venerdì 10 giugno 2011

REFERENDUM: IO LA PENSO COSI'



Parto dal presupposto che andare a votare è un dovere: è un dovere perché permette di esprimere chiaramente la propria opinione e di rispondere in maniera diretta a quanto ci viene chiesto. Ecco perché domenica mi recherò a votare; su come voterò, invece, vi aggiorno ora. Mi recherò alle urne anche perché sono rimasto impressionato da quanto affermato dal professor Cuocolo, docente di Diritto costituzionale presso l’Università Bocconi di Milano sul sito Il Ricostituente. "L’ultima volta che si raggiunse il quorum fu nel 1995. Da allora abbiamo collezionato ben ventiquattro quesiti referendari sotto-quorum. Il perché risiede, da un lato, nell’eccessivo ricorso allo strumento referendario, anche su temi estremamente tecnici e di scarso impatto sociale. Dall’altro lato, sui quesiti più sentiti (si pensi ai recenti referendum sulla procreazione assistita o a quelli sulla legge elettorale), le forze politiche hanno utilizzato l’arma propagandistica del non-voto, determinando il fallimento anche di consultazioni di tutto rilievo." L’arma del non-voto, per l’appunto, è proprio quella che condanno: è necessario parlare a voce alta quando si viene interpellati, esprimere la propria opinione, decidere e non rimanere in silenzio, che talora può comunque risultare rumoroso.



Il primo quesito su cui siamo chiamati ad esprimerci riguarda i servizi pubblici locali come l’acqua, la gestione dei rifiuti e il trasporto pubblico. La norma stabilisce che, ferma restando la proprietà pubblica degli impianti, la gestione dei servizi sopraindicati deve essere affidata o ad imprese private scelte mediante gara oppure a società controllate dall’ente pubblico, ma nelle quali un soggetto privato detenga almeno il 40% del capitale. Andrea Boitani e Antonio Massarutto descrivono così l’eventuale coinvolgimento del privato. "Il 'condominio cittadino' ha bisogno di un idraulico per far funzionare il sistema di servizio, e deve decidere se assumerne direttamente uno alle sue dipendenze (affidamento in house) oppure affidare il compito a un professionista esterno. La legge non richiede che il professionista esterno sia un privato, ma richiede che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. L’idraulico, chiunque esso sia (azienda pubblica o azienda privata), non è e non sarà mai il 'padrone dell’acqua': l’acqua appartiene ai cittadini, le infrastrutture appartengono ai cittadini, le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico, le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico. L’idraulico ha solo il compito di recapitarci l’acqua a casa, con le caratteristiche qualitative richieste affinché la possiamo usare e poi riprenderla per restituirla all’ambiente. Però, l’idraulico costa: il vincolo per il comune, qualunque modello scelga, è che le tariffe pagate dai cittadini coprano questi costi."
Innanzitutto, è bene sfatare il mito che i referendari hanno voluto propagandare in questi mesi. Sui manifesti, si legge di votare sì "perché l’acqua è di tutti e non può essere privatizzata", il che è un grandissimo falso. Infatti - è quantomai importante sottolinearlo - la proprietà della risorsa idrica non è per nulla in discussione: "la legge non mette in discussione neppure la natura pubblica del servizio, l’universalità dell’accesso, il diritto soggettivo dei cittadini a riceverlo a condizioni accessibili: la responsabilità della fornitura continua a essere pubblica e sono i piani di gestione approvati da soggetti pubblici a decidere quali servizi offrire, quanti investimenti fare, quali obiettivi di miglioramento perseguire." L’eventuale coinvolgimento del privato, tanto demonizzato dai referendari, è così descrivibile: il pubblico, per far funzionare il sistema di servizio, può decidere se affidarsi ad un ente alle sue dipendenze - il cosiddetto affidamento in house - oppure ad un professionista esterno. La cosa importante da ricordare è che la legge non richiede che il professionista esterno sia un privato, ma semplicemente che la scelta venga effettuata tramite una gara pubblica. Chiunque subentra non sarà mai il "padrone dell’acqua", che appartiene ai cittadini, così come le infrastrutture, mentre "le modalità di accesso alle infrastrutture per approvvigionarsi del bene essenziale sono decise dal soggetto pubblico" e "le tariffe sono approvate dal soggetto pubblico".
All’obiezione secondo la quale con i privati il prezzo dell’acqua salirebbe, rispondo citando ancora Andrea Boitani e Antonio Massarutto de lavoce.info. "Ma il prezzo dell’acqua sale non perché la gestione sia privata, ma semmai perché è stata, per così dire, 'defiscalizzata' a partire dal 1994, quando venne approvata la Legge Galli (legge 36/1994, forse la legge ad attuazione più ritardata della storia nazionale). In passato, e in parte ancora oggi, è stata la finanza pubblica a farsi carico (poco) degli investimenti, mentre la tariffa a stento copriva i costi operativi. Se il contributo della fiscalità generale viene meno, il gestore (chiunque esso sia, pubblico o privato) deve ottenere le risorse finanziarie dal mercato, o sotto forma di prestiti (capitale di terzi) o di equity (capitale proprio). Le regole tariffarie sono uguali per tutti e prevedono che la tariffa copra i costi di gestione, gli ammortamenti e il costo del capitale investito: questo vale sia per le gestioni pubbliche che per quelle dove c’è una qualsiasi forma di coinvolgimento privato."
L’altra obiezione avanzata dai referendari è che, con l’ingresso dei privati, la qualità dell’acqua calerebbe, ignorando che la qualità dell’oro blu è decisa dal regolatore pubblico. Anzi, ritengo che l’ingresso dei privati potrà migliorare la qualità anche tenendo conto del maggiore antagonismo tra regolatore e regolato. Perché - come è facile immaginare - con le gestioni pubbliche, "il regolatore pubblico chiude più facilmente un occhio e anche l’opinione pubblica è spesso disposta a tollerare dal pubblico disfunzioni che mai tollererebbe da un privato. Basti citare la vicenda dell’arsenico: le gestioni coinvolte si dividono esattamente a metà tra pubbliche e private, ma quando capita ad Acea la si sbatte in prima pagina, quando invece capita alla gestione pubblica di Viterbo stranamente non ne parla nessuno." Inoltre, dobbiamo considerare che le tariffe sono congegnate in modo da premiare chi fa investimenti: il privato, se vuole guadagnare, deve investire. "E infatti, i dati dimostrano che le gestioni privatizzate investono di più di quelle pubbliche, che invece sono più vincolate dall’obiettivo politico di tenere basse le tariffe."

