giovedì 7 ottobre 2010

OCCHIO AI PARTICOLARI

E' andata in onda lunedì 4 e martedì 5 ottobre, su Raiuno, la fiction La leggenda del bandito e del campione, scritta da Andrea Purgatori e Debora Alessi e diretta da Lodovico Gasperini, liberamente tratta dal libro di Marco Ventura, recentemente recensito su questo blog.
A dire la verità, nonostante l'attesa, sono rimasto piuttosto deluso da ciò che ho visto: ho seguito per intero la prima puntata, cercando di riannodare i fili del racconto, e con molte difficoltà ho provato a seguire la seconda. E non ho potuto non notare alcuni particolari che stonavano con il racconto di una storia degli anni Venti. Trovandomi d'accordo con quanto ha sostenuto anche Aldo Grasso, che certamente s'intende più di me di televisione, il particolare in una fiction che racconta fatti storici è fondamentale, è la base da cui partire per dare realismo e credibilità a quanto si sta raccontando. Una di quelle che balzano subito agli occhi riguarda le strade: l'asfalto quando si allenava Girardengo era ancora lungi dal ricoprire le strade, che al contrario erano polverose o fangose, a seconda dalle condizioni atmosferiche; altro particolare, come ricorda Aldo Grasso, sono le locomotive sbuffanti ma neanche l'ombra di una traversina.
In conclusione, non mi è piaciuta la fiction nel complesso: l'ho trovata un po' troppo lontana dalla storia raccontata da Ventura, il che è certamente lecito per una fiction ma avrei preferito il racconto di una storia più simile al vero. Nel libro non ho rintracciato, come invece è apparso nella fiction, un rapporto così stretto tra Gira e Pollastri, il primo uomo integro, onesto e molto concentrato sul ciclismo, il secondo, una volta datosi alla macchia, dedito a scappare per sfuggire alla cattura. Pure la scarsa aderenza ai particolari, che ritengo molto importanti, è mancata, rendendo così povero il racconto di una vecchia storia.
Il problema è che quando si mettono in scena fatti storici bisogna ricordarsi di indossare gli occhiali di quegli anni e dismettere quelli dei giorni nostri: è necessario tuffarsi indietro nel tempo per rendere al meglio l'atmosfera e le circostanze del tempo passato.


giovedì 30 settembre 2010

IL FEDERALISMO FISCALE


Il federalismo fiscale

Gianluigi Bizioli


Rubbettino

€ 9

Quante volte abbiamo sentito nominare il federalismo fiscale? E quante volte ci siamo chiesti cosa voglia dire? O magari abbiamo capito il senso generale dell'espressione, tenendo fede a quanto il politico di turno ci dice a tal proposito. In realtà, non conosciamo il senso vero dell'espressione, non ne conosciamo l'essenza, né l'effettivo funzionamento. Ecco che allora Il federalismo fiscale, di Gianluigi Bizioli, può fare al caso nostro: un libro agile, scritto in maniera chiara, che in meno di cento pagine riesce a condensare i concetti fondamentali che stanno alla base del federalismo fiscale.


martedì 28 settembre 2010

E SE LA CASA NON CE L'HAI?

Pubblico qui sotto l'articolo scritto per UAU di settembre, in cui racconto le peripezie degli studenti che cercano casa... e non sempre la trovano.

