martedì 9 novembre 2010

WEEKEND POLITICO

Ci siamo lasciati alle spalle un weekend denso di avvenimenti politici e qualche strascico è ancora sotto i nostri occhi. Tre diversi eventi, tre diversi messaggi, tre diverse impostazioni: insomma, tre spunti di discussione pronti a guidare - si spera - il prossimo dibattito politico.
Iniziamo da Gianfranco Fini, che dalla convention di Bastia Umbra prepara il lancio ufficiale del nuovo partito Futuro e Libertà e per il momento lancia il Manifesto per l'Italia, letto da Luca Barbareschi con il supporto di alcune immagini della nostra Italia e delle musiche di Ennio Morricone. Si è trattato di una kermesse che ha visto una grande partecipazione e da cui è uscita fuori un'idea abbastanza precisa di quello che vorrà essere Fli: una forza che rappresenti il centrodestra italiano, inserendosi nel solco del popolarismo europeo, con un bagaglio di principi e valori sui quali Fini, pur ricordandoli, è stato un po' generico e poco solido. Visti i tempi, si può dire che le idee ci sono, dovranno poi essere sostanziate dai fatti che diranno in maniera inequivocabile se quei principi e quei valori sbandierati ieri sono veri e genuini o semplicemente uno specchietto per le allodole. Tuttavia, Fini non è riuscito a scaldarmi il cuore: certamente, è un grande oratore, un grande trascinatore, capace di trascinare la platea e renderla partecipe del grande cambiamento in atto, sicuramente il gesto di abbandonare la barca del Pdl è stato coraggioso ed ambizioso è il progetto di Fli. Ma troppi sono i punti controversi del personaggio: è passato all'azione troppo tardi, per troppo tempo ha soggiaciuto agli schemi berlusconiani senza troppi strepitii, speranzoso che un giorno il delfino sarebbe diventato il capo. Ma, uno come lui, avrebbe dovuto capirlo prima che gli spazi di manovra erano risicatissimi e che bisognava lasciare la baracca, senza neanche impegnarsi in un ennesimo progetto di impronta berlusconiana come il Popolo delle Libertà. Quello di Fini con la nascita di Fli pare più un colpo d'ali, giunto sull'onda della disperazione alla ricerca di uno spazio vitale, che arriva con enorme e colpevole ritardo. E poi, Fini abbandona Berlusconi anche per via del troppo personalismo che lo stesso incarnava nel suo partito e nel simbolo di Fli la prima cosa che salta all'occhio è il nome FINI: c'è qualcosa che non torna... E poi, perché non dare la sfiducia in Parlamento al governo e ritirare i ministri piuttosto che gettare il sasso e nascondere la mano chiedendo a Berlusconi di dichiarare la crisi, così da ributtare la palla nel campo del premier e non portare avanti lo strappo fino in fondo?
Passando a Firenze, Matteo Renzi e Pippo Civati hanno organizzato una manifestazione giovane, fresca, essenziale e nuova per rottamare il vecchio: tra keyword, limite di cinque minuti per ogni oratore e relativo gong finale, lettura dei messaggi sulla pagina di Facebook e il diluvio di video citazioni, i due hanno saputo dare una ventata di freschezza e di novità in un centrosinistra paralizzato. L'animo di Renzi e Civati pare essere veramente quello di smuovere le coscienze, risvegliarle dal torpore che la vecchiaia può portare, ravvivare il dibattito in un Pd che appare inchiodato, bene o male, ai vecchi schemi. A conferma di ciò, mentre a Firenze si discuteva, da Roma, come "saluto" sono arrivati fischi: questo dà la misura di quanto i vecchi temono la rottamazione...
Giungiamo a Roma, dove un noioso Bersani decide di convocare, casualmente, l'assemblea dei circoli del Pd proprio nel weekend in cui Renzi aveva già da tempo fissato la riunione dei rottamatori. A calcare questo aspetto e a rendere manifesto quanto democratico sia il partito, da Roma partono fischi in direzione di Firenze, che risponde con un abbraccio. E poi, una litania, a ripetere sempre i medesimi incoraggiamenti con quel linguaggio scarno e scoordinato da bar sport, sapientemente coordinato con le maniche della camicia rimboccate per un futuro (idealmente) migliore. Bersani, basta, queste formule non funzionano, bisogna andare oltre, a Firenze non hanno usato, se non una volta, la parola "compagno": significherà qualcosa? Perché non andare a Firenze? Quale timore per un evento in cui sarebbe stato accolto con amicizia? Quale freno ad andare a parlare con Renzi e Civati dei temi d'attualità?
Ciascuno di questi tre eventi ha portato utili spunti: Fini dovrà proseguire, comunque, nel solco che ha tracciato; Renzi e Civati dovranno continuare a pungolare il Pd per mantenere la barra dritta sull'argomento "rottamazione"; Bersani dovrà riordinare le idee e accogliere i validi spunti che ha intorno a sé per invertire la rotta del Pd. Non ci resta che attendere.

