.

Il giornalista Claudio Gatti ha messo la testa nella galassia delle Ferrovie dello Stato, dipingendo un quadro che definire desolante è poco. Un ex dirigente Fs ammette che
Fino al 1999, quando i dati della puntualità erano inseriti manualmente, era tutto taroccato. Adesso non è più così. Ma in assenza di controlli esterni, lo spazio per l'abuso permane. Nel 2008 ben 1.754 Eurostar sono arrivati in ritardo ma registrati come puntuali.

Così come all'interno delle Ferrovie tutti hanno potuto guadagnare: manager, sindacalisti, intermediari, politici. Mi viene in mente, per esempio la buonuscita di Giancarlo Cimoli, che ammontava a 6,7 milioni di euro, nonostante gli obiettivi prefissati all'inizio del mandato non fossero stati assolti; oppure quella di Elio Catania, più fortunato, che raggiungeva i 10 milioni di euro. Non c'è che dire: un premio gradito e immeritato che abbiamo pagato noi, che abbiamo già sopportato i disservizi dell'azienda alla quale abbiamo versato i soldi del biglietto.

Sempre la solita storia italiana: i furbi, pochi, che guadagnano da una parte e i malcapitati, tanti, che pagano.



sabato 2 gennaio 2010

L'AIRONE HA SMESSO DI VOLARE


Il grande corridore, lontano dalle corse, appariva simile a un airone: splendido in volo ma sgraziato e a disagio una volta costretto a toccare terra.

Così parla di Coppi Giancarlo Governi nel libro Il grande Airone. Il romanzo di Fausto Coppi (e di Gino Bartali), come di una persona che era una cosa sola con la sua bicicletta. E proprio lui, il 2 gennaio di cinquant'anni fa ha smesso di sbattere le ali e librarsi nell'aria per toccare per sempre terra: a soli 40 anni, di cui quasi metà dedicati al ciclismo, Coppi se ne va e lascia un vuoto che non è stato colmato da nessun altro ciclista; nessun altro ha raggiunto i suoi memorabili risultati, nessuno ha creato la sua leggenda, nessuno ha dominato le due ruote come l'Airone di Castellania.


Oggi, 2 gennaio 2010, abbiamo salutato il mitico Fausto Coppi, ritornando in quella piccola e tranquilla Castellania, tra le colline tortonesi stamani imbiancate dalla brina, in un contesto paesaggistico stupendo, considerando il sole alto nel cielo terso e un'aria fresca che accarezzava il viso.
Per arrivare al paese, ci si stacca dalla statale per Tortona a livello di Villavernia per imboccare una strada che sale con pendenza variabile. Pochi chilometri dopo, a Carezzano, parcheggio la macchina, dato che si poteva proseguire solo a piedi o con le navette, al cui scopo sono stati adibiti vari scuolabus. Decido di camminare: le abbuffate delle feste sono una buona scusa per passeggiare così da ammirare lo splendido panorama che si domina dalla strada, respirare l'aria fresca baciato dal sole caldo di una mattina fresca di gennaio, annusare l'odore di fango che si alza dai campi in alcuni punti, ripensare che quella è la stessa strada che ha percorso tante volte Coppi, farmi tornare in mente quando anch'io, per allenarmi, la percorrevo e non saltavo mai la visita alla tomba.


Lungo la strada, tante sono le macchine posteggiate e diverse le provenienze: da Asti a Pavia, da Cuneo a Bergamo, da Parma a Milano, oltre che dalla nostra provincia alessandrina. Camminando incontro un signore anziano, della zona di Biella, con cui ci facciamo compagnia fino a Castellania: 77 anni portati egregiamente, con una passione per la bicicletta, che non lascia mai, "tanto per mantenersi in movimento", mi dice.

Dopo una mezz'oretta circa, arrivo a scorgere il cartello "Castellania": sono arrivato! Un po' accaldato, un po' sudato, un po' assetato, mi dirigo verso il piazzale in cui si tiene la commemorazione dell'Airone. Solo 80 posti a sedere nella piccola chiesa, per i più fortunati; gli altri assistono alla messa di suffragio attraverso uno schermo all'esterno.