Chi ha una casa ha un tesoro, verrebbe da dire, a giudicare dal dato largamente noto, secondo cui i due terzi degli italiani ne possiede una di proprietà: l'italiano medio, nel momento in cui ha del denaro da investire, non ha esitazioni e lo fa fruttare nel mattone, mettendolo al sicuro nell'acquisto di un immobile. Accanto a questo genere di italiano, non possiamo dimenticarci di coloro che annualmente cercano un tetto per motivi di studio e sono tanti. Come dimenticarsi poi della marea di studenti che ogni anno arrivano a Pavia, cittadina universitaria per antonomasia, e si trovano disorientati alla ricerca di una camera dove poter dormire, provenendo spesso da lontano? La sensazione di spaesamento può essere fotografata alla perfezione con il colpo d'occhio che in settembre si ha dinanzi alla bacheca per gli annunci all'ingresso dell'università: assiepati in piccoli gruppi, i ragazzi sollevano fogli e prendono appunti riguardo possibili soluzioni d'alloggio, prestando attenzione alle richieste dei locatari, non solo in termini di prezzi, ma anche di composizione degli inquilini; nel mentre, ragionano sulle possibili soluzioni di sistemazione e tengono dinanzi una cartina di Pavia spiegazzata per capire se la nuova abitazione potrà essere funzionale o meno. Poi arriva il momento di contattare i proprietari delle case per visionarle e qui viene il bello: si possono trascorrere dei pomeriggi veramente avventurosi, passando dalla visita di seminterrati in cui la luce arriva solo da piccole finestre come in un carcere, a quella di appartamenti un po' scalcinati, ma comunque accettabili, fino a case che somigliano a piccole regge e che ci si meraviglia vengano concesse a studenti; la cosa più curiosa e che più fa discutere sono spesso i prezzi in relazione al tipo di casa, considerati in alcuni casi molto vantaggiosi, in altri spropositati e del tutto ingiustificati. A questo punto, la decisione dovrà essere vagliata in presenza degli altri coinquilini, se si decide di stare in gruppo, o in compagnia dei propri genitori, se si sceglie il monolocale, per poi poter comunicare la scelta. Dopo la (più o meno) difficile decisione, viene la fase in cui si deve stipulare il contratto, talora con non pochi problemi: è capitato a tutti di ricevere l'offerta di pagare un canone d'affitto più basso rispetto al prezzo ufficiale, a patto di non stendere alcun contratto; se la tentazione in un primo tempo è quella di accettare l'invitante proposta, vale sempre la pena di meditare su un gesto simile per evitarsi problemi nel futuro. Terminata la burocrazia, finalmente si entra in casa, ma le pratiche non sono ancora finite: tocca allacciare le utenze di elettricità e gas per evitare di restare al buio e al freddo durante l'inverno o di privarsi di una bella doccia calda nel gelato inverno pavese; si inizia così una “Babele” che sfianca, fa accorgere come funzioni male il settore pubblico in questione e quanto la legge sia foriera di inutili perdite di tempo. E poi, finalmente, comincia una nuova avventura, si devono fare i conti con la vita in solitaria, dove le comodità assicurate da mamma vengono meno o perlomeno sono ridotte al minimo: si ha uno scrollone di una certa intensità, uno schiaffone in pieno volto che ti fa risvegliare e che in fondo, a distanza di anni e col senno di poi, ringrazi di aver preso ché forse ti è servito ad uscire dal guscio e crescere. Ah, com'è difficile e quant'è bella la vita da studente!

venerdì 24 settembre 2010

IL BANDITO E IL CAMPIONE


Il bandito e il campione. La vera storia di Costante Girardengo e Sante Pollastro