sabato 6 novembre 2010

INTRIGO INTERNAZIONALE


Intrigo internazionale. Perché la guerra in Italia. Le verità che non si sono mai potute dire

Giovanni Fasanella, Rosario Priore

Chiarelettere

€ 14

Come ha già mostrato di saper fare, Giovanni Fasanella, con la pazienza e la curiosità del giornalista, torna a scavare nella storia del nostro Paese, che a tutt'oggi ha ancora tanti - forse troppi? - punti oscuri e cerca di restituirci un quadro più ricco di particolari al fine di cercare di chiarire, almeno parzialmente, gli ultimi trent'anni di storia, gli anni del terrorismo e della violenza politica, con centinaia di morti e migliaia di feriti. Per muoversi tra le vicende chiave, Fasanella si fa guidare da Rosario Priore, magistrato per oltre trent'anni che si è occupato dei principali fatti di violenza e terrorismo come il caso Moro, Ustica, il tentato omicidio di Giovanni Paolo II ed altri casi di eversione rossa e nera. Il risultato è un interessantissimo e profondo viaggio attraverso alcuni misteri e alcuni passaggi non noti, che il giudice Priore racconta nel corso della conversazione con Fasanella. "Ci sono verità che non ho mai potuto dire... Avrebbero potuto avere effetti destabilizzanti sugli equilibri interni e internazionali." Così recita la quarta di copertina, tanto per capirci.
Il giudice Priore parte da una considerazione iniziale, nel primo capitolo: nel nostro Paese l'asprezza di conflitti politici, sindacali e sociali è spesso coincisa con la violenza, per "un vizio tutto italiano, una sorta di incapacità ad accettare l'altro, a riconoscere il diritto dell'altro all'esistenza." Un problema che ha origini antiche e che si è acuito nel XX secolo, con la guerra fredda, quando la "nostra situazione di paese di frontiera" ci ha costretto a subire gli scontri dei due blocchi. Il viaggio continua indagando i rapporti tra Francia, Inghilterra, Italia e Gheddafi: ricostruire il perché dell'importanza di ritrovare un ruolo nel Mediterraneo colonizzato da Francia ed Inghilterra e della centralità delle amicizie con la Libia e i paesi arabi che si affacciano sul Mediterraneo. Interessante è anche il capitolo che riguarda il filoarabismo italiano e il conflitto con Israele, che discende direttamente dalle considerazioni suesposte: ritrovare un ruolo da protagonisti nel Mediterraneo. Dall’altra parte la Cecoslovacchia come terra d'asilo, la Germania comunista con la sua preziosa rete di relazioni e la Stasi quale servizio segreto di alto livello giocavano ad alimentare il terrorismo. Ustica, Piazza Fontana, il caso Moro, la strage di Bologna, i rapporti internazionali delle Br, il centro parigino di Hyperion vanno collocati in questo contesto internazionale.
Un libro per aiutare a capire, con alcuni importanti elementi, qualcosa di più riguardo i momenti tristi e i punti oscuri della nostra storia, per cercare di far luce dove il buio copre ancora l'indicibile.