Il secondo quesito referendario chiede di cancellare la "remunerazione del capitale investito" dalle voci di costo costituenti la bolletta, principio sancito dalla legge Galli del 1994 e confermato dalle modificazioni successive, l’ultima delle quali, il decreto legislativo 3 aprile 2006 n. 152 (Norme in materia ambientale), è quella su cui incide il referendum.
Questo vuol dire che, poiché i capitali costano, gli investimenti nell’intero ciclo dell’acqua - dalla captazione alla depurazione - sarebbero coperti solo in parte dalla tariffa e per la restante parte dalle finanze pubbliche locali attraverso le tasse o il debito pubblico. Tanto per renderci conto, secondo Federutility, è necessario investire almeno 64 miliardi di euro per raggiungere gli standard europei, tappare le falle - mediamente un terzo del patrimonio idrico nazionale ovvero 2,6 miliardi di metri cubi di acqua all’anno pari a 226 milioni di euro vengono sprecati - e dotare di depuratori le zone in cui mancano o sostituire quelli obsoleti. E’ a tutti evidente che, se la tariffa servisse solo per coprire i costi di gestione del servizio e non la remunerazione del capitale investito, quale operatore privato investirà su questo servizio? Potrà farlo soltanto un ente pubblico. "Poiché oggi né lo Stato né le Regioni né i Comuni dispongono dei capitali necessari per la manutenzione straordinaria di cui la nostra rete idrica ha urgente necessità, essi dovranno prendere il denaro a prestito nel mercato finanziario, accollandosi i relativi interessi", ci ricorda Pietro Ichino sul suo blog. I referendari, nei loro manifesti, chiedono di votare sì "perché sull’acqua non si possono fare profitti". Vale la pena ricordare che "attualmente il 'metodo normalizzato' per il calcolo della tariffa idrica prevede che il costo del capitale da imputare alla tariffa sia calcolato in modo forfettario al 7 per cento del valore del capitale investito", che “non è 'profitto', ma ingloba in sé gli interessi passivi sui finanziamenti che l’azienda riceve dal mercato, e copre in parte il rischio di impresa. Viene riconosciuto a tutte le gestioni e non solo a quelle private." La cosa importante e certamente da evitare, per la quale non serviva certamente un referendum, è che la tariffa contenga "extraprofitti", ossia remunerazioni eccessive rispetto al costo-opportunità del capitale e al premio per il rischio.
Boitani e Massarutto, infine, cercano di capire se l’acqua diventerà un bene di lusso e fanno le seguenti considerazioni. "Oggi spendiamo circa 90 euro/anno pro capite e a regime potrebbero diventare il 20 per cento in più, con l’attuazione dei piani di gestione esistenti. Volendo proiettare a lungo termine le tariffe davvero necessarie per un equilibrio di lungo periodo si potrebbe arrivare a 140-150 euro pro-capite. (...) Il tema dell’incidenza tariffaria non va certamente banalizzato, ma può essere affrontato in modo adeguato, costruendo strutture tariffarie diverse da quella attuale. Un conto è dire che i ricavi da tariffa (complessiva) devono coprire i costi totali, un altro conto è discutere di come costruirla. Ad esempio, si potrebbero introdurre quote fisse significative parametrate ai valori catastali in modo da ridurre l’incidenza sulle fasce sociali più deboli. Si può anche pensare a forme integrative di intervento della finanza pubblica, finalizzate a garantire che l’accesso al mercato dei capitali avvenga a condizioni più vantaggiose, e quindi con un minore impatto sulla tariffa."