Marco Ventura


Il Saggiatore Tascabil
i

€ 10

Immaginate le strade polverose dei primi anni del '900, affollate da poche auto e da molte biciclette e tra queste cercate di scorgere, tra le bici da passeggio - le più comuni -, una "macchina" guidata da un Omin, un campione, anzi un Campionissimo. Potrebbe essere la fotografia fedele di una giornata di inizio '900, quando Costante Girardengo da Novi Ligure si allenava sulle strade di casa per raggiungere i risultati che lo hanno consacrato come uno dei più forti ciclisti di tutti i tempi. Professionista per ventiquattro anni, dal 1912 al 1936, campione d'Italia per nove volte (record ancora imbattuto), vincitore per sei volte della Milano-Sanremo - la sua corsa preferita -, per due volte del giro d'Italia e per tre volte del giro di Lombardia, vincitore del Grand Prix Wolber (antesignano del Campionato del Mondo) nel 1924 dinanzi a llo storico avversario Pélissier e argento nel 1927 al primo Campionato del Mondo, Costante è stato uno sportivo modello, sia per i successi nella vita sportiva sia per l'integrità morale che lo ha sempre contraddistinto. Incrocia sulla sua strada un compaesano diventato pure lui famoso ma per tutt'altri meriti: il bandito Sante Pollastro. Anche lui novese, nativo del Borgo delle Lavandaie, il quartiere vicino alla stazione che ricorda il Bronx per il tasso di criminalità e di povertà, anche lui innamorato della bicicletta: prova l'esperienza delle gare, ma non ha la stoffa e allora decide di usare la bicicletta per compiere ruberie. Inizia con furti in villa e poi affina progressivamente la tecnica fino a quando il 14 luglio 1922 passa al primo fatto di sangue: l'agguato al cassiere Casalegno poco fuori Novi per rubare l'incasso della Banca Agricola di Tortona. Da qui iniziano le peripezie di Pollastro, che si dà alla macchia per sfuggire alla cattura delle forze dell'ordine, girando il Nord Italia e la Francia alla ricerca di un posto sicuro. Nel 1925, al Vélodrome d'Hiver dove Girardengo corre una Sei giorni, avviene l'incontro tra il campione e il bandito, incontro che Pollastro serberà per sempre con grande gelosia: è sempre stato un grande fan del Campionissimo e finalmente ha avuto l'occasione di incontrarlo dal vivo e di parlarci, nonostante il rischio di farsi scoprire dalle forze dell'ordine che sono sempre sulle sue tracce.


lunedì 16 agosto 2010

IL QUAD CHE NON VA OLTRE ROMA

Oggi non sono usciti i quotidiani per la canonica festa di Ferragosto. Eppure mi sono trovato a sfogliare i principali quotidiani sul web e sono incappato in un sensazionale articolo su Corriere.it nel quale si parlava di Renzo Bossi detto il Trota. Sì, proprio il figlio del Senatùr, balzato alle cronache per le dubbie qualità scolastiche che gli sono costate tre flop all'esame di maturità prima di vedere la promozione con 69/100, celebrata come evento eccezionale dal padre nel corso di un comizio a Paderno Dugnano. E l'amore per lo studio non si è esaurito perché Renzo è iscritto a Economia, anche se non dice in quale università: "Se no mi ritrovo quelli di Striscia in facoltà a rompere le scatole". Se è vero che per far politica non ci vuole il diploma, il ragazzo si è impegnato e alla fine è riuscito: non solo si è diplomato, ma ha conquistato anche lo scranno del Consiglio regionale della Lombardia a suon di voti, 12000 preferenze, numeri da far impallidire tecnici del mestiere che bazzicano in politica da una vita. E comunque, se non ci fosse stato papà a propiziare l'elezione, magari avrebbe fatto l'imprenditore. Certo, la stoffa ce l'ha tutta, è stata per pura sfortuna che ha dovuto accontentarsi del corposo stipendio elargito dalla Regione Lombardia, di cui dice di non sapere l'ammontare: "Non so neanche quanto guadagno, non guardo mai il conto in banca". Antonio Castaldo, su Corriere.it, raccoglie gli umori del rampollo del Carroccio, il delfino designato dal padre il quale tuttavia affettuosamente gli ha affibbiato il soprannome di "Trota"; è lo stesso Umberto che, a Ponte di Legno, lo ha incoronato suo erede, sebbene poi dinanzi alle telecamere si sia lasciato andare ad una dichiarazione certamente meno esplicita: "Sono i congressi che designano gli eredi". Renzo Bossi ha fatto sentire la sua presenza in Val Camonica in questi giorni turbando la quiete della montagna con il suo quad, dal momento che "ha ormai preso confidenza col mezzo scorrazzando per mulattiere e sentieri di montagna". La perla che impreziosisce la conversazione è questa: ha dichiarato di non essere mai stato più a sud di Roma, solo perché "non ne ho mai avuto l'occasione". Certo, sappiamo tutti la vita di stenti che conduce e i tanti impegni che riempiono la giornata e pure il weekend; è difficile trovare uno ritaglio di tempo per visitare le meraviglie del Salento oppure incantarsi davanti alla Valle dei Templi o respirare la storia di Pompei, non è per niente facile, come lo capiamo...
Sempre più senza parole, ogni volta che leggo una notizia su Renzo Bossi sorrido sarcasticamente e medito.