lunedì 1 novembre 2010

ANDY WAHROL A CARBONARA SCRIVIA





A Carbonara Scrivia, presso l'antica torre del Dongione, si è appena conclusa un'interessante mostra su Andy Wahrol, uno dei rappresentanti più singolari della Pop Art, promossa dal comune di Carbonara Scrivia con il patrocinio della Provincia di Alessandria e della Fondazione Cassa di Risparmio di Tortona e con la collaborazione della locale Pro Loco e della Galleria Palmieri di Busto Arsizio. Verrebbe da definirla una mostra di nicchia per le opere esposte, in tutto ventisei, realizzate con la tecnica della serigrafia e in alcuni casi con interventi pittorici su diversi supporti (carta, tela, cotone), tra le quali si ritrovano icone simbolo, ritratti di personaggi, progetti, cover di dischi, t-shirt, lavori ispirati dalle fiabe di Hans Christian Andersen e altre opere meno conosciute di Wahrol ma meritevoli di essere ammirate.
La mostra nasce dall'attenzione dedicatale da un cittadino di Carbonara, che l'ha ammirata presso la Galleria Palmieri di Busto Arsizio, cui è stato chiesto di portarla anche nel paese alessandrino e di curarne l’allestimento. A colpire il gallerista è stato il luogo dove è stata proposta la mostra: la contrapposizione venutasi a creare tra lo stile del torrione del Dongione e la creatività del poliedrico Wahrol. Vi posso assicurare che il risultato, come è possibile giudicare anche dalle foto, è ottimo, con queste opere singolari che riempiono le pareti di mattoncini del torrione a creare un netto contrasto tra passato e presente, tra ordine e disordine.





domenica 24 ottobre 2010

LA DONNA DI SCORTA

La donna di scorta

Diego De Silva

Einaudi

€ 9,50

Un uomo e una donna. Una giornata di pioggia, un incontro casuale per strada, le facce che si studiano e si piacciono da lontano: lei è Dorina, titolare di un'agenzia di traduzioni e ricerche bibliografiche, giovane, bella e single; lui è Livio, antiquario, sposato con Laura e padre di Martina. Da qui comincia quella che apparentemente si potrebbe definire un'ordinaria relazione tra amanti clandestini, che al contrario, pagina dopo pagina, diventa sempre meno ordinaria e sempre più straordinaria, una storia in cui i ruoli si invertono fin dall'inizio. Amore, adulterio, relazione, amicizia, il loro rapporto non si può classificare, i ruoli sono chiari da subito. Livio rimane estremamente colpito da questa relazione in cui le gerarchie non esistono: Dorina non è una donna di scorta, non vuole prendere il posto di Laura, non vuole da Livio nulla di più di quello che le può dare, non patisce la sua condizione di amante, non le importa quello che succede nella sua famiglia quando Livio è marito e padre. E questo Livio non lo capisce; inizia, così, a farsi prendere da un'ossessione che lo attanaglia in tutti i momenti della giornata, vuole capire se il silenzio, la mancanza di domande, la quiete che pervade Dorina ogni volta che Livio rientra in famiglia stanno a significare disinteresse oppure comprensione della sua posizione e nulla di più.
Domenico Scarpa afferma che "De Silva è un narratore nato, che sa raccontare e riflettere nello stesso respiro di frase" e nulla di più vero è condensato in questa frase se si pensa che tutta la storia riesce a restituire al lettore, in maniera veritiera e con enorme partecipazione emotiva, il sentimento di autarchia sentimentale che Dorina prova per Livio: non ricatta, non pretende, non insegue un posto perché a lei basta il desiderio dell'altro, la sua vicinanza, la sua presenza e nulla di più. Consiglio, perciò, caldamente questo libro, apprezzerete l'essenza più profonda del racconto di un sentimento che, inizialmente, può apparire malato, ma che in realtà si rivela essere genuino e composto; in special modo, ritengo che le donne potranno apprezzare meglio le sfumature dei comportamenti dei protagonisti e percepire in profondità i loro atteggiamenti e le loro movenze.