Il terzo quesito, quello riguardante il nucleare, è sicuramente quello che più di tutti attira l’attenzione e che, pertanto, si presta alla maggior propaganda. La storia è ormai nota a tutti, ma è utile ripeterla: in attesa del referendum, anche a causa di quanto successo in Giappone, il governo si affrettava a bloccare qualsiasi progetto riguardante l’energia nucleare eliminando, col decreto omnibus, le stesse disposizioni che sarebbero dovute essere oggetto di referendum: in parole povere, il referendum non aveva più oggetto, dato che la nuova legge ha fatto ciò che chiedeva il comitato referendario. La Corte di Cassazione, anziché - com’era lecito aspettarsi - certificare che il decreto omnibus chiudeva ogni partita senza dover ricorrere al referendum, ha trasferito l’oggetto dalle disposizioni abrogate all’articolo stesso che le ha abrogate, l’articolo 5 del suddetto decreto. La Corte costituzionale, chiamata ad esprimersi, ha ammesso il quesito referendario sul nucleare, nella formulazione introdotta dalla Corte di cassazione, ritenendo che la nuova formulazione del quesito non travalicasse i limiti costituzionali. "Nell’argomentare il dispositivo, la Corte riprende le valutazioni della Cassazione ritenendo che le disposizioni oggetto del nuovo quesito siano unite da una 'medesima finalità: quella di essere strumentali a consentire, sia pure all’esito di 'ulteriori evidenze scientifiche' sui profili relativi alla sicurezza nucleare e tenendo conto dello sviluppo tecnologico in tale settore, di adottare una strategia energetica nazionale che non escluda espressamente l’utilizzazione di energia nucleare'. In sostanza, ritiene che la norma abrogativa delle disposizioni oggetto del precedente quesito nasconda il proposito di introdurre una politica energetica nucleare." I commi dal 2 al 7 dell’articolo 5 del decreto omnibus hanno ricondotto la legislazione italiana sul nucleare al punto di partenza, ottenendo il medesimo effetto abrogativo che avrebbe avuto il referendario. Resta il comma 1 dell’articolo 5, che non è nulla di più di una dichiarazione d’intenti: l’abrogazione delle norme sul nucleare è dipesa dalla volontà di "acquisire ulteriori evidenze scientifiche", una disposizione senza alcun valore giuridico, dato che l’intenzione potrebbe essere confermata o variata anche domattina dal Parlamento. Le principali conseguenze di aver trasferito il quesito al comma 8 dell’articolo 5 del decreto omnibus sono due: la prima è che l’oggetto del referendum è cambiato, passando dalla questione nucleare alla più generale questione energetica; la seconda è che, in caso di vittoria dei sì, il Governo non sarà autorizzato ad adottare la Strategia energetica nazionale con i seguenti effetti "che il governo non potrà varare il piano per la diversificazione delle fonti di energia, comprese quelle 'pulite', e non potrà nemmeno escludere il nucleare, dal momento che la Strategia sarebbe stata proprio la sede per farlo".
"Alla luce della pronuncia della Consulta, possiamo intanto osservare che il referendum pare essersi trasformato da abrogativo a consultivo" osserva Serena Sileoni su chicago-blog.it o come lo ha chiamato il prof. Cuocolo in un "plebiscito consultivo". La Sileoni continua ricordando un altro risultato giuridico: "come acutamente evidenzia il professor Guzzetta, eliminando la disposizione per cui 'non' si procede al momento alla definizione e attuazione del programma di produzione di energia nucleare, in realtà si potrà desumere che il governo sia autorizzato a procedere subito!" Infine, pare di capire che l’eliminazione del quesito sul nucleare avrebbe "anche evitato il rompicapo futuro su come conciliare effetti politici ed effetti giuridici di un voto che non si capisce più su cosa insista".
Vi propongo e sottoscrivo alcune domande che Pietro Ichino si è posto sul suo blog e che sono utili per inquadrare gli aspetti decisivi della questione nucleare.