Il piazzale è gremito di gente: bambini, genitori, anziani, autorità locali, forze dell'ordine, alcuni "ciclisti d'epoca" in rigorosa uniforme d'ordinanza, due stand presso i quali acquistare libri, calendari, fotografie e souvenirs su Coppi. Certo, all'interno della chiesetta, si sta celebrando la messa in ricordo del compianto campione, ma l'atmosfera che si respira fuori è di gioia, di allegria e di festa: siamo tutti qui per ricordare felicemente quel terribile ciclista che ha vinto di tutto e di più e che è diventato un mito non solo per la sua terra, ma per l'Italia intera. E rivedendo i ciclisti più anziani con le divise dell'epoca, come non pensare, facendoci passare innanzi nella mente le mille immagini di Coppi viste e riviste in tv, che, con una diagnosi esatta e una cura semplice e immediata, oggi potevamo festeggiare un campione novantenne?

Facendomi strada tra la folla, risalgo i pochi scalini che conducono alla chiesetta e mi porto dietro la stessa, dove si trova la tomba dei due fratelli Coppi, Serse (morto prematuramente per un incidente stradale durante il giro del Piemonte del 1951) e Fausto. Sulla destra, in una cappelletta, sono conservati numerosi cimeli, non solo del Campionissimo (maglie rosa, gialla, di campione italiano e di campione del mondo), ma anche di molti altri atleti che hanno voluto mostrare la devozione verso un ciclista che è stato e sarà un esempio per chiunque decide di salire in sella, consegnando una loro maglia: da Bugno alla Luperini, da Freire a Riccò, passando per Moser e Baldini fino a Pantani, la cui maglia gialla ricorda la splendida annata del '98, quando centra la vittoria al Giro d'Italia e al Tour de France. Girare nella cappelletta, immerso tra mille trofei, fa rivivere una sensazione difficilmente descrivibile: fa sentire piccoli piccoli al cospetto di tanti campioni che con una bicicletta hanno scalato il mondo e vinto.
Giunta quasi l'una, riprendo la strada per la quale sono venuto, ritorno ad ammirare il panorama sotto un sole particolarmente caldo e ripenso alla mattinata trascorsa con Fausto Coppi, con l'Airone che cinquant'anni fa ha smesso di volare per riposarsi, nonostante avesse ancora tanto da insegnarci. Come spesso capita, i migliori se ne vanno anzitempo, ma per tutti gli appassionati lui è ancora tra noi.


Infine, vi regalo un piccolo video di pochi minuti per restituirvi, tramite alcuni scatti fotografici, l'atmosfera presente durante la commemorazione e le immagini dei cimeli nella cappelletta.