mercoledì 20 ottobre 2010

CONTROLLI CHE FANNO ACQUA

Ciò che è successo a Genova una settimana fa è ancora ben chiaro a tutti: una bella partita di calcio non si è potuta giocare per colpa di un gruppo di facinorosi capitanati da un teppista. Nel post di commento a tale vicenda, mi facevo una domanda: "Mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio." Il problema fondamentale era proprio questo: i controlli non erano sufficienti, se a qualcuno sono state controllate bottigliette e patatine ed altri sono entrati con fumogeni, pinze e quant'altro era utile a devastare lo stadio.
A sostenere questi dubbi, arriva il servizio di Striscia la notizia a cura di Valerio Staffelli, che mostra come è possibile entrare negli stadi italiani senza alcuna difficoltà, eludendo i controlli o trovando aiuto nei bagarini. Verrebbe da chiedersi: le nuove norme imposte dal ministro Maroni non dovevano servire a garantire maggiori controlli e maggiore sicurezza negli stadi? Sì, teoricamente sì, mentre all'atto pratico viene mostrato come è facile scampare ai controlli, nonostante i biglietti nominali, che non vengono controllati. La cosa ancor più grave è che non ci sono perquisizioni da parte degli steward e perciò si può portare sia in curva sia in tribuna oggetti pericolosi, anche di importanti dimensioni: gli attori ingaggiati per il servizio portavano all'interno dello stadio solo un salame, ma è facile capire come è possibile introdurre anche spranghe, pinze, fumogeni e tanto altro.
E allora? Si tratta di un problema di steward? Fulvio Bianchi su Repubblica.it ricorda che "gli steward vengono pagati poche decine di euro, e non hanno (al momento) una sufficiente tutela giuridica: perché mai dovrebbero rischiare? Non era meglio lasciare certi controlli alla polizia?" E poi: i tornelli funzionano? I biglietti nominativi servono se non vengono controllati? La tessera del tifoso serve, a parte il fatto che ha fatto guadagnare soprattutto le banche?
Non resta che guardare il video per rendersi conto che i provvedimenti decisi devono essere fatti rispettare per garantire la sicurezza degli spettatori negli stadi, che hanno il sacrosanto diritto di godersi una partita di calcio, senza temere per la propria incolumità.



martedì 19 ottobre 2010

STACCHIAMO LA SPINA

Non pensate sia ora di finirla? Non credete sia giunto il momento di spegnere le telecamere, staccare le penne dai taccuini, smettere con i talk show e lasciare in pace una povera e giovane vittima e dare tregua ad una famiglia uccisa dal dolore? No, mi sembra di no, mi sembra proprio non siate dello stesso avviso, voi "teleguardoni da obitorio" che avete trasformato Avetrana nel set cinematografico di un film giallo, al punto che si è creata la folla di curiosi intorno alla casa del delitto. Capisco che il lavoro del giornalista e lo ammiro; quello che non riesco a comprendere è la pervasività dei reportage, dei retroscena e tutte le congetture che, senza quasi nulla di certo in mano, che vorrebbero prendere il posto della verità e spiegare agli Italiani come si è consumato il triste episodio. E poi, io continuo a domandarmi perché la gente è così tanto incuriosità da tali efferatezze, da cosa nasce questa curiosità morbosa e inutile, per quale motivo si perde tempo ad inseguire ipotesi e supposizioni basate su sentito-dire e null'altro.
Ricordo il tragico delitto di Novi Ligure del 2001 ed anche allora l'eco mediatica è stata enorme: per tanti giorni, Novi Ligure è stato trasformato in uno studio televisivo, dal quale tutte le trasmissioni di approfondimento hanno trasmesso, cercando persone disposte a parlare, dispensando informazioni più o meno vere, lanciandosi in fantasiose ricostruzioni. Novi Ligure come Avetrana o come Cogne, solo per fare alcuni esempi: sempre il medesimo comportamento, sempre la stessa mania di voyeurismo, sempre gli occhi aguzzati per cogliere un particolare da lanciare in esclusiva. Tanto per renderci conto del degrado in cui siamo inesorabilmente caduti, basti pensare che la cugina di Sarah, dopo ore di silenzio trascorse in Procura, avrebbe chiesto se alla tv avessero parlato male di lei. Può bastare questo ad inquietarsi?
Pensateci, potrebbe essere una buona idea staccare per un attimo la spina e rispettare il dolore di una famiglia spezzata da un fatto così tragico.