1. Votare contro le centrali atomiche, come abbiamo fatto nel referendum del 1987 a seguito del disastro di Chernobil, per poi acquistare a caro prezzo un quarto dell’energia elettrica che ci è indispensabile dalla Francia e dalla Svizzera, le quali la producono con centrali atomiche situate anche a pochi chilometri dal confine con l’Italia, è cosa poco sensata sul piano economico e - mi sembra – poco onesta sul piano politico. A meno che noi riconosciamo di essere meno capaci dei francesi e degli svizzeri in questo campo: ma allora occorre esplicitarlo.

2. Se col nostro “sì” al referendum non intendiamo dire questo, sarà bene che chiariamo come altrimenti intendiamo procurarci l’energia di cui abbiamo bisogno. Sui giornali è molto diffusa la tesi secondo cui quel 25 per cento di energia possiamo produrlo sfruttando il sole e il vento (le fonti rinnovabili). Senonché nella fascia oraria tra il tardo pomeriggio e le prime ore della sera, nella quale si verifica il picco del consumo di elettricità, il sole non c’è e capita che il vento non soffi. E non esistono accumulatori che ci consentano di accantonare energia fotovoltaica o eolica a mezzogiorno per consumarla la sera. Dunque, se rinunciamo all’energia nucleare francese e svizzera, ma nel contempo diciamo che non intendiamo acquistare all’estero e bruciare in casa nostra una maggiore quantità di combustibile fossile (petrolio,carbone o gas), come intendiamo provvedere al fabbisogno?

3. È vero che esiste la possibilità di accumulare energia solare termodinamica. Ma è realistico programmare la produzione e accumulazione secondo questa tecnologia nella misura sufficiente per coprire i picchi di fabbisogno? E qualcuno ha calcolato quanti chilometri quadrati occupano gli impianti necessari per produrre secondo questa tecnologia la stessa quantità di energia che può essere prodotta da una centrale nucleare?

4. È pure diffusa la tesi secondo cui potremmo risolvere il problema modificando le nostre abitudini di consumo energetico. Ma è vero o no che anche una modifica drastica delle nostre abitudini non potrebbe produrre più che una riduzione marginale?

5. Viceversa, se vogliamo tornare a crescere sul piano economico, quindi aumentare le nostre attività produttive, occorrerà programmare una corrispondente maggiore disponibilità di energia elettrica. Come intendiamo conciliare la crescita economica indispensabile al Paese con una riduzione dei consumi elettrici?