venerdì 13 agosto 2010

IO E GIO'


Io e Giò

Franca Isabella Barzizza

La Caravella Editrice

€ 12

Leggere Io e Giò dopo aver letto Qualcosa è cambiato permette di partire già preparati, già abituati alla scrittura sciolta e frizzante di Franca Barzizza. Tuttavia Io e Giò differisce dal secondo lavoro dell'autrice in quanto le protagoniste principali sono le donne, continuamente tormentate da gioie e dolori, sempre alla ricerca di un equilibrio interiore difficile da trovare in quanto condizionato dagli eventi esterni e dall'accidentato rapporto di coppia, che in alcuni momenti è asfittico e troppo pesante. Poi, all'improvviso, alcuni avvenimenti permettono di capire che forse i momenti difficili sono alle spalle e si può tornare a vivere appieno con l'uomo che si ama; oppure ci si mette a pensare al passato, ai propri familiari, descritti con meticolosità e attenzione per i loro tratti caratteristici, ritratti di uomini e donne d'altri tempi, quei tempi in cui la vita era più dura e non ci si poteva tirare indietro dinanzi alle difficoltà. Anzi, da quelle si doveva trarre linfa nuova per andare avanti senza abbattersi, da quelle si ritrovava la concordia persa poco prima, da quelle si ripartiva per crescere. Un capitolo del tutto particolare, dall'indubbio sapore autobiografico - sapore che in realtà è rintracciabile lungo tutto il libro - è quello dedicato a Mio padre: solo a scrivere il nome, dice l'autrice, "mi si spezza il cuore" perché "è stato il punto fermo della mia vita, un sole alto nel cielo, pronto ad indicarmi la strada". Una frase, come se ne trovano altre nel capitolo, in grado di far vibrare l'anima, capace di farci percepire la grandiosità e l'importanza di quest'uomo e l'importanza, lo spessore umano e morale di un padre capace di essere genitore inflessibile quando il ruolo lo richiedeva e "amicone" ogniqualvolta scappava la battuta o lo scherzo.
Nel succedersi delle storie delle protagoniste, Franca inserisce puntualmente flashbacks che impreziosiscono il racconto grazie alla puntualità delle descrizioni, funzionali molto spesso a comprendere i comportamenti dei personaggi stessi, inevitabilmente plasmati da queste figure così autorevoli ed influenti. Una lettura che si divora tutta d'un fiato per la innata abilità dell'autrice di saper coniugare spirito e riflessione in maniera calma, ma al contempo avvincente, con quell'attesa che non permette di staccare per un attimo gli occhi dal racconto. Esso è molto di più di un semplice racconto dei tormenti femminili in quanto riesce a navigare abilmente alla ricerca delle proprie radici in quei momenti di intima, malinconica e dolce solitudine nei quali la musica può essere un utile compagna, come lo è per la protagonista. Un libro da leggere accordando il proprio animo sulle frequenze di quello femminile per la complessità e la sottile analisi psicologica che l'autrice riesce a tratteggiare.

E PIOVVE...


