sabato 2 maggio 2009

OPERAZIONE VALCHIRIA

Operazione Valchiria

Ian Kershaw

Tascabili Bompiani Saggi

€ 10,00

Attraverso novanta pagine e una ricca appendice, Ian Kershaw ripercorre il piano ideato nel 1944 per assassinare Adolf Hitler, denominato Operazione Valchiria (Operation Walküre), nome che originariamente indicava un insieme di provvedimenti messi a punto durante il Terzo Reich da attuarsi in caso di grave emergenza di Stato.
I tentativi di abbattere Hitler erano cominciati almeno nel 1938: infatti, dopo la rioccupazione della Renania, l'annessione dell'Austria e l'occupazione dei Sudeti, si erano cominciati a cogliere i primi segnali delle ambizioni di potere di Hitler e i primi gruppi di opposizione, provenienti dalla Wehrmacht, dall'Abwehr e dai circoli diplomatici, avevano cominciato a muoversi. Almeno dieci sono stati i tentativi di attentato alla vita del Fuehrer, falliti o per imperizia o perchè i movimenti di Hitler mutavano all'ultimo momento.

Il 20 luglio 1944 è convocata l'ennesima riunione alla Tana del Lupo (Wolfsschanze) presso Rastenburg, in Prussia, quartier generale di Hitler sul fronte orientale a partire dal 24 giugno 1941, due giorni dopo l'aggressione all'Unione Sovietica.
Il colonnello Claus Philipp Maria Schenk Graf von Stauffenberg, incaricato dell'attentato, con il suo aiutante, il tenente Werner von Haeften, atterrano a Rastenburg alle 10,15; dopo una prima riunione, chiedono di potersi rinfrescare e, nella toilette, regolano le spolette a tempo dei due ordigni, contenuti in una valigetta. Tuttavia, richiamati con premura da alcuni ufficiali, non riescono a regolare la seconda spoletta: se entrambe le bombe fossero state attivate, quasi sicuramente, dopo lo scoppio, non sarebbe sopravvissuto nessuno.
La riunione col Fuehrer, anticipata alle 12,30 per via della visita di Mussolini nel pomeriggio, si svolge nella baracca di legno entro il recinto della Tana del Lupo. Stauffenberg, adducendo disturbi d'udito e la necessità di consultare alcune carte durante la riunione, riesce a farsi trovare un "posto alla destra di Hitler, verso l'estremità del tavolo", mentre la valigetta viene appoggiata "contro l'esterno della solida gamba destra del tavolo". Quindi Stauffenberg, mediante una scusa, si allontana dalla stanza, cosa che passa inosservata e non desta sospetti. Intorno alle 12,45 l'ordigno esplode.
"Con la massima sollecitudine", Stauffenberg e il suo aiutante partono a bordo di un'auto per raggiungere l'aeroporto e intorno alle 13,15 sono in volo per Berlino, fermamente convinti che nessuno, dopo l'esplosione, sarebbe sopravvissuto, neanche Hitler. "Se la bomba fosse esplosa in un bunker di cemento, e non nella baracca di legno dove si tenevano abitualmente le riunioni del primo pomeriggio, avrebbero avuto ragione".
Al momento dell'esplosione sono ventiquattro le persone nella stanza: l'edificio viene devastato e si incendia, alcune persone vengono scaraventate a terra o contro le pareti, altre hanno i vestiti in fiamme, i meno fortunati giacciono a terra in gravi condizioni. Solo il feldmaresciallo Wilhelm Keitel, capo dell'alto comando della Wehrmacht, e il Fuehrer Adolf Hitler evitano il trauma cranico. Hitler se la cava "con qualche ferita superficiale"; dopo aver constatato di esser vivo e potersi muovere, si fa strada, con l'uniforme strappata in più punti, tra le macerie verso la porta, "spegnendosi i capelli bruciacchiati sulla nuca". Il braccio destro è gonfio e dolorante, su quello sinistro ci sono ematomi ed abrasioni, "bruciature e vesciche su mani e gambe" e "alcuni tagli sulla fronte". La lesione peggiore è "lo sfondamento dei timpani".