A tal proposito vi consiglio anche la lettura di questo articolo su DavideMaggio.it: Caso Scazzi, ora il vero orrore sono i teleguardoni e i giornalisti da obitorio.

domenica 17 ottobre 2010

NON ESISTE SAGGEZZA


Non esiste saggezza

Gianrico Carofiglio

Rizzoli

€ 14

L'avevo lasciato a Il passato è una terra straniera, premio Bancarella 2005, nonché graditissimo regalo di compleanno di mio fratello, e l'ho ritrovato una settimana fa con Non esiste saggezza: Gianrico Carofiglio, che da subito ho stimato, ha continuato a produrre opere letterarie di ottima fattura con quello stile tutto suo, capace di prenderti e coinvolgerti nel vortice di emozioni contrastanti.
Abbandonando per un attimo il romanzo, in questo libro si è buttato su dieci racconti, riuscendo comunque a confermarsi un grande scrittore. Racconti nei quali le figure protagoniste sono quelle femminili: una bambina, una ragazza, una dottoressa volontaria e la sua compagna colombiana. I personaggi maschili si affacciano in ogni racconto e sono destinati ad inseguire: si parte da un'impressione ricavata in un secondo scambiando qualche parola oppure da un sospetto colto nel modo di fare oppure da una curiosità nata per caso e sostenuta da un brivido particolare per entrare in storie che sono proiettate verso l'imprevedibile e talora anche l'illecito. Tutti i protagonisti delle storie perdono progressivamente la loro solida consistenza umana per trasformarsi in figure evanescenti e simboliche, assurgendo a metafore delle ansie e delle paure tipiche della nostra società. Non si può dimenticare, poi, un'impensabile e quanto mai riuscita intervista a Tex Willer che ricorda il passaggio dell'autore dall'adolescenza all'età adulta, dai comportamenti adolescenziali tesi ad imitare l'eroe prendendolo a modello all'età matura del ragazzo cresciuto che ha abbandonato Willer per farsi da sé.
Il libro si legge in un attimo, lo si divora; Carofiglio, conservando il suo stile sobrio, asciutto e scorrevole, regala ai suoi lettori un libro così piacevole e così intenso che, giunti alla fine di ogni storia, si è dispiaciuti perché questa non proceda, sembra mancare qualcosa che non possiamo avere: è tempo di passare al racconto successivo e rituffarsi in un'altra meravigliosa storia.