6. È vero che anche Germania e Svizzera dopo Fukushima hanno deciso una moratoria nucleare. Ma è anche vero che nessuno dei due Paesi ha chiarito come intende sostituire l’energia prodotta con le centrali nucleari. Non sarà forse che in entrambi i casi si è trattato di un atto politico compiuto per far fronte all’onda dell’emozione per il disastro giapponese, con la riserva mentale di non considerare questa decisione definitiva e irreversibile?

7. La vera grande obiezione contro il nucleare è che produrlo in modo totalmente sicuro, e stoccare in modo altrettanto sicuro le scorie, costa troppo. Ma se rinunciare al nucleare significa inevitabilmente, per la maggior parte, bruciare più petrolio, più carbone e/o più gas, dobbiamo fare il conto del danno all’ambiente, alla salute e sicurezza delle persone e alla pace nel mondo prodotto dall’uso dei combustibili fossili, dall’anidride carbonica e dalle polveri fini diffuse nell’atmosfera. È un danno che colpisce meno l’opinione pubblica, ma si misura in milioni di malati e di morti (in particolare, non sento menzionare, in questi giorni di campagna referendaria, le migliaia di morti nelle miniere di carbone), nonché in danni ambientali complessivamente molto più gravi a quelli prodotti dagli incidenti alle centrali nucleari si pensi anche soltanto ai disastri causati dalle catastrofi petrolifere nei nostri mari e oceani.

8. Da molti decenni l’Italia è circondata, come lo è tuttora, da molte decine di centrali atomiche che funzionano a pieno regime, a pochi chilometri dai suoi confini, con un impatto ambientale incomparabilmente inferiore rispetto a quello che sarebbe stato causato dai combustibili fossili necessari per produrre la stessa quantità di energia elettrica. Qualcuno ha calcolato i costi in termini di vite umane, di salute e di inquinamento che il nostro Paese avrebbe sofferto se in questi decenni si fossero, invece, trasportati e bruciati intorno a noi miliardi di tonnellate in più di carbone e di barili di petrolio?

9. La Micronesia ha citato in giudizio con intendimento simbolico, ma fortemente significativo, il Governo ceco per l’aumento del livello delle acque oceaniche prodotto in prospettiva dalla centrale a carbone Prunerov-2, la più grande d’Europa, con le sue enormi emissioni di CO2. Soltanto una delle tante. Ne vogliamo davvero aggiungere qualche decina? Se non lo vogliamo, non è forse più realistico, più economico e meno pericoloso, per l’umanità e per il nostro pianeta, affrontare il costo - per quanto elevato – delle misure di assoluta sicurezza nella produzione con centrali atomiche, che la migliore tecnologia oggi ci offre?


Il quarto quesito riguarda l’abrogazione della legge sul legittimo impedimento. Su ciò c’è ben poco da dire; l’abrogazione della parte residua della legge, sulla quale è già intervenuta la Corte costituzionale, ha un enorme significato politico: vuole manifestare il rifiuto, da parte del popolo italiano, dell’ennesima legge ad personam, ideata con l’unico obiettivo primario di risolvere un problema personale del premier. Sicuramente la nostra giustizia ha bisogno di riforme, specie sul piano organizzativo; del tutto inutili, invece, leggi confezionate per risolvere i problemi di una persona e possibili danni su altri processi.
Il viene rafforzato dalla notizia odierna in base alla quale, se nel referendum il quesito sulla giustizia fosse abrogato, verrà approvata subito al Senato, senza modifiche, la prescrizione breve per gli incensurati, che gli esperti di giustizia del premier chiamano "il risarcimento". Si parla di quindicimila processi all'aria, in base alla stima del Csm e dell'Anm, dati che il Guardasigilli Alfano ha ridimensionato. La cosa che più fa scalpore e che mostra l’assenza di pudore è la linea che il premier vuole portare avanti, quella "linea dell'ultimo favore, dell'ultima volta, dell'ultima legge per se stesso. Per la quale chiedere anche a Napolitano una sorta di lasciapassare del tutto speciale."

In conclusione, pur pensando di aiutare le opinioni a me avverse, mi recherò a votare per tutti e quattro i quesiti, votando rispettivamente tre NO e un SI'. Tutte le info sul testo completo dei quesiti e sulle modalità di voto le trovate cliccando qui.

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