Piove, piove, piove. Una goccia dietro l'altra e la terra s'inzuppa; le mattonelle si bagnano pian piano, mano a mano che le gocce riempiono il quadrato così da cambiarne il colore. La foglia, colpita dalla goccia, si piega per un secondo e, come una molla, ritorna nella sua posizione, mentre la goccia continua il suo salto nel vuoto ricevendo una spinta che la fa cadere su un'altra foglia, posta ad un livello inferiore per un ulteriore salto fino a perdersi tra i fili d'erba. Qualche insetto vola ancora nell'aria schivando le gocce e cercando riparo; gli uccelli, in stormi, si spostano alla ricerca di alberi tra i cui rami mettersi al sicuro; le bestie al pascolo continuano imperterrite a brucare l'erba e provano sollievo dal fresco dell'acqua che appena le bagna. Sulla parete una lucertola è ferma, si guarda intorno per scorgere il pericolo poi si infila in un buco; il cane, dall'altra parte della rete, abbaia senza un motivo serio, forse è contento anche lui per il fresco che queste gocce stanno portando, il pelo lungo sotto la canicola è una condanna alla quale fa fatica a trovar rimedio. Il gatto, anch'esso in cerca di riparo, vede una piccola zona riparata da un telo e vi corre sotto, si distende e inizia a riposare. A pochi chilometri di distanza, proprio alle spalle della collina, un trattore sta arando un campo enorme, qualche decina di ettari di estensione, e comincia ad affrettarsi per terminare al più presto il lavoro.
Poi la pioggia si fa più intensa, copiosa ma al tempo stesso regolare con il ticchettio che diventa simile al metronomo che batte il tempo al musicista: picchia sul tetto e produce un suono secco ed ovattato; è quello stesso suono che, nelle fredde notti invernali, ci culla sotto le coperte calde, protetti dal mondo esterno e pronti a sognare con un sottofondo musicale d'eccezione. Anche se mancano due giorni a Ferragosto, l'atmosfera ricorda da vicino quella del mese di novembre, sebbene, alzando gli occhi al cielo e fissandolo con attenzione, è possibile scorgere un po' di chiaro all'orizzonte, segno che si tratta di un acquazzone passeggero e che presto tornerà il sole. Eppure, per ora, c'è solo acqua a creare una cornice incantevole che sto ammirando dalla finestra.
Mentre sto ancora fantasticando, tutto si ferma, all'improvviso, come se qualcuno avesse staccato l'interruttore: niente pioggia, tutto tace. Una leggerissima brezza si è alzata, una brezza fresca che testimonia che la temperatura è calata di qualche grado. E già da dietro la collina vedo qualche raggio di sole che, timidamente, illumina, a chiazze, gli alberi mentre tenta con calma di farsi largo tra le nubi. Piano piano i suoi sforzi vengono ripagati: sono le nuvole stesse a diradarsi e lui, con tutta la sua forza, torna a splendere, alto nel cielo, a riscaldare l'aria.
Pioggia d'estate che lavi l'aria e fai sognare.

mercoledì 28 luglio 2010

LA PRIGIONE DI NEVE

La prigione di neve

Jan Elizabeth Watson


Fazi Editore

€ 18,50

Un libro eccitante e travolgente per com'è scritto: questo il giudizio sintetico su La prigione di neve, primo romanzo della statunitense Jan Elizabeth Watson. Potrebbero bastare queste poche parole per raccontarvi il romanzo e vi spiego perché: ho fatto fatica a scrivere questa recensione perché sono convinto che svelare anche solo alcune parti della trama sia controproducente per il lettore, proprio com'è capitato a me. Leggendo l'introduzione di Diego de Silva, dopo due pagine, ho pensato di saltarla (proprio nel punto in cui è accennato in modo esplicito al finale) per entrare subito nel mondo di Asta e Orion Hewitt, i due protagonisti. Il lettore dovrebbe avere la completa libertà durante la lettura di non sapere nulla dell'intreccio, di poterlo scoprire pagina dopo pagina, procedendo da solo in una storia che compendia il racconto della vita di due bambini di nove e sette anni, Asta e Orion, in compagnia della madre Loretta, e riflessioni su temi come la malattia mentale, la precisa scansione del tempo data da abitudini consolidate, il potere della suggestione, le fissazioni maniacali, l’amore travagliato tra madre e figli che porta all'isolamento di questi ultimi dal mondo al fine di proteggerli da una presunta malattia, "un universo che Loretta ha costruito secondo la grammatica di un incubo infantile, dal quale non ci si può salvare che isolandosi"; tuttavia un giorno tutto cambia e per i due bambini c'è la possibilità di prendere contatto col mondo esterno e scoprire che in realtà è completamente diverso da quello raccontato sui libri o descritto dalla madre. "La prigione di neve è la storia di una relazione familiare, di un sistema che vive di regole folli ma tenaci. La storia di un orrore sottile nel quale si leggono, in controluce, la voce e il timbro della pietà. E di un rovesciamento: perché non è detto che la reclusione e la schiavitù parlino la stessa lingua, che in un abbraccio ferreo non si possa annidare una qualche forma d’amore.
Insomma, un libro da leggere in puro relax che, accanto ad una storia all'apparenza normale, nasconde numerosi spunti di riflessione per vedere il nostro mondo quotidiano con gli occhi di un alieno, con le sue contraddizioni e le sue difficoltà, l'ostilità nei confronti di chi è considerato "diverso" e perciò non viene compreso, proprio come fa Asta da adulta ricordando la sua infanzia.