martedì 12 ottobre 2010

IL PESSIMO SPETTACOLO DI MARASSI


Grazie per il pessimo spettacolo! Un vero genio! Non potevi startene a casa tua, a giocare con i fumogeni nel tuo cortile, anziché farti qualche centinaio di chilometri e venire a Genova a rovinare una serata di calcio? Perché hai dovuto mandare all'aria una partita, vissuta da tutti i protagonisti con grande attesa e che aveva tutti i presupposti per regalare spettacolo? Perché hai regalato a tutti i bambini presenti allo stadio un siparietto che non ho proprio parole per definire? E poi, perché avevi il volto coperto? Continuo a chiedermi tutto ciò e non ho risposte. O meglio ne ho una: sei un incivile, uno che non ha la minima nozione di educazione civica, uno che non ha la minima conoscenza delle regole del buon vivere civile, uno che non riesce a concepire il concetto di libertà, uno sfasciatore capace solo di rovinare un tranquillo martedì sera di metà ottobre dedicato al calcio. Si poteva cogliere l'occasione per ricordare anche i nostri quattro soldati caduti in Afghanistan, i nostri giocatori scendevano in campo con il lutto al braccio; e invece nulla: il tuo pessimo spettacolo ha rovinato anche questo. Vergognati! Sono sempre più senza parole.
Non è il momento delle polemiche, però una riflessione mi viene naturale: a parte l'egregio comportamento della polizia dopo l'inizio dei disordini nello stadio, mi chiedo come quello sfasciatore incivile e il suo codazzo siano potuti entrare a Marassi muniti di fumogeni, pinze e quant'altro per dar luogo alla devastazione dello stadio. Qualcosa nei controlli non ha funzionato, qualcosa è sfuggito alle maglie delle forze dell'ordine allorché i facinorosi hanno varcato le porte dello stadio; e quel qualcosa non doveva sfuggire, purtroppo.

lunedì 11 ottobre 2010

IL FEDERALISMO FISCALE E IL SUD




Come il federalismo fiscale può salvare il Mezzogiorno


Piercamillo Falasca, Carlo Lottieri

Rubbettino

€ 14

Se qualcuno di voi ha seguito la trasmissione Otto e mezzo su La7 i cui ospiti erano Nicola Zingaretti, presidente della Provincia di Roma, e Roberto Cota, presidente della Regione Piemonte, forse riuscirà a capire la rabbia che m'è presa nel momento in cui il governatore Cota, in maniera del tutto propagandistica, celebrava l'approvazione del federalismo fiscale in Parlamento e riteneva che lo stesso federalismo potesse essere la panacea a tutti i mali.
Le cose, purtroppo, stanno in termini diversi e in un precedente post ho cercato di spiegarlo. Oggi si parla di federalismo fiscale come se si parlasse di pere dal fruttivendolo o di rosette dal panettiere: non si può ridurre un argomento di così grande portata e di enorme complessità ad un totem elettorale, buono per condurre una campagna elettorale permanente. E' giunta l'ora di capire cos'è il federalismo fiscale, come funziona e come passare dalla teoria alla pratica: come far sì che la parola non rimanga tale ma si traduca in quel beneficio per il cittadino che viene tanto propagandato. Intendiamoci bene, sono indubbi gli effetti positivi di tale misura nel lungo periodo - e sottolineo lungo -, su questo non ci piove; tuttavia, è bene che esso sia applicato con criteri razionali e al pieno delle sue potenzialità per sfruttarne i benefici.