La prima ipotesi sulla collocazione della bomba riguarda gli operai dell'Organizzazione Todt, "la grande impresa di costruzioni che doveva il proprio nome all'ex responsabile dell'edilizia, delle imprese ingegneristiche e degli armamenti di Hitler durante i lavori di ristrutturazione del quartier generale contro la minaccia di incursioni aeree". Ma ben presto i sospetti si indirizzano sull'assente Stauffenberg. La rabbia di Hitler nei confronti dei capi dell'esercito, di cui da sempre diffidava, cresce di minuto in minuto.
Subito vengono prese le contromisure del caso, con l'aiuto del ministro per la Propaganda Joseph Goebbels al fine di ricercare il "gruppuscolo di ufficiali divorati dall'ambizione" che volevano sbarazzarsi di Hitler e far "presto piazza pulita".

Dopo questo attentato quasi riuscito, nella mente del Fuehrer maturano due profonde convinzioni, che, se vogliamo, sottolineano il suo carattere ambizioso e autoritario e la sua voglia di onnipotenza.
La prima è stata resa pubblica con un discorso alla radio: "un gruppuscolo di ufficiali ambiziosi e senza scrupoli, non meno che stupidi e criminali, ha imbastito una congiura per eliminarmi ed estirpare insieme a me, in pratica, l'intero apparato dirigente delle forze armate tedesche". Ma, questa volta, la "sparuta banda di criminali" sarebbe stata "sgominata senza pietà" (un Tribunale del Popolo celebrererà dei processi farsa che decreteranno l'esecuzione dei congiurati, presso il carcere di Ploetzensee). La propria salvezza, aggiunge, è "un segno della Provvidenza: il segno che devo portare avanti la mia missione, e così farò".
La seconda convinzione, maturata mano a mano che i contorni della cospirazione si perfezionano, è condensata in questa affermazione. "Finalmente ho in mano quei porci che per anni hanno sabotato il mio lavoro", "ora ne ho la prova: l'intero stato maggiore è marcio". La vecchia diffidenza per i vertici militari trova la sua effettiva conferma. Così come trova risposte alle sconfitte: "finalmente so perchè sono falliti negli ultimi anni tutti i miei grandi piani sulla Russia", "sono stato tradito! Senza questi traditori avremmo vinto già da tempo. Ecco la mia giustificazione innanzi alla storia". Parole, queste ultime, che mostrano quanta attenzione Hitler mostri nel ritagliarsi un posto nella serie di eroi germanici.

Per quanto riguarda invece i cospiratori, essi sono consapevoli di agire senza il sostegno popolare. In caso di successo devono affidarsi alla speranza che la guerra si concluda rapidamente, sia per guadagnare alla propria causa la maggior parte della popolazione sia per evitare la formazione della leggenda di una seconda "pugnalata alla schiena", come quella cresciuta dopo il primo conflitto mondiale. E' evidente, invece, che, in caso di fallimento, avrebbero tutta la popolazione tedesca contro e che il loro gesto sarebbe considerato un "vile tradimento, meritevole solo della più altisonante infamia".

E' così, quindi, che Ian Kershaw, con gli strumenti dello storico (cospicui sono i documenti storici, alcuni dei quali presenti in Appendice) e la forma del romanzo, ci racconta l'Operazione Valchiria: "la cronaca di un complotto che avrebbe potuto cambiare il corso della storia e salvare milioni di vite". Il tutto con uno stile che, salvo alcuni passi caratterizzati da periodi prolissi, risulta nel complesso avvincente e pieno di colpi di scena.

2 commenti:

  1. mi piace questa rubrica sui libri

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  2. visto oggi su sky bel film credo attinente alla realta' storica,complimenti x il blog Dany.
    01/03/2010

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