sabato 17 luglio 2010

ADDIO ALLA PRO VERCELLI


Quei sette storici scudetti campeggiano ancora nella parte alta della home page: eppure è questione di poco e spariranno per sempre, sparirà per sempre un pezzo del nostro calcio d'antan che all'inizio del Novecento ha dato lustro di sé regalando tanti ottimi elementi alla Nazionale. Questo accadrà alla Pro Vercelli, sbriciolatasi sotto il peso di costi insostenibili, facendo piazza pulita di tutto ciò che è stata. Il comunicato della società, diramato il 17 luglio, è amaro, ma lascia aperto uno spiraglio almeno per i giovani, per la "vera risorsa della società".

La decisione del Consiglio Federale di escludere l’U.S. Pro Vercelli Calcio dal Campionato di Seconda Divisione Lega Pro, ha creato sconcerto in città e in società.
In attesa di conoscere le motivazioni inerenti la decisione del Consiglio Federale, l’U.S. Pro Vercelli Calcio comunica ai tifosi che provvederà nei prossimi giorni a presentare ricorso contro la decisione del medesimo Consiglio Federale.
La dirigenza rivolge un appello particolare a tutti i ragazzi e genitori del Settore Giovanile, vera risorsa della società, affinché sappiano “attendere” con pazienza e senza ansia gli sviluppi della vicenda.
Si continuerà comunque a lavorare su un settore che non vuole vanificare il lavoro di anni: l’attività di programmazione per la stagione 2010-2011 continuerà…
Siamo fiduciosi nel buon esito della vicenda e ci auguriamo di avere presto nuovi riscontri positivi da comunicarVi.

…ancora una volta FORZA PRO!!!