giovedì 31 dicembre 2009

L'ITALIA DE NOANTRI

L'Italia de noantri.
Come siamo diventati tutti meridionali


Aldo Cazzullo

Mondadori

€ 18

Non avevo dubbi prima di cominciare a leggerlo, non mi sono sorpreso mentre lo leggevo, non escludo di rileggerlo a breve: il libro è veramente interessante, si fa leggere ad una velocità impressionante e d'altronde non poteva essere diversamente. Aldo Cazzullo, inviato del Corriere della Sera dal 2003 e per quindici anni alla Stampa, è sicuramente una delle penne più raffinate del panorama giornalistico italiano, uno di quelli che sa avvicinare il fatto che racconta o la persona che sta intervistando in una maniera unica, spostando il lettore a diretto contatto col fatto o l'intervistato e restituendo a chi legge tutto il contenuto emotivo del fatto.
E così, con la sua dote di ottimo inviato, attraverso meravigliosi affreschi di vita vissuta, ci descrive un'Italia che, nonostante la frammentazione, è invece più uguale di quanto si pensi, "unificata dall'egemonia di Roma e del Sud". Il noantri romano "non è solo il modo provinciale e compiaciuto di ricondurre il mondo a noi stessi, alla nostra dimensione, al nostro cortile", ma è piuttosto - secondo Cazzullo - "una logica di vita", che si è estesa in tutti gli ambiti della vita quotidiana: dallo spettacolo alla politica, dagli affari alla mondanità. E noantri non è un concetto solo romano, dal momento che "l'Italia diventa sempre più romanocentrica, e quindi un po' più romana", come dimostrato dal fatto che per due volte colui che ha sfidato Berlusconi era un ex sindaco di Roma, che l'Alitalia ha puntato su Fiumicino e non su Malpensa, che il nuovo capo di Assolombarda è un romano e così via con molti altri esempi. Noantri è la parola-chiave non solo a Roma; declinata in vari modi, esprime lo stesso concetto da Bolzano a Palermo, da Aosta ad Otranto: noialtri è la famiglia, il quartiere, il paese, il partito, la corporazione, il mandamento mafioso. E' l'espressione alternativa della società a coriandoli teorizzata da De Rita, preceduto da illustri antenati come Alberti o Guicciardini. Tuttavia, per Cazzullo, le differenze oggi sono meno evidenti di quanto possono apparire ovvero sono diverse rispetto al passato; "non esiste l'Italia del bene comune e quella del particulare. Non c'è il paese delle virtù civili e quello degli interessi privati. Esiste una sola Italia: l'Italia de noantri." Gli Italiani sono diversi, ma in fondo sono uguali: i gesti, i modi di fare, i modi di dire sono comuni ai piemontesi come ai lucani. Si è assistito ad una meridionalizzazione del paese (come si intitola uno dei capitoli più intensi del libro) e questo è sotto gli occhi di tutti: Cazzullo si fa alcune domande banali, la cui risposta è sottintesa. Per esempio: al Nord si evade il fisco meno che al Sud? Al Nord non si suona il clacson per strada? Al Nord si considerano le forze dell'ordine con maggior simpatia che al Sud? Al Nord non si paga il pizzo? Al Nord non si lavora in nero? La risposta è ovvia: certo al Nord succede pressappoco ciò che succede al Sud, non c'è dubbio; forse i modi di reagire sono lievemente diversi, ma il risultato di fondo è che molte condotte si ritrovano in tutta Italia in maniera pressochè simile.

Con una copertina accattivante (un cartone di pizza con un Pulcinella al cellulare), il libro appare molto gradevole e non mancherete di apprezzare la descrizione di posti o persone o tradizioni. Così, ci si può facilmente innamorare delle Langhe, dipinte in maniera magistrale, andando a sovrapporre ricordi d'infanzia, racconti di vita vissuta e fatti d'oggigiorno. Oppure ci si immerge in maniera repentina nel traffico della Nomentana alle 8 del mattino, in cui il caos e il rumore assordante di auto, motorini, sirene, voci si sovrappongono e lasciano il lettore stravolto per qualche secondo.
Non volendo rubarvi altre sorprese, vi consiglio caldamente la lettura del libro: con gli occhi dell'inviato, abituato a scandagliare il luogo, Cazzullo dà al lettore un'immagine del Paese così come esso appare, senza aggiustamenti. Non si tratta di un'analisi sociologica, è piuttosto il resoconto di un viaggio nel nostro Belpaese scritto in una forma amabile e godibilissima, che ci porta a riflettere, a prendere coscienza dei cambiamenti del Paese che spesso viviamo senza accorgerci. E' questo che in fondo vuole stimolare l'autore, a riflettere sull'Italia scovando motivi di speranza "pure dall'Italia de noantri": la speranza che viene dai preti sociali, dai medici, dai ricercatori, da nuovi Italiani, dagli imprenditori che lottano contro la crisi, dalle donne che superano gli uomini ai posti di comando. Perchè "l'Italia è quella che è; la vorremmo profondamente diversa, più dinamica, più giusta, più seria; ma è l'unica Italia che abbiamo, e non potremo mai averne un'altra. Al massimo, potremo renderla migliore, un pezzetto alla volta."