domenica 10 ottobre 2010

A PROPOSITO DELLA FICTION SU GIRA E POLLASTRI

Le imprecisioni sui particolari della fiction su Pollastro e Girardengo, andata in onda la scorsa settimana su RaiUno, sono varie; navigando su Novionline.net, mi sono imbattuto in un interessante e preciso articolo a firma di Benedetta De Paolis, che fa letteralmente le pulci alla fiction che si è attirata dietro molte critiche.
Partendo dall'inizio, la fiction si apre nella Novi del 1910 con i due protagonisti, bambini, coetanei, con la stessa passione per la bicicletta e la stessa condizione di povertà. 
Nella realtà i due hanno sei anni di differenza: Costante Girardengo nasce a Novi Ligure nel 1893, mentre Sante Pollastro nasce sempre a Novi Ligure nel 1899; inoltre, come già avevo sottolineato, non si sa con certezza se siano stati amici, sebbene certamente si siano incontrati più volte. Sempre nella fiction, nel 1922, quando Sante esce di prigione, incontra Girardengo che lavora nei campi e i due, ritrovatisi, continuano ad allenarsi insieme; in realtà, all'epoca, Giarardengo era già all'apice della sua carriera ciclistica.
 La fiction appare anche molto romanzata dalla presenza femminile di Mela, la donna tacitamente contesa tra Gira e Sante da ragazzi, la quale 
crea una momentanea rottura tra i due quando viene salvata dal bordello in cui lavora da Sante, con il quale nasce una storia di cui Girardengo è geloso. 
Particolare importante a tal proposito è il seguente: secondo la fiction, il primo omicidio di Sante è stato commesso proprio nei confronti di colui che aveva violentato Mela, un merciaio, mentre nella realtà Sante Pollastro uccide per la prima volta un carabiniere durante la sua prima rapina; sebbene diverse siano le ipotesi sul primo omicidio di Pollastro, nessuna trova supporto in alcuna documentazione e in nessun caso si parla del merciaio e di una violenza carnale nei confronti di una donna di cui Sante si era invaghito.
 Nella fiction sono addirittura Girardengo e la moglie Agostina a prendersi cura di una Mela partoriente del figlio di Sante mentre il bandito viene creduto morto.
La stessa De Paolis definisce "tragicomica" la scena finale in cui, durante una gara di Parigi, a pochi metri dal podio, Sante corre incontro a Costante che, per salvarlo dalla sparatoria, si butta invano con la bici contro ai poliziotti armati invece di vincere una gara molto importante.
Ultima nota: nessuna scena del film è stata girata a Novi Ligure; a parte le riprese nei campi e nei viali di campagna, le scene cittadine riprendono strade che, seppur cambiate negli anni, non sono certamente quelle novesi.

Anche il sindaco di Novi Ligure, Lorenzo Robbiano, è piuttosto perplesso sia sulla verosimiglianza della trama sia sulla ricostruzione dei personaggi e sugli aspetti insoliti dell'ambientazione storica. I grassetti della dichiarazione non erano presenti nel testo originale e li ho inseriti io al solo fine di attirare l'attenzione sugli aspetti più importanti del primo cittadino novese.

La fiction andata in onda su RaiUno potrebbe anche essere discreta, se non fosse legata a Novi (Ligure: da quando ci sono gli ulivi? e si parla in toscano?) e a Sante Pollastri e Costante Girardengo. Certo è che senza questi due nomi famosi, non avrebbe avuto una così grande audience. Mi rendo conto che una fiction, per definizione, debba rispondere a regole diverse rispetto ad un documentario, ma è anche vero che non si può stravolgere la realtà. Lascia desiderare anche la ricostruzione (non la definirei nemmeno storica) dell'epoca: quando mai gli operai che giravano con gli zoccoli ai piedi e mangiavano una volta al giorno, sarebbero andati a lavorare con le scarpe nuove ricevute in dono? Più verosimilmente, le avrebbero conservate per la domenica e le feste comandate. Anche la figura di Biagio Cavanna (il masseur, ndr), che segue i ciclisti con un'automobile lussuosa, è piuttosto improbabile. Infine, non risulta un'amicizia così stretta tra Girardengo e Pollastri. Può darsi che si conoscessero, visto che all'epoca Novi era una piccola città, ma da qui a farne due amici per la pelle come risulta dalla fiction, ce ne passa. In ogni caso, sia dai libri scritti finora su Pollastri, sia dai racconti delle persone che hanno conosciuto entrambi, non emerge questo rapporto così stretto tra i due protagonisti della storia".

Insomma, cari amici, appare chiaro da questi due contributi che la fiction, a parte la quota di fantasia e romanzo assolutamente lecita, sia andata oltre la realtà fattuale, distorcendo anche i dati storici, peraltro facilmente verificabili in quanto puntualmente riportati nel libro di Ventura, da cui la fiction stessa trae spunto. Resta sempre l'ammonimento già ricordato: inventare e romanzare sì, falsare la realtà e non prestare attenzione ai particolari no.

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