Risale al 1903 la nascita della prestigiosa società di Vercelli, terra di riso e di sport, visto che la nascita della Società Ginnastica Pro Vercelli data al 1892, prima fra le sorelle del quadrilatero: Alessandria, Casale e Novara. Solo undici anni dopo, grazie a Marcello Bertinetti, studente appassionatosi al nuovo sport dopo aver visto la Juventus, nasce la specifica sezione dedicata al football ed inizia la lunga tradizione calcistica. Ben sette gli scudetti del palmares, tra il 1908 e il 1922, forse otto se l'Inter avesse accettato di rinviare lo spareggio del 1910, dal momento che i migliori giocatori delle "bianche casacche" erano impegnati in tornei militari.
Come ci si può dimenticare di Silvio Piola, straordinario giocatore d'altri tempi e vero uomo dei record? E' stato il miglior cannoniere di tutti i tempi in serie A con 274 reti; ha segnato il maggior numero di gol in una partita di serie A: ben sei nella partita di campionato Pro Vercelli-Fiorentina (7-2 del 29 ottobre 1933); è stato il più anziano goleador su azione del campionato italiano a 40 anni, 6 mesi e 9 giorni (Novara-Milan del campionato 1953-54); è stato il miglior realizzatore in serie A di ben tre squadre: Pro Vercelli, Lazio e Novara. Oltre al grande Piola, la Pro Vercelli aveva altri gioielli: Giuseppe Milano I, centrocampista e capitano della Nazionale nelle undici partite con essa disputate; Guido Ara, strepitoso mediano, vercellese di nascita, esordiente nella Pro Vercelli non ancora ventenne; Virginio Rosetta, che esordì a 17 anni nella Pro Vercelli come attaccante per poi diventare terzino, passato alla Juventus nel 1923 per cinquantamila lire quando presidente era Edoardo Agnelli.
Se ne va, in un attimo, tutto un pezzo di storia, un pezzo di tradizione calcistica che affonda le sue radici in profondità e che ha sempre nobilitato questo sport. I primi problemi c'erano stati agli inizi degli anni Novanta, ma poi si riuscì a risalire la china. Solo pochi mesi, visti i problemi incipienti, era stata organizzata una fiaccolata al fine di sensibilizzare la città sulla vicenda e per fare in modo che "la storia di 118 anni e 7 scudetti non venga cancellata, auspicando un futuro senza nubi"; erano stati invitati ex vecchie glorie e istituzioni cittadine. Era l'ultimo atto di fede di una tifoseria preoccupata per le sorti delle "bianche casacche" e amareggiata dalle tante trattative fallite o mai cominciate o solo frutto di inopportune e gratuite pubblicità. Ora tutto appare più duro, si ha l'impressione di una chiusura definitiva di un capitolo di storia di grande calcio, nonostante il tentativo di salvataggio da parte di una cordata di imprenditori locali che poche settimane fa aveva raccolto 140 mila euro per l'iscrizione al campionato di seconda divisione di Lega Pro. Sforzo invidiabile ma inutile, non è bastato a salvare le "bianche casacche" dal baratro.
Eppure il campionato appena trascorso era stato chiuso al dodicesimo posto nella seconda divisione della Lega Pro e solo due anni fa avevano festeggiato il centenario del primo scudetto. Destino crudele: quando il calcio, soffocato dal business, rischia di morire.

giovedì 15 luglio 2010

LA POLITICA SOTTO SCACCO

Un grande successo delle forze dell'ordine, una retata con 300 arresti tra Calabria e Lombardia, un'operazione dalla quale viene un colpo deciso alla 'ndrangheta, di cui viene svelata l'organizzazione sino ad oggi conosciuta solo in minima parte. Soprattutto si alza il velo di connivenze che l'organizzazione criminale aveva steso al Nord, tra imprenditori e personaggi vicino alla politica. Nessuna condanna anzitempo, per ora si tratta di avvisi di garanzia e non di condanne.
Tuttavia, se allarghiamo per un attimo lo sguardo sulle vicende politiche degli ultimi tempi, troppe volte incappiamo in notizie tutte molto simili: accuse di corruzione, di associazione con organizzazioni criminali, di uso illecito di denaro pubblico e simili. E questo ci impone una riflessione, non possiamo far finta di nulla e continuare ad alzare le spalle. Perché, a ben pensarci, se queste condotte si stanno ripresentando con una frequenza così elevata, allora c'è qualcosa anche nell'opinione pubblica che non funziona. Ritengo che il ruolo svolto dal popolo nel vigilare affinché tutto proceda sul binario della legalità non debba mai venir meno, non debba essere annichilito da sentenze che non si condividono e che fanno pensare che se a protestare non si ottiene nulla, allora non val la pena far sentire la propria voce. E' fondamentale che la popolazione tenga continuamente gli occhi aperti e denunci con tutti i mezzi a sua disposizione il malcostume: non possiamo permetterci il lusso di perdere questo importante faro. Perché credo che, se i comportamenti illeciti da parte dei politici sono aumentanti, questo sia anche dovuto al fatto che l'opinione pubblica ha un po' mollato la presa, ha fatto sentire meno il fiato sul collo alla politica, convinta che tanto la politica è solo denaro, favoritismi, arricchimento personale e nulla di più e a tale stato di cose non ci si può opporre. Con questo non voglio dire che, al contrario, sia tutto rose e fiori: c'è del marcio e sembra essercene molto, almeno a prima vista, ma non possiamo girarci dall'altra parte per non sentirne il tanfo.
Sull'altro lato della barricata, è chiaro che la politica è in un momento cruciale: almeno una parte del mondo politico è messa all'angolo, costretta a fare i conti con la realtà che ha cercato di dirigere a suo uso e consumo, infischiandosene del bene comune. Come ieri, anche oggi la corruzione passa attraverso la spesa pubblica: tuttavia, se ieri lo Stato in senso lato pensava a finanziare i partiti e i suoi dirigenti, oggi è palese la preoccupante involuzione per la quale sono le lobbies a comprare coloro che hanno il potere per asservirli ai loro bisogni. C'è stata quindi un'inversione di tendenza, ma nessun miglioramento: la crisi profonda della politica che pensavamo di aver superato dopo il giro di boa di Tangentopoli in realtà perdura ancora oggi, nonostante i cambiamenti che non hanno cambiato nulla. Proprio come il Gattopardo, abbiamo cambiato per non cambiare e ci ritroviamo con una politica ancora più debole, incapace di rispondere alle pressioni differenti che le vengono fatte. O almeno ci siamo illusi di cambiare e ci abbiamo creduto. Tuttavia, lasciando qualche metastasi qua e là, dimenticandola (in)volontariamente, abbiamo permesso che il male potesse comunque sopravvivere e forse i risultati sono quelli che abbiamo oggi sotto i nostri occhi. Si badi bene, l'ho già ripetuto in altre occasioni e voglio precisarlo: non tifo perché ci sia una nuova Tangentopoli, non ne abbiamo bisogno visto il momento di difficoltà; è innegabile, però, che ciò che emerge dalle cronache giudiziarie ricordi, forse alla lontana, quei comportamenti in parte puniti e che pensavamo, forse sognando, di esserci messi alle spalle.
Se ci caliamo un po' nella situazione, è facile vedere qual è lo scadimento della politica: un partito come il Pdl che nasceva per unire si trova a combattere le spinte centrifughe. Un partito come il Pdl che doveva dimostrare di essere in grado di governare il Paese senza scossoni per cinque anni singhiozza davanti alle correnti nate nel suo seno e davanti alle inchieste a raffica che gli piovono addosso ogni giorno. E non si salva nulla invocando il vittimismo, recitando la parte di chi è bersaglio di un complotto (quanto siamo bravi noi Italiani a vedere complotti dovunque!): ci sarà pure una parte della magistratura politicizzata, ma dinanzi a tante anomalie messe in fila una dietro l'altra, sarebbe più saggio fermarsi a riflettere per prendere la decisione più saggia anziché sbraitare ogni giorno da un palco o dalle pagine dei giornali. Perché troppi sono i nomi grossi tirati in ballo: Cosentino, le cui accuse di collaborazione con la camorra gli erano costate la candidatura a governatore della Campania; Verdini, coinvolto nell'inchiesta sugli appalti in Abruzzo; Scajola, coinvolto (ma non indagato) nell'inchiesta sugli appalti del G8, la cui vicenda ha fatto sorridere tutti: non è da tutti i giorni vedersi comprare una casa senza saperlo! (l'accusa è che la sua casa di fronte al Colosseo fosse stata acquistata in parte con i soldi del costruttore Anemone); Brancher, costretto alle dimissioni-lampo dopo essere diventato ministro per meriti ignoti e per di più capo di un dicastero simile, se non uguale, a quello già presieduto da Bossi: una mossa esclusivamente mirata ad evitare, tramite il legittimo impedimento, di presentarsi alle udienze del processo per la scalata ad Antonveneta.
Seguiremo l'evolversi dei fatti perché al momento non c'è nessuna condanna e il garantismo non può essere a corrente alternata. Resta tuttavia l'amaro in bocca per tutto quanto sta avvenendo, a testimonianza di una caduta libera della politica che, se non saprà riprendersi, potrà farsi e fare molto male.
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